Immigrazione Si calcola che negli Stati Uniti ci siano ormai circa 12 milioni di immigrati clandestini: sono una risorsa o un danno per il Paese? Il vero problema è come possiamo riformare il nostro sistema di gestione dell’immigrazione, decisamente in crisi, in una direzione coerente con i nostri valori e con il nostro patrimonio storico. La mia opinione è che si debba attuare un percorso che porti all’acquisizione della cittadinanza per gli immigrati clandestini che rispondono a una serie precisa di requisiti: aver lavorato qui da diversi anni, esser stati sottoposti a controlli di sicurezza rigorosi, aver pagato severe multe, aver imparato l’inglese e assolte le tasse arretrate. Le leggi attuali non funzionano perché non riusciamo a sapere chi entra e chi esce dal Paese, perché consentono a datori di lavoro senza scrupoli di sfruttare i clandestini e perché separano le famiglie. Il presidente Bush e un gruppo di senatori di entrambi i partiti hanno proposto una significativa riforma in materia. Qual è la sua opinione al riguardo? Voglio un progetto di legge che rispetti i valori della nazione e il nostro passato di emigranti, affermando nel contempo la sovranità della legge. Come nazione, noi annettiamo un valore particolare alla compassione, al rispetto della legge, a politiche che aiutino la famiglia, ma le nostre leggi sull’immigrazione non rispecchiano tutto questo. Personalmente, ho proposto un emendamento, bipartisan, diretto a riunire le famiglie degli immigrati, ma purtroppo non è passato. Un punto che desta gravi preoccupazioni è il programma sui lavoratori ospiti, che rischia di creare una sottoclasse permanente di lavoratori senza diritti, con riflessi negativi anche per i lavoratori americani. Comunque, sono convinta che sia necessaria una riforma globale sull’immigrazione ed è una delusione che i repubblicani si siano sostanzialmente opposti al progetto di legge. Pensa che sia importante per gli Usa attrarre un maggior numero di immigrati con alti livelli di educazione e professionalità? E cosa occorrerebbe per farlo? Dobbiamo continuare ad attrarre e sviluppare le persone più capaci e brillanti, sia americani che stranieri. Credo anche che gli studenti che vengono a studiare qui e che noi abbiamo formato debbano avere l’opportunità di rimanere a lavorare in America, piuttosto che tornare nel loro Paese e fare concorrenza ai nostri lavoratori. Sono però anche convinta che dobbiamo investire sui lavoratori americani. Economia A partire dal 2000, la classe media americana sta soffrendo per la difficoltà che il suo reddito ha a tenere il passo con l’inflazione. Contemporaneamente, chi godeva di redditi elevati ha aumentato il proprio grado di prosperità. Cosa farebbe per aiutare chi è rimasto preso nella morsa del continuo aumento del costo della vita? Io credo in politiche economiche basate sul principio della prosperità condivisa. La classe media è il motore della nostra economia e la crescente disuguaglianza minaccia il sogno americano. Gli stipendi sono fermi, ma il costo della vita continua a salire: per esempio, i premi dell’assicurazione sanitaria si sono almeno raddoppiati negli ultimi sei anni. Occorre rivedere le nostre politiche economiche nel senso di una maggiore giustizia, allargando le opportunità e promuovendo la crescita economica. Nella mia agenda sono inclusi il taglio agli incentivi per le società che portano posti di lavoro e profitti fuori dal Paese, il ritorno della politica fiscale al governo, la possibilità per ogni giovane di frequentare il college e assicurare che l’istruzione parta dall’infanzia per continuare anche in età adulta. Quindi, sostenere maggiormente le scuole delle comunità, far sì che i lavoratori possano guadagnare abbastanza per mantenere le loro famiglie e risparmiare per il futuro, assicurare che ogni americano abbia un’assistenza sanitaria di qualità a costi sostenibili e fare tutti gli investimenti necessari per creare nuovi lavori ben pagati. La richiesta che siano i datori di lavoro ad assumersi l’onere dell’assicurazione sanitaria per i lavoratori è la strada per raggiungere la copertura assicurativa universale? In che altro modo si potrebbe ridurre la massa dei 47 milioni di americani senza assicurazione? Nei tentativi di dare copertura sanitaria a un maggior numero di americani ho moltissima esperienza, anzi, ne porto ancora le cicatrici. Una delle ragioni per cui mi sono candidata è, appunto, assicurare che ogni americano abbia l’assistenza sanitaria ed è dal primo giorno di questa campagna che parlo della necessità di un sistema di assistenza universale, sulla base di tre principi guida: costo, qualità e copertura. L’obiettivo dell’assistenza universale potrà essere raggiunto solo se metteremo i costi sotto controllo. Ciò sarà possibile utilizzando la tecnologia informatica, ponendo un accento particolare sulla prevenzione, spingendo per procedure, medicine e protocolli più efficaci. Data la situazione deficitaria dell’assistenza sociale e sanitaria, i buchi nel bilancio federale e il basso tasso di risparmio, qualcuno prospetta una crisi nelle finanze dello Stato. Si possono risolvere questi problemi e trovare soldi per l’assistenza sanitaria, le infrastrutture e la difesa senza alzare le tasse? Nei prossimi decenni, il nostro Paese ha di fronte sfide che possono essere affrontate solo con un ritorno al rigore fiscale. Il presidente Bush ha sperperato un surplus di bilancio di 5,6 trilioni di dollari e ci ha lasciato con disavanzi enormi. Per questo ho guidato la battaglia in Senato per ripristinare una fiscalità sana e da presidente lavorerò per riportare il bilancio in pareggio. Infine, ho depositato recentemente una serie di proposte per tagliare i costi della sanità e alcune faranno risparmiare diversi miliardi al Fondo Medicare. Sicurezza nazionale Quali sono le tre principali iniziative che assumerebbe come presidente per proteggere gli americani da attacchi terroristici? Se l’intelligence è un punto cruciale, in quale grado la unificherebbe e con quali precauzioni? La prima e principale responsabilità del presidente è difendere l’America e proteggere gli americani. Come senatrice di New York ero tra le macerie del World Trade Center nei giorni dopo l’11 settembre. Anche in questo momento c’è chi sta pianificando altri disastri contro di noi: c’è una minaccia terroristica globale che dobbiamo affrontare. Come presidente lavorerò insieme ai nostri alleati per sconfiggere il terrorismo fuori dai nostri confini, e con tutti i livelli di governo per difenderci qui, a casa nostra. In Senato mi sono battuta per apportare miglioramenti rilevanti alla sicurezza dei nostri trasporti e infrastrutture e ho presentato un disegno di legge perché le comunità più esposte, come la città di New York, possano avere le risorse che gli occorrono. Quanti soldati dovrebbero dispiegare gli Usa in Iraq? Quale dovrebbe essere la loro missione? Quanto a lungo dovrebbero restarci? Quali le conseguenze di un ritiro delle truppe americane? Riporterò i nostri soldati a casa. L’ideologia sbagliata e il fallimentare processo decisionale che ci hanno portato in Iraq hanno avuto un effetto devastante sulla nostra leadership nel mondo e continuano a togliere giovani vite americane e a bruciare miliardi di dollari ogni mese. È dal 2005 che sto spingendo per un graduale ritiro e un ridispiegamento strategico delle nostre forze fuori dall’Iraq. E continuo a premere per un processo che terminerebbe la guerra, difendendo la nostra sicurezza, basato su tre fasi: cominciare a riportare i nostri soldati a casa, chiedere agli iracheni di assumersi la responsabilità del loro Paese, in caso contrario perderebbero il nostro aiuto, iniziare un intenso lavoro diplomatico nella regione. Ho anche proposto di togliere l’autorizzazione alla guerra per l’11 ottobre 2007, nel quinto anniversario della delibera che la autorizzò. In Iraq è in corso una guerra civile da cui dobbiamo uscire. La nostra migliore speranza di spingere gli iracheni a trovare le soluzioni politiche per farla finita con questa violenza settaria è il ritiro delle nostre truppe, e per la stabilità della regione è impegnare gli attori regionali in un serio lavoro diplomatico. Secondo molti, l’immagine all’estero degli Stati Uniti è stata fortemente danneggiata dalla presidenza Bush. Lei è d’accordo? E come risolleverebbe la reputazione nazionale a livello mondiale? Sono pienamente d’accordo. Questa amministrazione ha sistematicamente distrutto il sistema di alleanze costruito con fatica negli anni e indebolito la nostra più grande risorsa, l’autorità morale dell’America, contraddicendo mezzo secolo di internazionalismo praticato da amministrazioni sia democratiche che repubblicane. Il prossimo presidente assumerà la sua carica in un momento in cui gli Stati Uniti devono affrontare la più grande confluenza di sfide della storia recente. Dobbiamo riprendere il nostro posto nel mondo con una nuova politica estera che serva il nostro interesse nazionale, ricostituisca la nostra autorità morale, lavori con i nostri alleati per trovare soluzioni a problemi come il riscaldamento globale, l’Aids e il terrorismo, che modernizzi le nostre forze armate e porti avanti con fiducia i nostri valori. L’America deve essere la guida del mondo e non possiamo esserlo se non restituiamo la grandezza e l’integrità dell’America agli occhi del mondo: ecco perché dobbiamo schierarci per la libertà e la giustizia, il diritto e il progresso, la pace e la sicurezza. Sfidando le Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran si sta avviando verso la disponibilità di armi nucleari. Lei aprirebbe colloqui diretti con il governo iraniano e quale sarebbe la sua strategia se l’Iran arrivasse sul punto di avere un armamento atomico? Come ho detto e continuerò a ripetere, la nostra politica deve essere chiara e inequivocabile: non possiamo permettere all’Iran di costruire o acquistare armi nucleari. Dopo i primi colloqui con Iran e Siria sull’Iraq, l’amministrazione dice che non è certo che servano altre discussioni. Io penso che dovremmo continuare a parlare con l’Iran, e non solo dell’Iraq, ma anche del nucleare. Non mi faccio nessuna illusione sull’Iran e i suoi leader, ma anche durante la Guerra fredda abbiamo continuato a parlare con l’Unione Sovietica, nonostante le migliaia di missili puntati sulle nostre città e le minacce dei suoi leader. Fu una strategia intelligente intrapresa da presidenti democratici e repubblicani, anche se spesso è stata difficile.
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