Quadrimestrale di cultura civile

Alla ricerca del nuovo leader

di Redazione /

Come descrive Massimo Gaggi nel suo articolo in Primo Piano, l’incipiente campagna elettorale per l’elezione del presidente degli Stati Uniti sarà lunga, avvincente e imprevedibile. Per la prima volta da decenni, non si ha in lizza nessun presidente o vicepresidente uscente e i candidati alla nomination sono molti e variegati, con diverse possibili “prime volte” alla presidenza: la prima donna, il primo afro-americano, ecc. Queste elezioni sono importanti non solo per gli americani, ma per tutti, dato il ruolo che gli Usa continuano a rivestire come superpotenza mondiale. Per questo abbiamo voluto dedicare un’intera sezione di questo numero alla spiegazione dei meccanismi elettorali, per noi inusuali, e ai profili personali dei principali candidati, con gli articoli di Marco Bardazzi e della redazione di Washington. Abbiamo poi lasciato la parola ai candidati, utilizzando, dove possibile, articoli in esclusiva, come nel caso di Mitt Romney e Barack Obama, o riprendendo articoli e dichiarazioni già apparsi negli Stati Uniti, ma da noi ancora inediti. Al di là delle diverse posizioni tra, e dentro, i vari partiti, emerge l’immagine di un Paese che sente minacciata la propria leadership ed è alla ricerca, appunto, di un nuovo leader. L’elemento che accomuna i discorsi di tutti i candidati è la convinzione che gli Stati Uniti abbiano il dovere di guidare il mondo e, sia pure con varie sfumature, anche il diritto alla leadership. Per i candidati repubblicani, questo diritto/dovere suona quasi come un imperativo morale, cui sarebbe comunque meglio rispondere in modo non unilaterale, mentre per quelli democratici esso sembrerebbe derivare da una sorta di primogenitura storico-ideologica, che richiede la partecipazione degli altri Paesi, pur guidata. Un dato che contrasta con certi stereotipi europei è che nessun candidato esclude a priori l’opzione militare, considerata da tutti un’ultima ratio, ma da utilizzare anche da soli, se indispensabile per proteggere la sicurezza e gli interessi americani. I temi principali e generalizzati sono appunto la sicurezza, il terrorismo, la politica estera, in particolare il sistema di alleanze, i problemi dell’immigrazione, il welfare e soprattutto la riforma dell’assistenza sanitaria, cui fanno capo buona parte dei problemi del bilancio federale e statale, la cui soluzione rappresenta la maggior differenziazione tra i candidati. Nella prima parte di questo numero, abbiamo, però, voluto prospettare i temi di fondo soggiacenti al dibattito più specificamente politico, così come visti da autorevoli commentatori e accademici. Interessante, sotto questo profilo, è l’analisi che Giovanni Castellaneta, Ambasciatore italiano a Washington, fa delle varie posizioni rispetto a uno dei temi cruciali della campagna: le politiche sociali. Queste toccano anche gli aspetti connessi al principio di sussidiarietà, come mette in evidenza Stanley Carlson-Thies nel suo commento a una recente sentenza della Corte suprema sull’ammissibilità delle sovvenzioni pubbliche alle organizzazioni sociali a base religiosa. L’importanza di queste organizzazioni è dimostrata dal racconto di Timothy Matovina sulla secolare presenza cattolica negli Stati Uniti Con l’intervista esclusiva a Michael Novak, si ritorna sul terreno più propriamente politico, e particolarmente forte è l’accusa all’Europa di rischiare un altro 1938, non più nei confronti del nazismo, ma questa volta del fondamentalismo islamico. Sul versante democratico, Ellen Tauscher, membro della Camera dei rappresentanti, critica, invece, l’unilateralismo di Bush e il suo sistema missilistico, mentre Bruce Katz propone un’interessante agenda liberal, incentrata sul ruolo delle metropoli. Temi particolari, ma non meno importanti, vengono affrontati da Lester Salamon, che propone una nuova governance per la pubblica amministrazione, in cui ancora rispuntano concetti di sussidiarietà, e da Eugene Steuerle, che sottolinea i notevoli problemi finanziari posti dallo Stato sociale e dalla conseguente pressione fiscale, in particolare per la classe media e le famiglie. Infine, Michael Shevack, rabbino di New York e pubblicitario, descrive gli effetti della concentrazione mediatica e dei “nuovi media” sulla democrazia, in una visione un po’ orwelliana. Ulteriori spunti vengono, inoltre, dalla sezione approfondimenti, con gli articoli di Salvatore Abbruzzese sul tema dell’identità, particolarmente importante in una società multietnica e multiculturale, e di Salvò Andò, che affronta il complesso intreccio tra Islam, democrazia e questione femminile, peraltro sentito apparentemente molto più in Europa. L’articolo di Myron Scholes, premio Nobel 1997 per l’economia, sembrerebbe a prima vista a lato delle problematiche finora svolte, ma al di là della raffinata esposizione di questioni tecniche specifiche, pone in rilievo un punto che diverrà sempre più importante per l’economia globale e per la società tutta, vale a dire la corretta gestione degli investimenti finanziari e dei rischi connessi. Nella sua analisi, Scholes fa trasparire chiaramente come, al di là delle necessarie tecniche, l’elemento umano sia determinante, con le sue forze, le sue debolezze, i suoi desideri e, nella finanza come nell’impresa, come nella vita di tutti i giorni, con la sua capacità di assumere rischi di fronte a un obiettivo che vuole raggiungere. E si torna così al filo conduttore della campagna per le prossime, imprevedibili elezioni presidenziali degli Stati Uniti.