Quadrimestrale di cultura civile

Una nuova generazione di sfide globali

di Mitt Romney / Ex governatore del Massachusetts, è candidato alle primarie dei repubblicani

Washington divisa Meno di sei anni dopo l’11 settembre, Washington continua a essere divisa e combattuta sulla politica estera come lo è sempre stata negli ultimi 50 anni. [...] Il Senato ha confermato all’unanimità il generale David Petraeus, che si è impegnato a implementare una nuova strategia, come comandante delle forze Usa in Iraq. Tuttavia, solo alcune settimane dopo la sua conferma, il Senato ha cominciato a mettere a punto una legislazione specificamente mirata a porre fine a tale nuova strategia. Più in generale, si sono approfondite le divisioni tra coloro che vengono etichettati come “realisti” e coloro, invece, che vengono etichettati come “neo-conservatori”. Ma questi termini non hanno molto significato, quando anche il neoconservatore più acceso riconosce che ogni politica di successo deve essere radicata nella realtà e anche il realista più incallito ammette che gran parte del potere e dell’influenza degli Stati Uniti trova origine nei loro valori e ideali. Di fronte a queste divisioni, il popolo americano - come molti altri popoli di tutto il mondo - ha sempre più dubbi sull’orientamento degli Stati Uniti e sul loro ruolo nel mondo. In realtà, sembra che l’unica cosa che trova tutti d’accordo sia la preoccupazione per le divisioni interne di Washington e per la sua capacità di affrontare le sfide di oggi. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare la politica estera e di una strategia di ampio respiro che possano unire gli Stati Uniti e i loro alleati intorno a una visione condivisa di come far fronte a una nuova generazione di sfide. Una generazione che ci ha lasciato un’eredità di leadership Le sfide che oggi abbiamo di fronte sono imponenti. Includono il conflitto in Iraq, la rinascita dei talebani e i network terroristici globali resi ancor più minacciosi dal pericolo di una proliferazione nucleare. Mentre la dirigenza iraniana continua a perseguire il suo obiettivo di produrre armi nucleari e lancia una minaccia genocida dopo l’altra nei confronti di Israele, il mondo rimane in larga parte silenzioso, incapace di concordare sanzioni efficaci, nonostante ogni giorno il pericolo aumenti. Il genocidio devasta il Darfur e anche in questo caso il mondo rimane impassibile. Nell’America Latina, leader come il presidente venezuelano Hugo Chávez cercano di invertire il processo di diffusione della libertà per tornare a politiche autoritarie dimostratesi fallimentari. In un mondo globalizzato, siamo minacciati dall’Aids e da potenziali nuove pandemie. L’ascesa economica della Cina e di altri Paesi asiatici pone un nuovo tipo di sfida. È facile capire perché gli americani - e molti altri nel mondo - si sentano così a disagio e insicuri. Tuttavia, sebbene oggi i problemi siano radicalmente differenti, nel corso della storia gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere all’altezza anche delle sfide più grandi. Basta guardare al coraggio e alla determinazione dei nostri genitori e dei nostri nonni per riscontrare un netto contrasto con la confusione e le lotte intestine che oggi dominano a Washington. Solo 60 anni fa ci trovavamo nel mezzo di una guerra globale che sarebbe costata la vita di decine di milioni di persone. [...] E non appena abbiamo sconfitto il fascismo, ci siamo trovati a condurre una battaglia di 50 anni contro il comunismo. Quella che il giornalista Tom Brokaw ha commemorato come “la più grande generazione” ha fatto le scelte difficili che ci hanno consentito di vincere queste battaglie. E non sono stati solo i nostri leader a Washington a essere decisivi. Negli anni Quaranta, gli americani si adeguavano al razionamento e risparmiavano, madri e figlie andavano in massa a lavorare nelle fabbriche. Insieme ai soldati tornati alle loro case, hanno costruito la prosperità di questo Paese, creando una sensazione diffusa di ottimismo. Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, l’America ha sviluppato l’istruzione e l’innovazione, diventando il leader mondiale nello spazio, nella tecnologia e nella produttività, superando i sovietici e spingendoli a una bancarotta economica pari alla loro disfatta morale. Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, con l’inizio della Guerra fredda, i membri della “più grande generazione” hanno unito l’America e il mondo libero intorno a valori e azioni condivisi che hanno cambiato la storia. Hanno unificato le strutture militari e di sicurezza degli Usa, creando il Dipartimento della difesa e il Consiglio di sicurezza nazionale. Hanno ripensato gli approcci degli Usa nei confronti del mondo, dando vita all’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, all’Ufficio del rappresentante degli Stati Uniti per il commercio e ai Peace Corps. Hanno dato vita ad alleanze, come la Nato, amplificando il potere della libertà e creando un sistema di commercio mondiale che ha favorito la più grande diffusione di libertà e di sviluppo mai vista nella storia. La nostra era richiede una leadership altrettanto coraggiosa e un senso rinnovato di servizio e di sacrificio che venga condiviso dagli americani e dai nostri alleati in tutto il mondo. Una nuova generazione di sfide Oggi, l’attenzione del Paese è concentrata sull’Iraq. Tutti gli americani vogliono che le truppe Usa tornino a casa il prima possibile. Ma andarsene adesso, o dividere l’Iraq in tre parti per poi andarsene, comporterebbe gravi rischi per gli Stati Uniti e il mondo. L’Iran potrebbe impossessarsi del sud sciita, Al Qaeda potrebbe dominare l’ovest sunnita e il nazionalismo curdo potrebbe destabilizzare il confine con la Turchia. Non vi sono garanzie che la nuova strategia del generale Petraeus avrà in ultimo successo, ma la posta in gioco è troppo alta e le potenziali conseguenze troppo grandi per negare ai comandanti militari e alle truppe sul terreno le risorse e il tempo necessari per tentare di conseguire un successo. Molti ancora stentano a comprendere l’entità della minaccia posta dall’Islam radicale, e in particolare dagli estremisti che promuovono una jihad violenta contro gli Stati Uniti e i valori universali che gli americani sostengono. È comprensibile che il nostro Paese tenda a concentrarsi sull’Afghanistan e l’Iraq, dove muoiono donne e uomini americani. [...] La jihad, tuttavia, è molto più ampia di un singolo Paese, è più ampia dei conflitti in Afghanistan e in Iraq, o di quello tra israeliani e palestinesi. L’Islam radicale ha un unico obiettivo: sostituire tutti gli stati islamici moderni con un califfato mondiale, distruggendo gli Stati Uniti e convertendo all’Islam tutti i non credenti, se necessario con la forza. Questo piano sembra irrazionale, e lo è. Ma non è più irrazionale delle politiche perseguite dalla Germania nazista negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso e dall’Unione Sovietica di Stalin durante la Guerra fredda. E la minaccia è altrettanto reale. [...] La minaccia jihadista è la sfida decisiva della nostra generazione ed è sintomatica di tutta una serie di nuove realtà globali. È ormai diventato un cliché parlare di quanto il mondo sia cambiato dopo l’11 settembre. Il nostro presidente ha reagito in maniera decisa agli eventi di quel giorno e ha intrapreso azioni per proteggere il territorio degli Usa. Se si considerano, però, gli strumenti di cui disponiamo, si rimane sorpresi non da quanto siano cambiate le cose da allora, ma da quanto poco siano cambiate. Nel momento in cui conduciamo guerre in Afghanistan e in Iraq, il livello delle truppe americane e i nostri investimenti nelle strutture militari, in percentuale del Pil, sono più bassi rispetto a qualsiasi altro conflitto rilevante dopo la Seconda guerra mondiale. Decenni dopo che le crisi petrolifere degli anni Settanta hanno posto in evidenza la vulnerabilità degli Stati Uniti, rimaniamo pericolosamente dipendenti dal petrolio estero. Molti degli strumenti di sicurezza nazionale di cui disponiamo risalgono non solo a prima che la maggior parte degli americani avesse accesso a internet e disponesse di cellulari, ma addirittura a prima che avesse la televisione. Le nostre difficoltà in Iraq e in Afghanistan, così come le preoccupanti carenze dalla nostra intelligence, sono ben note. Un numero crescente di esperti si domanda se disponiamo delle capacità per fare fronte a molteplici sfide transnazionali, che vanno dalle malattie pandemiche al terrorismo internazionale. Mentre le Nazioni Unite rimanevano impotenti di fronte al genocidio in Sudan e si dimostravano incapaci di affrontare la pericolosa corsa al nucleare da parte dell‘Iran, noi non siamo andati molto più in là di qualche ritocco ad alleanze internazionali e istituzioni ormai antiquate. Abbiamo bisogno di un dibattito franco su quali politiche e quali sacrifici potranno dare la garanzia di un’America forte e di un mondo sicuro. Come ha osservato una volta il presidente Ronald Reagan, «nel corso della mia vita ci sono state quattro guerre. Nessuna di esse è scoppiata perché gli Stati Uniti erano troppo forti». Perché l’America sia forte, vi è bisogno di un sistema militare forte e di una forte economia. Se vogliamo rimanere forti e costruire un mondo sicuro, con pace, prosperità, libertà e dignità, dobbiamo prendere nuove iniziative. [...] Cambiare è di per sé difficile. Basta guardare quanto tempo ci è voluto perché il governo degli Stati Uniti si confrontasse con la realtà del jihadismo. Gli estremisti hanno bombardato i nostri marines in Libano, hanno bombardato le nostre ambasciate nell’Africa Orientale, hanno bombardato la U.S.S. Cole, hanno addirittura collocato una bomba nel seminterrato del World Trade Center, prima che ci accorgessimo effettivamente della minaccia che rappresentavano. Per cambiare saranno necessari sacrifici da parte del popolo americano, ma sono convinto che l’America sia pronta per la sfida. Al fine di esserne all’altezza, dobbiamo concentrarci su quattro pilastri fondamentali. Costruire la forza militare ed economica degli Stati Uniti Innanzitutto, dobbiamo aumentare i nostri investimenti nella difesa nazionale. Ciò significa aggiungere almeno 100.000 soldati ed effettuare investimenti rimandati da troppo tempo in equipaggiamenti, armamenti, sistemi di combattimento e difesa strategica. Dopo che il presidente George H. W. Bush ha lasciato il suo incarico nel 1993, l’amministrazione Clinton ha cominciato a smantellare l’esercito, sfruttando quello che è stato definito il “dividendo di pace” prodotto dalla fine della Guerra fredda. Ha incassato il dividendo, ma non abbiamo avuto la pace. È come se i nostri leader avessero concluso che la guerra e le minacce alla sicurezza fossero diventate per sempre una cosa del passato; come ha osservato Charles Krauthammer, ci siamo presi una vacanza dalla storia. [...] Il gap negli equipaggiamenti e negli armamenti continua fino a oggi. Nonostante l’aumento della spesa nella difesa, per far fronte alle sfide in Iraq e in Afghanistan, i nostri budget per gli approvvigionamenti e la modernizzazione rimangono insufficienti. Questo scenario desta preoccupazioni per il futuro e mette a rischio il Paese e le nostre truppe, attuali e future, poiché stiamo spremendo al massimo equipaggiamenti vecchi e inadeguati. [...] L’esame dell’andamento della spesa militare in percentuale del Pil mostra risultati interessanti. Grazie alla crescita durante la presidenza Reagan, la spesa ha raggiunto il 6% del Pil nel 1986, contribuendo a mettere alle strette l’Unione Sovietica. Durante gli anni di Clinton, tuttavia, la spesa militare è stata pericolosamente ridotta. Più di recente, sebbene si sia registrato un aumento, meno del 4% del nostro Pil è stato dedicato alla spesa militare di base. Questo moto alterno, dovuto alle dinamiche politiche, ha causato aumento dei costi e insicurezza circa la nostra preparazione militare. Il prossimo presidente dovrà impegnarsi a spendere almeno il 4% del Pil per la difesa nazionale. L’aumento di spesa non dovrà significare, tuttavia, un aumento degli sperperi. Un team di leader del settore privato e di esperti di difesa dovrà condurre un’analisi completa degli acquisti militari. Il Congresso dovrà mettere a punto regole più rigorose per le attività di lobby e sorvegliare molto più attentamente i politici, attuali e passati, che abbiano interessi personali in questo campo. La forza degli Stati Uniti va al di là della sua capacità militare: un Paese non può rimanere una superpotenza militare se ha un’economia di second’ordine. La nostra capacità di influenzare il mondo dipende strettamente anche dalla nostra capacità di mantenere la leadership economica tramite politiche come quelle mirate a uno snellimento del governo, a un calo della pressione fiscale, a un miglioramento delle scuole e dell’assistenza sanitaria, a maggiori investimenti nella tecnologia e alla promozione del libero commercio, sostenendo al contempo la forza delle famiglie, dei valori americani e della leadership morale del nostro Paese. Indipendenza energetica In secondo luogo, gli Stati Uniti devono giungere all‘indipendenza energetica. Le nostre decisioni e il nostro destino non possono dipendere dai capricci degli stati produttori di petrolio. Per alimentare la nostra economia, utilizziamo circa il 25% dell’offerta mondiale di petrolio, ma, secondo il Dipartimento dell’energia, possediamo solo l’1,7% delle riserve mondiali di petrolio grezzo. La nostra forza militare ed economica dipende dalla nostra capacità di giungere all‘indipendenza energetica, lasciandoci alle spalle misure simboliche e producendo effettivamente tutta l’energia che utilizziamo. Ci potrebbero volere 20 anni o più e, naturalmente, continueremo ad acquistare carburante anche dopo tale periodo. Ma porremmo fine alla nostra vulnerabilità di fronte alla chiusura dei rubinetti da parte di Paesi come l’Iran, la Russia e il Venezuela e smetteremmo di inviare quasi 1 miliardo di dollari al giorno ai Paesi produttori di petrolio, alcuni dei quali utilizzano tale denaro contro di noi. Allo stesso tempo, potremmo probabilmente riuscire a limitare le nostre emissioni di gas serra. Per giungere a un’indipendenza energetica, ci sarà bisogno di una tecnologia che ci consenta di utilizzare l’energia in modo più efficiente nelle nostre automobili, nelle nostre case e nelle nostre aziende. Ci sarà bisogno anche di un incremento della nostra produzione nazionale di energia mediante un aumento delle perforazioni offshore nella Riserva naturale nazionale artica, un aumento degli impianti nucleari, un aumento delle fonti rinnovabili (più etanolo, più biodiesel, più energia solare ed eolica) e uno sfruttamento più intenso del carbone. Potranno rendersi necessari investimenti misti o incentivi al fine di sviluppare fonti di energia supplementari e alternative. Sarà una missione quella di creare fonti nuove ed economiche di energia pulita e modi puliti di utilizzare le fonti disponibili già oggi. Sarà utile per la nostra difesa nazionale, per la nostra politica estera e per la nostra economia. E anche se gli scienziati continuano ad avere opinioni diverse su quanto le attività umane impattino sull’ambiente, siamo tutti d’accordo che le fonti energetiche alternative avranno effetti positivi sul pianeta. Per ciascuno e per tutti questi motivi, il tempo dell’indipendenza energetica è ormai giunto. Dare nuovo slancio al nostro potenziale civile In terzo luogo, dobbiamo trasformare con decisione e in maniera radicale le nostre potenzialità civili, al fine di promuovere la pace, la sicurezza e la libertà in tutto il mondo. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’America ha creato strutture mirate a fare fronte alle sfide di un mondo radicalmente diverso da quello degli anni Trenta. [...] Abbiamo bisogno dello stesso livello di ripensamento e di riforme realizzate in occasione di queste critiche congiunture. Oggi, non vi è lo stesso grado di unità tra le nostre risorse internazionali non militari. Troppo spesso ci risulta difficile integrare le strutture civili di cui disponiamo in operazioni coerenti, tempestive ed efficaci. Per esempio, anche in un momento in cui siamo di fronte alla necessità di rafforzare le basi democratiche di un Paese come il Libano, le nostre risorse nel campo dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, delle attività bancarie, dell’energia, del commercio, dell’applicazione della legge e della diplomazia sono sparse tra vari settori separati della burocrazia e sotto autorità diverse. La conseguenza è che siamo rimasti a guardare quando Hezbollah ha portato assistenza sanitaria e scuole in ampie aree del Libano. Indovinate chi la gente ha seguito quando l’estate scorsa è scoppiato il conflitto tra Israele e Libano? Analogamente, la popolarità di Hamas a Gaza e nella West Bank non può sorprendere, se si considera che il gruppo ha dato ai palestinesi servizi fondamentali che né la comunità internazionale, né il governo palestinese hanno potuto offrire. Il problema è altrettanto evidente in Iraq. Nel 2003, mentre l’esercito Usa si muoveva rapidamente e ordinatamente per abbattere Saddam Hussein, molte delle nostre risorse non militari sembravano come impantanate. Poi, quando registravamo vittime e spendevamo oltre sette miliardi di dollari al giorno per la guerra, le autorità civili Usa hanno cominciato a litigare per stabilire quale agenzia governativa doveva pagare i propri dipendenti 11 dollari al giorno di indennità per i pasti. Per rispondere a questi problemi, la Casa Bianca ha cercato di assegnare a un’unica persona il potere di supervisionare tutte le agenzie governative che operano in Iraq e Afghanistan. Permane, però, una situazione di ampia conflittualità tra i diversi enti, che continua a ostacolare i nostri sforzi non solo in queste aree, ma in tutto il mondo. [...] Dobbiamo cambiare radicalmente la cultura delle nostre agenzie civili, dando vita ad approcci dinamici, flessibili e mirati a obiettivi precisi, incentrati sui risultati e non sulla burocrazia. Per ogni regione ci dovrà essere un leader civile che abbia il controllo su tutte le agenzie e i dipartimenti, e che ne sia responsabile, con un ruolo simile a quello del comandante militare unico che guida il Comando centrale degli Stati Uniti. Questi nuovi leader dovranno essere personalità forti e i cui nomi siano noti in tutto il mondo. Dovranno avere obiettivi, budget e poteri di supervisione autonomi e saranno valutati sulla base del loro successo nel promuovere gli interessi politici, militari, diplomatici ed economici dell’America nelle rispettive regioni e nel costruire le fondamenta della libertà, della democrazia, della sicurezza e della pace. Rilanciare e rafforzare le alleanze Infine, per essere all’altezza delle sfide del XXI secolo, dobbiamo rafforzare le partnership e le alleanze già esistenti, e crearne di nuove. L’inerzia, se non addirittura il fallimento, di molte istituzioni risalenti alla Guerra fredda ha reso molti americani scettici riguardo al multilateralismo. Nulla mostra gli insuccessi dell’attuale sistema meglio del Consiglio dell’Onu per i diritti umani, un organo che ha condannato il governo democratico di Israele nove volte, mantenendo praticamente il silenzio sulle ripetute violazioni dei diritti umani da parte dei governi di Cuba, Iran, Myanmar, Corea del Nord e Sudan. Di fronte a una tale ipocrisia, è comprensibile che vi siano americani tentati di schierarsi a favore dell’unilateralismo. Ma questi insuccessi non devono oscurare il fatto che la forza degli Stati Uniti risulta amplificata quando è unita alla forza di altre nazioni. Sia a livello diplomatico, sia a livello militare o economico, gli Stati Uniti sono più forti quando hanno al proprio fianco i loro amici. Di fronte a un mondo in continuo cambiamento, anche le nostre alleanze e i nostri impegni devono cambiare. È chiaro che le Nazioni Unite non sono riuscite ad adempiere il loro scopo di provvedere a una sicurezza collettiva contro l’aggressione e il genocidio. Dobbiamo, pertanto, continuare a esercitare pressioni per una riforma dell’organizzazione, ma nei casi in cui le istituzioni sono fondamentalmente incapaci di fare fronte alle nuove sfide, gli Stati Uniti non devono procedere da soli. Dobbiamo decidere dov’è possibile rafforzare le alleanze esistenti, dando loro nuovo vigore, e dove, invece, è necessario dare vita a nuove alleanze. Sono d’accordo con l’ex primo ministro spagnolo, José María Aznar: per sconfiggere l’Islam radicale dobbiamo rafforzare la Nato. Dobbiamo lavorare insieme ai nostri alleati per accogliere l’invito di Aznar a un maggior coordinamento nel campo della difesa, della sicurezza interna e delle misure contro la proliferazione delle armi nucleari. [...] In nessuna area, la nostra leadership è più importante e urgentemente necessaria di quanto non lo sia nel mondo islamico. Oggi, il Medio Oriente si trova ad affrontare una crisi demografica: più di metà della popolazione ha meno di 22 anni e il Pil di tutti i Paesi arabi messi insieme rimane inferiore a quello della Spagna. L’aumento della popolazione e la mancanza di posti di lavoro creano un terreno fertile per l’Islam radicale. Il Piano Marshall ha dimostrato la nostra capacità di comprendere che la vittoria nella Guerra fredda dipendeva da qualcosa ben al di là della nostra forza militare. [...] Se verrò eletto, uno dei miei primi atti come presidente sarà convocare un summit dei vari Paesi per affrontare questi problemi. Oltre agli Stati Uniti, tra i Paesi partecipanti vi saranno le altre nazioni sviluppate e stati musulmani moderati. L’obiettivo del summit sarà quello di dar vita a una strategia mondiale per sostenere i musulmani moderati nel loro sforzo di sconfiggere l’Islam radicale e violento. Secondo la mia visione, il summit dovrà portare alla creazione di una Partnership per la prosperità e il progresso: una coalizione di stati che raccoglierà risorse provenienti dai Paesi sviluppati e le utilizzerà per dare sostegno alle scuole pubbliche (e non alle madrasse wahabite), al microcredito e alle attività bancarie, al rispetto della legge, ai diritti umani, all’assistenza sanitaria di base e a politiche orientate a un libero mercato, con l’obiettivo di modernizzare gli stati islamici. Tali risorse verranno messe a disposizione da istituzioni pubbliche e private e da organizzazioni di volontariato e non governative. Un elemento fondamentale di tale iniziativa sarà la creazione, per il Medio Oriente, di opportunità commerciali ed economiche che potranno tradursi in una potente spinta non solo all’economia, ma anche all’abbattimento delle barriere che ostacolano la cooperazione, e ciò potrebbe consentire di risolvere anche i problemi più difficili. I Paesi musulmani che perseguono una politica di accordi per il libero commercio con gli Stati Uniti, per esempio, hanno interamente abbandonato il boicottaggio di Israele organizzato dalla Lega araba. [...] Pochi nel 1945 pensavano che i Paesi europei, messi in ginocchio dalla guerra e divisi, avrebbero potuto raggiungere la stabilità e la crescita economica che oggi conoscono. Alcuni di questi Paesi hanno chiesto di creare in Medio Oriente un’organizzazione regionale basata sul modello dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che potrebbe favorire la cooperazione e incoraggiare le riforme necessarie nel campo della politica, dell’economia e della sicurezza, dando sostegno all’integrazione. Le modalità di queste iniziative dovranno essere discusse con i nostri amici nella regione e con i nostri alleati più importanti. Non possiamo, tuttavia, indugiare oltre nell’affrontare questo problema. Limitarci a chiudere gli occhi, sperando che il jihadismo sparirà, non è una soluzione accettabile. Le misure militari degli Stati Uniti non potranno cambiare da sole il cuore e la mente di centinaia di milioni di musulmani. Sono solo i musulmani stessi che possono ultimamente sconfiggere i radicali violenti. Noi dobbiamo lavorare insieme a loro. Le conseguenze che si avrebbero ignorando queste sfide - come quella di un potenziale soggetto islamico radicalizzato in possesso di armi nucleari - sono semplicemente inaccettabili. Andare oltre La nuova generazione di sfide che ci troviamo ad affrontare può sembrare scoraggiante, ma è proprio il confrontarsi con le sfide che ha reso gli Stati Uniti più forti. La confusione e il pessimismo che prevalgono oggi a Washington non riflettono in alcun modo l’eredità degli Stati Uniti e le forze su cui si fondano. Sono convinto che la nostra attuale generazione sarà capace dello stesso coraggio, della stessa dedizione e della stessa capacità di visione delle “più grande generazione”. Recentemente, ho avuto l’onore di essere in compagnia di Shimon Peres, l’ex Primo ministro di Israele. Qualcuno gli ha chiesto del conflitto in Iraq ed egli ha detto: «È necessario porlo in un contesto. L’America è un Paese unico nella storia del mondo. Nel corso dell’ultimo secolo vi è stato un solo Paese che ha sacrificato la vita di migliaia dei suoi figli e delle sue figlie, senza chiedere nulla per se stesso». Peres ha spiegato che nella storia del mondo, ogni volta che c’è stata una guerra, i Paesi vincenti si sono sempre impossessati dei territori di quelli perdenti. «L’America è unica», ha aggiunto. «Non avete preso territori dai tedeschi, né dai giapponesi. Avete chiesto solo terreno sufficiente per seppellire i vostri morti». Siamo una nazione unica, e non vi sono alternative alla nostra leadership. Le difficoltà che stiamo affrontando in Iraq non ci devono far perdere fiducia nella forza degli Stati Uniti e nel loro ruolo nel mondo, né ci devono rendere ciechi di fronte alle nuove sfide che ci troviamo ad affrontare. Il nostro futuro, e quello delle generazioni che verranno, dipenderà dalla decisione con la quale lavoreremo per superare le divisioni in atto oggi a Washington e unire l’America e i nostri alleati per fare fronte a una nuova generazione di sfide globali.

 

Estratto da un articolo apparso su www.ForeignAffairs.org. Copyright 2007 Council on Foreign Relations, publisher of Foreign Affairs. All rights reserved. Distributed by Tribune Media Services.