Le “novità” della prossima campagna elettorale Confusa, imprevedibile, avvincente, la più lunga (e dispendiosa) campagna elettorale americana del Dopoguerra per ora ci consegna solo due certezze: il collasso dell’ortodossia conservatrice dei repubblicani che, ancora due anni fa, erano convinti di poter stabilire un’egemonia politica e culturale destinata a tenere i democratici lontani dalla Casa Bianca per decenni; il progressivo allontanamento dei democratici dall’interpretazione liberista dell’economia di mercato che aveva caratterizzato - negli anni Novanta - la presidenza di Bill Clinton e che è stata fino a tempi assai recenti la “cifra” anche di politici “liberal” come lo stesso John Kerry, lo sfidante di Bush nel 2004. I candidati in corsa sono per ora moltissimi e, almeno in campo repubblicano, è difficile misurarne la forza. Rudy Giuliani è ancora il frontrunner, ma, mese dopo mese, la sua posizione si va indebolendo, mentre l’altro “pezzo da 90”, il senatore John McCain, paga il suo sostegno alla guerra in Iraq e all’amnistia per gli immigrati clandestini (poi bloccata dal Congresso) con un crollo nei sondaggi e nella raccolta dei fondi necessari per sostenere la sua campagna elettorale. Cresce Mitt Romney che, però, in quanto mormone, piace assai poco alla destra evangelica. Il disorientamento degli elettori conservatori lo si misura dai consensi che, all’inizio dell’estate, hanno cominciato a coagularsi su Fred Thompson, più che un politico una ex star del serial televisivo Law and Order, con un lungo passato di lobbista. Lungo e imbarazzante, se è vero che in anni ormai lontani ha lavorato anche per clienti interessati a evitare che il Congresso introducesse norme volte a limitare il diritto delle donne di abortire: non la migliore delle credenziali per uno che, non avendo programmi credibili, né una vasta esperienza politica, punta tutto sull’immagine del mastino superconservatore. Anche sullo schieramento dei personaggi che si contenderanno la nomination alle primarie, non è ancora detta l’ultima parola: Newt Gingrich non è entrato in gara, ma non ha nemmeno escluso categoricamente una sua partecipazione. E poi c’è l’incognita Bloomberg, che ha lasciato i repubblicani, ma potrebbe sempre candidarsi come indipendente, sparigliando tutti i giochi. Quanto ai programmi, le differenze ci sono, ma sono spesso enfatizzate o minimizzate in modo strumentale, tattico. L’unica cosa sulla quale tutti i candidati repubblicani sono d’accordo è il giudizio negativo sull’operato del loro presidente Bush, in quasi tutti i campi. Sull’eventuale ritiro dall’Iraq, però, i tre esponenti repubblicani più accreditati sono prudenti: molto più di quella consistente (e crescente) parte del loro stesso partito che ormai punta a un rapido disimpegno. Anche sulla sanità, Romney (che, da governatore del Massachusetts, ha varato una riforma-pilota, poi imitata da vari Stati dell’Unione), Giuliani e McCain sembrano avere idee abbastanza simili: modifica di un sistema che ormai fa acqua da tutte le parti, tentando di ridurre in modo sostanziale il numero degli americani senza alcuna copertura assicurativa (oggi sono ben 46 milioni), ma senza cadere nella tentazione di una “medicina socializzata”. Dunque, nuove regole, più controlli e un maggiore sostegno federale a favore delle famiglie meno abbienti (quelle che non sono in grado, col loro reddito, di acquistare una polizza sanitaria), ma tutti e tre immaginano un sistema che rimanga fondato sulle assicurazioni private. Sui temi etici, le posizioni oscillano dall’imbarazzo di Giuliani che non può contraddire le sue posizioni “liberal” sulle coppie gay e l’aborto, ma cerca di convincere gli elettori che una cosa sono le sue convinzioni personali, altra cosa i principi accettati dalla maggioranza dei suoi elettori che intende tradurre in azioni di governo, al rigido conservatorismo di Mitt Romney che, per tagliare la strada a un candidato ancora davanti a lui nei sondaggi, sta provando a indossare i panni dell’integralista. Così facendo, tra l’altro, rinuncia a giocare quella che - dopo sette anni di governo Bush caratterizzato da pasticci e disfatte di ogni tipo - sembrava la sua carta migliore: il curriculum di un personaggio che, tanto da imprenditore quanto da governatore, ha mostrato grandi capacità amministrative. I programmi su immigrazione e sanità Il tema sul quale i programmi dei candidati conservatori differiscono di più è, forse, quello della linea da seguire nei confronti dei 12-14 milioni di immigrati clandestini (quasi tutti ispanici) che vivono negli Usa. McCain è favorevole a una sanatoria, visto che nessuno pensa seriamente di cacciare via comunità ormai consolidate nel mercato del lavoro americano, incardinate nella macchina produttiva Usa. Una posizione pragmatica, ragionevole, ma l’emergere di un crescente risentimento nell’opinione pubblica nei confronti del fenomeno “clandestini”, ha spinto altri candidati - come, per esempio, Romney - ad attestarsi su posizioni più dure. Tom Tancredo, un parlamentare del Colorado considerato fino a poco tempo fa poco più che un personaggio folkloristico, si è conquistato la statura di candidato nazionale alla presidenza proprio grazie a una linea intransigente sugli immigrati che, secondo lui, vanno rispediti a casa. Gli industriali, che hanno bisogno del lavoro a basso costo degli immigrati e che sono i principali finanziatori dei repubblicani, non condividono queste posizioni. Ma oggi molti candidati considerano politicamente suicida spalleggiare le imprese, visto che i sondaggi segnalano un’impennata dell’avversione degli elettori per il fenomeno dell’immigrazione clandestina: il 40% dei repubblicani e il 25% degli elettori democratici lo considerano, addirittura, il problema principale che il Paese ha davanti. Ovviamente, c’è da chiedersi per quanto tempo resteranno vivi questi umori che sicuramente sono stati alimentati dal recente, accesissimo, dibattito parlamentare sulla possibile sanatoria. Il Congresso ha ormai accantonato questo tema. Se ne tornerà a discutere dopo le elezioni del 2008. Anche la sensibilità degli elettori potrebbe quindi scemare, sempre che gli scontri degli ultimi mesi non producano, dopo l’estate, uno strascico di conflitti con le comunità degli immigrati. A destra, insomma, il quadro è ancora frastagliato. L’elemento che emerge con più chiarezza è la crisi dell’ortodossia conservatrice. Nelle ultime due elezioni presidenziali (2000 e 2004) il partito repubblicano, con l’abile regia dello stratega della campagna di Bush, Karl Rove, era riuscito a imporre una certa omogeneità ideologica ai candidati sui temi chiave: Iraq, libero commercio, questioni etiche. Su questa piattaforma Rove aveva poi costruito l’alleanza con la destra evangelica, che probabilmente in alcune realtà - per esempio, uno stato “in bilico” come l’Ohio - è risultata decisiva per la vittoria. Ma gli errori a ripetizione commessi da Bush sulla guerra e anche su molte scelte economiche e di politica interna, il depauperamento di una struttura amministrativa che ha fallito la missione di soccorrere rapidamente le vittime dell’uragano Katrina e la dilatazione della spesa pubblica, hanno ridotto l’ortodossia conservatrice a un cumulo di macerie. Un processo di ridefinizione del repubblicanesimo, iniziato nel 1964 con la nomination di Barry Goldwater e arrivato a maturazione col “reaganismo”, sembra ora destinato a disperdersi sull’onda delle disfatte di Bush che non solo non sa come uscire dall’Iraq, ma non è riuscito a varare le principali riforme che aveva in agenda - pensioni, sanità, immigrazione - soprattutto per l’ostilità di una parte del suo stesso partito. In campo democratico, il quadro è relativamente più nitido: il ritiro dall’Iraq è in cima all’agenda di tutti e tre i candidati principali, sia pure con vari accenti. Hillary Clinton è più prudente, anche perchè a suo tempo votò, in Senato, a favore dell’intervento militare nel Golfo. John Edwards è più radicale: ritiro “senza se e senza ma” e una nuova politica estera basata sui principi del multilateralismo. Infine, Barack Obama, che sull’Iraq può vantare coerenza (è stato contrario all’intervento fin dal primo giorno), chiede il ritiro entro il marzo 2008, ma non pensa a un’America che “mette i fiori nei cannoni”: gli Usa dovranno continuare a intervenire anche militarmente laddove i loro interessi vitali sono minacciati, a cominciare da un maggior impegno contro i talebani in Afghanistan. Sulla sanità, tutti i candidati principali propongono riforme che garantiscano una copertura “universale” (cioè estesa a tutti i cittadini) e pensano a un maggiore ruolo dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la cura delle fasce più deboli della popolazione. Obama, Edwards e la Clinton attaccano, inoltre, a fondo le assicurazioni, accusate di aver badato solo a fare profitti, anzichè applicare correttamente le regole dell’economia di mercato alla sanità. Non si spingono, però, fino al punto di proporre il modello europeo di “medicina socializzata”, per usare un’espressione che spaventa gli americani e che, proprio per questo, viene frequentemente usata dagli esponenti repubblicani. Il futuro dell’economia Compatti sulla sanatoria per i clandestini (pur sapendo che anche tra gli elettori democratici sta montando l’insofferenza per il fenomeno), i candidati della sinistra americana sono, invece, in mezzo al guado per quanto riguarda la ridefinizione della loro visione dell’economia e, in particolare, del libero scambio. Nella campagna elettorale di quattro anni fa, John Edwards, col suo populismo, la richiesta di una politica economica a favore dei poveri e di protezioni per quello che restava delle produzioni industriali americane tradizionali, era una voce stonata nel coro del “mercatismo” dominante in un partito ancora legato alla “Clintonomics” degli anni Novanta. Ma ormai anche i principali interpreti di quella politica - il banchiere Robert Rubin e l’economista Larry Summers, che furono i ministri del Tesoro della presidenza Clinton - si sono convinti che il libero scambio - in sé sempre valido - va corretto con interventi di redistribuzione del reddito, visto che la globalizzazione sta penalizzando i lavoratori non specializzati dei Paesi avanzati, molto più di quanto era stato messo in conto anni fa dalle “teste d’uovo” della sinistra. Quindi, ritorno all’uso della leva fiscale per aumentare il prelievo su chi percepisce redditi più elevati, maggiori sostegni per chi perde il lavoro o deve accettarne un altro con un salario più basso, più fondi per la scuola e l’aggiornamento professionale. Ma anche molta più durezza nell’attuazione degli accordi commerciali. In gran parte, si tratta di una reazione all’eccessivo lassismo dell’amministrazione Bush: il presidente attuale ha dato un totale via libera alle importazioni cinesi a basso costo nella convinzione che di ciò avrebbe beneficiato comunque il cittadino-consumatore (messo in condizione di fare una spesa più consistente a parità di dollari in tasca) e l’economia nel suo complesso (inflazione più bassa e impulso a una maggiore produttività del sistema). Quella ricetta ha in buona parte funzionato, ma con gli “inconvenienti” di un crescente trasferimento di manifatture e posti di lavoro americani dall’altra parte del Pacifico e di importazioni “inquinate” da una consistente quantità di prodotti di bassa qualità o contraffatti: prodotti spesso assai pericolosi come dentifrici “avvelenati”, giocattoli dipinti con vernici nocive per la salute, partite di pneumatici difettosi. È ragionevole chiedere, come fanno i principali candidati democratici, una politica commerciale più dura nei confronti della Cina, per esempio condizionando nuovi accordi a una rivalutazione dello yuan (moneta che viene tenuta artificialmente bassa dalle autorità di Pechino), al rispetto di condizioni di reciprocità negli scambi, a una vera lotta alle contraffazione e all’introduzione di un efficace sistema di controllo della qualità. Ma, ovviamente, seguendo questa deriva, il rischio di approdare a posizione protezioniste non è irrilevante: fa una certa sensazione vedere Hillary Clinton, la moglie di un presidente che è stato un grande fautore della libertà dei commerci, opporsi al nuovo accordo sugli scambi tra gli Usa e un Paese “amico” come la Corea del Sud. È una situazione che preoccupa molto gli imprenditori che tendono comunque a sostenere la Clinton considerata - nel nuovo contesto - “il minore dei mali”, ma che vedono nel governatore del Nuovo Messico, Bill Richardson, l’unico vero sostenitore, in campo democratico, di una politica pro-business. Ma le possibilità di Richardson - il primo candidato ispanico alla presidenza - di ottenere la nomination sono prossime allo zero. Una campagna elettorale molto competitiva come quella americana rende difficile il confronto pacato su piattaforme programmatiche nitide. Ciò è ancor più vero quest’anno, visto che le candidature senza alcun ancoraggio (per la prima volta da oltre mezzo secolo a questa parte non sono in corsa né un presidente, né un vicepresidente uscente), lo schiacciamento della campagna imposto dall’anticipo di tutte le elezioni primarie più importanti al 5 febbraio prossimo e l’affastellarsi delle novità (il primo candidato nero, il primo ispanico, la prima donna, il primo italo-americano), rendono la campagna quanto mai febbrile e convulsa. Ottimo per i giornalisti, un po’ meno per chi è preoccupato per i destini dell’America.
Una campagna lunga e avvincente
di Massimo Gaggi / Inviato de «Il Corriere della Sera» negli Stati Uniti. Autore di “Dio, Patria, Ricchezza. Inchiesta sull’America”
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