Quadrimestrale di cultura civile

Un piano per la prosperità nazionale

di Bruce J. Katz / Vicepresidente della Brookings Institutions di Washington

Introduzione Siamo alla vigilia di un momento eccezionale nella storia americana: la prima elezione presidenziale dal 1952 in cui nessuno dei due partiti politici candiderà un presidente o un vicepresidente in carica. La competizione tra i principali candidati, che faranno a gara per distinguersi di fronte a un pubblico affamato di leadership, ha pertanto tutte le carte in regola per essere incentrata sulle idee e aprire un dibattito serio e attivo sul futuro di questo Paese. L’elezione del 2008 si svolgerà, inoltre, in un periodo dinamico di cambiamenti (demografici, economici, ambientali) negli Stati Uniti e all’estero, che altereranno radicalmente l’insieme di sfide che il Paese si trova ad affrontare. Alla luce di questo momento storico, offrirò alcune considerazioni su cosa dovrebbe essere al centro di queste elezioni, dal punto di vista di una persona immersa quotidianamente nel moto alterno delle comunità americane. Un Piano per la prosperità nazionale Il canovaccio delle prossime elezioni dovrebbe partire da questi spunti. In primo luogo, le aree metropolitane del nostro Paese si stanno riposizionando e stanno diventando i motori della prosperità nazionale, le forze propulsive della sostenibilità ambientale e del progresso sociale. Il mondo, essenzialmente, non è piatto; è, come ha sostenuto Richard Floria, “appuntito” e ogni sua punta rappresenta una metropoli in cui l’economia e la popolazione mondiale sono concentrate in maniera sproporzionata. Uno stupefacente 83% della nostra popolazione vive in aree metropolitane che, nel loro insieme, dominano l’economia e ospitano i settori generatori di ricchezza, i centri di ricerca e innovazione, i porti commerciali e le porte per l’immigrazione. In secondo luogo, nonostante il patrimonio di cui dispongono e la loro posizione dominante, le nostre principali metropoli non possono risolvere la miriade di sfide che si trovano ad affrontare e non sono in grado di sfruttare da sole le innumerevoli opportunità di cui dispongono. New York è la punta più estrema dell’urbanizzazione del nostro Paese e il luogo in cui vengono messe a punto le riforme politiche più avanzate, come dimostrano le iniziative del suo sindaco per la sostenibilità e contro la povertà. Tuttavia, New York ci insegna anche a essere prudenti: le città e le loro aree metropolitane non possono “camminare da sole”, hanno bisogno del supporto di poteri più alti, nazionali e non divini, al fine di crescere e prosperare a lungo termine. Infine, nel momento in cui ci stiamo avvicinando alle elezioni presidenziali del 2008, gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma nazionale - un Piano di prosperità nazionale - per dare alle città e alle metropoli regole e strumenti che consentano loro di sfruttare il potenziale economico di cui dispongono, di crescere in modo sostenibile e di dar vita a una classe media forte, diversificata e dotata di capacità di recupero. Il ruolo delle aree metropolitane Questo Piano deve tener conto della lezione centrale della nostra epoca: la capacità del nostro Paese (così come di ogni Paese avanzato) di competere globalmente e di far fronte alle grandi sfide ambientali e sociali del nostro tempo dipende in larga parte dalla buona salute, dalla vitalità e dalla prosperità delle grandi città e delle aree metropolitane. Si può affermare che ormai siamo a pieno titolo un “Metro-Paese” ed è ormai giunto il momento di cominciare ad agire come tale. Il nostro Paese sta attraversando un periodo di cambiamenti profondi e dinamici. La popolazione sta crescendo a passi da gigante: da 151 milioni nel 1950 a 282 milioni nel 2000. L’anno scorso abbiamo superato la soglia dei 300 milioni e siamo proiettati verso una crescita di altri 120 milioni nei prossimi 43 anni. Solo Cina e India avranno livelli di crescita analoghi. Sono in corso vasti cambiamenti demografici: immigrazione, innalzamento dell’età media, nuclei familiari sempre meno numerosi. In particolare, fin dalla metà degli anni Sessanta, tra i fattori che hanno alimentato la nostra crescita vi è stata un’enorme ondata d’immigrazione: circa 35 milioni di residenti degli Stati Uniti sono nati all’estero. Si tratta di più del 12% della popolazione, la percentuale più alta dal 1920. La globalizzazione ha accelerato lo spostamento della nostra economia dalla produzione di merci all’ideazione, progettazione, commercializzazione e consegna di merci, servizi e idee. L’economia americana è ora saldamente orientata alla conoscenza, guidata dalla tecnologia, globalmente integrata e innovativa. L’innovazione tecnologica ha reso il mondo più piccolo, riducendo virtualmente a zero il costo della trasmissione di informazioni. Trent’anni fa, alcuni futurologi avevano previsto che la ristrutturazione dell’economia americana e i progressi tecnologici del Paese ci avrebbero liberati dai vincoli geografici, portando a una massiccia de-urbanizzazione. Si sono sbagliati: si è verificato il contrario. Le prime 100 aree metropolitane coprono da sole il 12% del nostro territorio, ma accolgono oltre il 65% della popolazione, il 74% dei cittadini con un’istruzione, il 76% dei posti di lavoro nell’economia della conoscenza e l’84% degli immigrati più recenti. Le caratteristiche della nuova era metropolitana La nostra nuova era metropolitana è definita da cinque caratteristiche centrali. La prima è data dalla scala e dalle dimensioni. Nel 1950, gli Stati Uniti avevano 22 comunità metropolitane con popolazioni superiori al milione, e il loro numero è cresciuto a 24 nel 1960, a 38 nel 1980, a 42 nel 1990 e a 49 nel 2005. Con il crescere delle loro popolazioni, le aree metropolitane si sono allargate verso l’esterno, finendo per coprire aree molto vaste. Il termine «urbano» descrive oggi luoghi radicalmente diversi nella forma e nella struttura dal nostro concetto tradizionale di città. In secondo luogo, la nostra era metropolitana è definita dalla rapidità e dalla velocità. Il ritmo di crescita delle nostre principali metropoli è rapido e inarrestabile. In terzo luogo, la mobilità e i flussi migratori tra i Paesi sono tra i principali fattori della crescita metropolitana, soprattutto nelle città che hanno una storia più lunga. Dal 2000 al 2005 le prime 100 aree metropolitane degli Usa hanno accolto 6,6 milioni di nuovi immigrati, vale a dire quasi l’84% di tutti gli arrivi negli Stati Uniti. In quarto luogo, le nostre metropoli sono diventate estremamente complesse e hanno superato la tradizionale divisione tra città e periferia. Occorre considerare questi fatti: - Le periferie, una volta quartieri dormitorio, ora dominano lo scenario economico: solo un quinto dei posti di lavoro delle aree metropolitane è ubicato entro un raggio di tre miglia dal centro tradizionale, mentre un sorprendente 35%, percentuale in crescita, si trova a oltre dieci miglia dai centri delle città. - La povertà, una volta concentrata in misura schiacciante nelle città, oggi si è spostata nei sobborghi: nel 2005, per la prima volta nella storia americana, il numero dei poveri nelle periferie ha superato quello delle zone centrali tradizionali. - Infine, la diversità contraddistingue ora le nostre aree metropolitane: le minoranze etniche rappresentano il 27% delle popolazioni suburbane, contro il 19% del 1990. Eppure, lungi dall’essere morte, le città stanno vivendo una seconda vita, con aree centrali a uso misto, accoglienti quartieri pedonali, fiumi e laghi adiacenti, edifici storici e architetture caratteristiche. In breve, non si tratta più delle città, delle periferie e, soprattutto, delle metropoli dei nostri genitori. La quinta caratteristica è la necessità della connessione. Dove sono concentrati i settori della nostra economia? La produzione di autoveicoli è concentrata a Detroit e nelle regioni metropolitane del cuore industriale del Midwest; l’industria aerospaziale è concentrata a Seattle e St. Louis; quella farmaceutica nelle contee del New Jersey settentrionale, a San Francisco e nel Triangolo della ricerca; la finanza a New York, a Charlotte e a Boston; l’information technology nella Silicon Valley, a San Francisco, Seattle e Washington D.C.; l‘energia a Houston, New Orleans e Atlanta. Perché nascono questi agglomerati? Perché l’economia americana si è sviluppata in una serie di cluster - reti di aziende impegnate nella produzione di prodotti e nell’offerta di servizi simili - e le aziende che ne fanno parte vogliono la vicinanza: di pool di lavoratori qualificati, di servizi specializzati come quelli legali o finanziari, che spesso richiedono un’interazione faccia a faccia, di infrastrutture che consentano la mobilità delle persone e delle merci, e di altre aziende così da potere condividere rapidamente le idee e le innovazioni. La densità, che è l’essenza degli spazi urbani, ha nell’economia della conoscenza un peso ancora maggiore di quello che ha nell’economia industriale. Queste cinque qualità dell’urbanizzazione (dimensioni, rapidità, diversità, complessità e connessione) collocano le città e le loro regioni al centro delle sfide nazionali, così come delle soluzioni. I problemi delle aree metropolitane In tutto il Paese, le aree metropolitane si trovano ad affrontare un’imponente serie di sfide che minacciano la loro capacità di crescere in modo solido, sostenibile e globale. La congestione del traffico toglie linfa alla produttività, creando difficoltà ai lavoratori che vogliono vivere in prossimità dei rispettivi luoghi di lavoro o mantenere una qualità di vita dignitosa, e facendo salire le emissioni di gas serra. Sulle comunità industriali di più lunga data pesa l’eredità di un passato industriale - infrastrutture invecchiate, terreni inquinati e fabbriche abbandonate - che mina la loro capacità di competere con le comunità più recenti nell’attrarre famiglie e attività imprenditoriali. Di fronte alla netta crescita delle disparità di reddito degli anni più recenti, tutte le aree metropolitane sono affannosamente alla ricerca di soluzioni per aumentare l’offerta di posti di lavoro di qualità e meglio retribuiti per i loro lavoratori. E questo mi porta al secondo punto: le metropoli non possono risolvere queste grandi sfide o sfruttare appieno le opportunità di cui dispongono, da sole. Forse non vi è un luogo che più di New York rifletta le sfide implicite nell’obiettivo di sostenere e condividere la prosperità. Prossima alla bancarotta negli anni Settanta, afflitta dal crimine e dalla conflittualità razziale negli anni Ottanta, New York è riuscita a registrare una notevole ripresa negli anni Novanta, guidata dalla globalizzazione che ne ha rivalutato il tradizionale ruolo di centro finanziario, mediatico e della moda che le era proprio, e dal drastico calo del tasso di criminalità, che l’ha fatta tornare una meta turistica e un luogo di attrazione di talenti. La popolazione è cresciuta rapidamente, sia a New York che nella regione adiacente, alimentata in larga parte dagli immigrati, e, secondo le proiezioni, entro il 2030 un altro milione di persone andrà ad aggiungersi agli abitanti della città. La regione metropolitana si sta espandendo in ogni direzione, a nord fino a penetrare nel Connecticut e a ovest oltre il New Jersey settentrionale, verso le contee orientali della Pennsylvania. Economicamente, la città si trova ad affrontare un’intensa concorrenza da parte dell’altra capitale finanziaria globale: Londra. Sul fronte della sostenibilità, sebbene la città e la regione dispongano del sistema di trasporto pubblico più esteso del Paese, la congestione del traffico è notevolmente peggiorata e attualmente si stima che costi alla regione 13 miliardi di dollari all’anno. Nonostante il fatto che la città sia uno dei luoghi ambientalmente più efficienti del Paese, con i newyorchesi che producono il 71% in meno di emissioni di CO2 rispetto all’americano medio, la città produce l’1% delle emissioni totali di anidride carbonica degli Stati Uniti. E per un’ampia quota della popolazione di New York, il divario tra stipendi e prezzi si sta sempre più allargando. Il sindaco Bloomberg ha lanciato una serie di ambiziose iniziative per rafforzare la città, che sta finanziando il più grande piano municipale per alloggi a prezzo contenuto della storia del Paese: nel corso dei prossimi sette anni, prevede di investire miliardi di dollari per costruire e preservare 165.000 unità abitative a prezzo contenuto. Per accogliere nuovi residenti e favorire lo sviluppo, New York sta utilizzando creativamente i poteri urbanistici e di regolamentazione, mirati al recupero delle aree industriali dismesse nelle sue vecchie zone portuali. Per ridurre la povertà, la città ha lanciato programmi finanziati da privati, che premiano i comportamenti positivi, come le visite mediche preventive e una frequenza continuativa della scuola, tramite sovvenzioni in contanti. Per crescere con modalità sostenibili, la città ha messo a punto un Piano 2030 ambizioso e di vasta portata che, nel corso di due decenni, ridurrà del 30% le emissioni di CO2 della città, ricostruirà ed estenderà le sue infrastrutture fondamentali, introdurrà coraggiosi piani antitraffico, creerà abitazioni per un milione di cittadini aggiuntivi e garantirà che tutti i newyorchesi vivano a dieci minuti a piedi da un parco. Queste misure e questi piani sono tutti creativi, aprono nuove vie e si basano su esperienze ampiamente comprovate a livello mondiale. Tuttavia, sollevano una domanda preoccupante e particolarmente impegnativa: una città e metropoli globale, esposta a intense pressioni sociali, economiche e ambientali, può farcela da sola e risolvere autonomamente gli inevitabili effetti collaterali della vita moderna?La necessità di un programma nazionale In fin dei conti, le città e le metropoli agiscono nell’ambito di un contesto di norme costituzionali e legislative stabilite a livelli di governo più alti. Le città si concentrano sui loro problemi, ma non hanno gli strumenti sufficienti per risolverli. Giungo così al punto finale: così come le città e le aree metropolitane hanno bisogno di accorte politiche nazionali e statali per realizzare il loro potenziale economico e crescere in modo sostenibile e globale, la nazione ha bisogno di un programma che riconosca e rafforzi il potenziale economico, ambientale e sociale delle città e delle aree metropolitane. Pertanto, il mio suggerimento per le elezioni del 2008 è: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma nazionale - un Piano di prosperità nazionale - per dare alle città e alle metropoli regole e strumenti che gli consentano di sfruttare il loro potenziale economico, di crescere in modo sostenibile e di dare vita a una classe media forte, diversificata e dinamica. Affrontando questi temi in maniera più specifica le cose si fanno ancora più interessanti e ci si potrebbe chiedere cosa succederebbe: - se avessimo una Società di innovazione nazionale incaricata di gestire tutti gli investimenti federali della prossima generazione nella salute, nell’information technology, nell’energia pulita e nell’ambiente? - Se la politica per le infrastrutture indirizzasse le risorse non verso “ponti che non portano da nessuna parte”, ma verso le aree metropolitane intasate che sono il cuore della nostra vita economica? - Se la politica per le infrastrutture liberasse il potenziale delle forze e degli attori del mercato per dare vita a un’infrastruttura del XXI secolo e a meccanismi di prezzo mirati a gestire la congestione e la crescita? - Se la politica abitativa federale si ponesse l’obiettivo dell‘integrazione economica e stimolasse la produzione, in mercati con prezzi degli immobili in rapida rivalutazione, di alloggi accessibili ai lavoratori con basso, o anche medio, reddito? - Se la politica nazionale sull’immigrazione andasse oltre gli angusti limiti della sorveglianza dei confini e si concentrasse sull’assegnazione alle municipalità, in particolare alle giurisdizioni suburbane, degli strumenti di cui hanno bisogno per integrare decine di milioni d’immigrati nella società americana più ampia? - Se il governo federale, mediante incentivi e ordinanze, rendesse l’energia pulita e l’edilizia verde la norma, invece che l’eccezione? - Se facessimo nostro il concetto secondo cui «chi lavora non deve essere povero» e apportassimo, tra le altre cose, le correzioni necessarie allo stipendio minimo, all’assistenza sanitaria e alle detrazioni fiscali per redditi da lavoro? - Se dessimo vita a un nuovo impegno nazionale per un’istruzione di qualità e che duri tutta la vita, dalla prescuola universale, attraverso le scuole elementari e secondarie, fino all’istruzione superiore (privata e pubblica), alle università e ai college e oltre? Cosa succederebbe se tutte queste politiche venissero condotte all’insegna della terna “economia, ambiente ed equità” e se stabilissimo obiettivi ambiziosi e misurabili che il Paese può prefissarsi, se non addirittura raggiungere, entro il 2030 o forse il 2020? Cosa succederebbe se avessimo un Piano per la prosperità nazionale?Alcune di queste idee, naturalmente, richiederanno nuovi investimenti e, a partire dal 2010, quando scadranno i tagli fiscali previsti dal Presidente, dovremo giungere a difficili compromessi nella politica fiscale nazionale al fine di liberare risorse. Ma non si tratta solo di nuovi flussi di denaro: per poter investire possiamo e dobbiamo anche tagliare i costi, ponendo termine agli investimenti federali in programmi e politiche che è più conveniente lasciare alla pianificazione, al finanziamento e alla realizzazione degli stati e degli enti locali. Il nuovo secolo richiede un nuovo federalismo. Le aree metropolitane sono politicamente inferiori alla somma delle loro parti: sono frammentate, “balcanizzate” e raramente uniscono le loro forze per far approvare una politica a livello nazionale. Vi è quindi un potenziale latente che deve essere sfruttato: come ha scritto recentemente il New York Times, dieci metropoli hanno finora fornito da sole il 60% dei contributi ai principali candidati alle presidenziali. Proviamo a immaginare se i network di leadership di queste regioni riuscissero a correlarsi in modo continuativo tra di loro. Vi garantisco che da tali interazioni emergerebbe chiaramente come ciò che unisce queste aree metropolitane nella loro battaglia per la competitività sia più grande di ciò che le divide. Conclusioni Siamo un Paese con una tradizione commerciale, abituato a confrontarsi con la concorrenza. Se lo facciamo, ci rendiamo conto che stiamo restando indietro rispetto ai Paesi nostri concorrenti, perché manchiamo di politiche nazionali coerenti, esplicite e focalizzate al supporto del buono stato di salute e della vitalità delle aree urbane e metropolitane. I nostri concorrenti globali stanno effettuando investimenti strategici negli elementi fondamentali - infrastrutture, istruzione, luoghi di qualità, efficienza energetica e sicurezza - che sono il fattore trainante di una crescita solida, sostenibile e condivisa. La Germania, per esempio, sta creando un network di città sempre più interconnesse e collegate da una moderna rete ferroviaria e dalla tecnologia. La Cina sta cercando di replicare il nostro vasto network di università e di istituti di ricerca avanzati. Il Sudafrica post-apartheid ha creato municipalità unificate con popolazione mista nera e bianca, garantendo una più equa allocazione delle risorse fiscali e un approccio metropolitano alla competitività e alla crescita. Semplicemente non vi è altro modo per conseguire le nostre priorità nazionali fondamentali - una crescita vigorosa, sostenibile e inclusiva - se non attraverso le metropoli: siamo una “Metro-nazione”, non è possibile alcun ritorno al passato, e dobbiamo accettare questo fatto, farlo nostro e sfruttarlo nel migliore dei modi. Ciò richiederà una profonda riflessione su come ristrutturare il patto tra i vari livelli di governo - federale/statale/metropolitano/locale - e i settori dell’impresa e del volontariato. Dovremo “uscire dal guscio”, per replicare su scala più grande le innovazioni locali, e “uscire dal Paese”, per adattare a un Paese ripiegato su se stesso, come il nostro, le migliori innovazioni provenienti dall’estero. Dovremo organizzarci in maniera differente sull’arena politica, dentro le città e le metropoli e trasversalmente a esse. Sono fermamente convinto che l’America possa agire con lungimiranza, capacità immaginativa e fiducia. Riusciremo a cogliere le possibilità che ci vengono offerte?