Il popolo ebraico conta circa 14.500.000 persone secondo una definizione operativa ispirata a quella della Corte Suprema israeliana. Per essere ebreo oggi – per lo meno ai fini di una ricerca quantitativa – conta prima di tutto la volontà di volersi identificare personalmente con il popolo ebraico, attraverso l’intera gamma tra il molto religioso, il non religioso, e l’anti-religioso, senza però aderire a nessun’altra religione. Rispetto alla popolazione ebraica totale mondiale, circa 6,5 milioni vivono in Israele (oltre a circa 370.000 membri delle rispettive famiglie che non sono registrati come ebrei dal Ministero dell’Interno), mentre circa 8 milioni vivono nella diaspora, di cui 5,7 milioni negli Stati Uniti e 2,3 milioni altrove, principalmente in Francia, Canada, Regno Unito, Argentina, Russia, Germania, e Australia, Paesi ognuno con oltre 100.000 ebrei.
Dal punto di vista della demografia, il popolo ebraico si confronta oggi con due grandi interrogativi: arriverà il giorno in cui la maggioranza del popolo ebraico vivrà nello Stato d’Israele che è nato espressamente per dare a questo popolo la sovranità e la dignità politica che gli compete e di cui era stato privato per quasi diciannove secoli? E potrebbe arrivare il giorno in cui gli ebrei non costituiranno più la maggioranza degli abitanti del loro Stato? Per rispondere a queste due domande occorre avventurarsi nei dettagli di una non semplice analisi demografica.
La demografia non è una chimera o un demone – come qualcuno vorrebbe suggerire – ma è una disciplina accademica che richiede conoscenza delle fonti dei dati e dei metodi di ricerca, comprensione della teoria e capacità di applicarla. Anche se i risultati della demografia hanno importanti implicazioni per la politica, è necessario innanzitutto conoscere e analizzare i fatti, non nasconderne o ignorarne una parte, e non ridurli a servitori di un’idea politica. Oggi, specialmente in Israele, esiste una certa corrente revisionista che tende a ignorare le risultanze di ricerca per adattarle a determinati propri fini di carattere marcatamente politico. Quello cui mirano i propugnatori di queste correnti, in realtà, non è la demografia in quanto tale ma ben altro: la permanenza definitiva di Israele nei territori occupati in Cisgiordania. La loro tesi, per essere sostenibile, deve necessariamente sbarazzarsi del fastidioso intralcio del cosiddetto”problema demografico”. E in effetti, a proposito della situazione demografica nel mondo ebraico e in Israele, è del tutto possibile che, secondo una definizione strettamente rabbinica di chi è ebreo, non sussista oggi una maggioranza ebraica tra tutti i residenti (compresi i residenti temporanei) dell’intera area di circa 28.000 km2 compresa tra la costa del mare Mediterraneo a Ovest e il fiume Giordano a Est.
Rileggiamo allora innanzitutto i dati principali sul bilancio demografico in Israele e nei Territori. L’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) – l’organismo ufficiale, competente, e di provata indipendenza professionale preposto in Israele alla raccolta e all’elaborazione dei dati su tutti gli aspetti della vita – informa che la popolazione attuale di Israele ammonta a 8.585.000 persone, di cui 74,8 per cento ebrei, 20,8 per cento arabi, tra cui musulmani, cristiani e drusi, e 4,4 per cento altri, tra cui i cristiani non arabi, e soprattutto i non appartenenti ad alcuna religione o nazionalità etnica che fanno parte di famiglie arrivate in Israele sotto l’egida della Legge del Ritorno. Inclusi nei dati su Israele sono anche i circa 220.000 ebrei e i circa 320.000 arabi residenti nei quartieri di Gerusalemme est, e i 400.000 residenti israeliani in Cisgiordania e sulle alture del Golan.
Il tasso di fecondità delle donne ebree di Israele è un po’ aumentato in questi ultimi anni e supera i 3 figli in media, mentre è un po’ sceso tra le donne arabe che però hanno ancora una fecondità superiore a quella delle ebree. La natalità relativamente alta nelle famiglie ebraiche israeliane riflette l’aumentato tenore di vita e dunque le migliorate possibilità economiche e di alloggio per chi voglia allargare la propria famiglia, e un diffuso senso di ottimismo riguardo alla vita e al futuro. Israele, nonostante i suoi numerosi problemi strategici e militari, si classifica tra i primi Paesi al mondo secondo questo indicatore di ottimismo.1
La variabile simmetrica alla natalità è ovviamente la mortalità. La popolazione israeliana gode di uno stato di salute generalmente buono e la speranza di vita è fra le più alte al mondo, specialmente nella popolazione maschile. La speranza di vita degli arabi è ancora inferiore in una certa misura a quella degli ebrei, anche se sorpassa quella di quasi tutti i Paesi musulmani circostanti. Tuttavia, poiché la composizione per età della popolazione araba è più giovane, il relativo tasso di mortalità è molto inferiore a quello degli ebrei, e così l’incremento naturale (differenza tra nascite e morti) è molto più alto. Infatti, lo scorso anno il numero degli ebrei in Israele è aumentato dell’1,9 per cento, compresa la crescita naturale e l’immigrazione (che è diminuita rispetto all’anno precedente), mentre il numero di arabi è aumentato del 2,2 per cento. La percentuale di arabi israeliani rispetto al totale è quindi cresciuta, sia pur di poco, e la percentuale di ebrei è leggermente diminuita. Alquanto simbolicamente, nel corso dell’ultimo anno il nome più frequente dato ai neonati maschi in Israele è stato Mohammed. Fin qui la demografia dello Stato d’Israele.
Il dibattito sulla demografia è molto più problematico riguardo alla popolazione dei territori occupati in seguito alla Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, di cui ricorre tra breve il cinquantenario. Fino agli inizi degli anni Novanta, il CBS israeliano è stato anche responsabile per i dati relativi ai territori palestinesi. In seguito è stato fondato l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica (PCBS), che è un’organizzazione professionale ma anche molto esposta a pressioni politiche. I dati provenienti da Ramallah vanno pertanto letti attentamente ma con grande cautela. I critici attaccano chi si affida esclusivamente ai dati del PCBS, ma io non sono uno di loro. Si è voluto sostenere che nella popolazione stimata della Cisgiordania vengano inclusi una seconda volta gli arabi di Gerusalemme est, già inclusi nel calcolo della popolazione israeliana, fatto che solo uno sprovveduto non capirebbe.
Secondo le nostre più aggiornate stime, all’inizio del 2016 vi erano 2.448.800 palestinesi in Cisgiordania, non compresa Gerusalemme est, e 1.750.600 a Gaza, per un totale di 4.199.400 abitanti. Queste stime si ottengono dopo aver dedotto tutti coloro che vivono stabilmente all’estero, tenendo conto di un saldo negativo nelle migrazioni da e verso i territori palestinesi, e supponendo che i tassi di crescita annuali siano identici a quelli dei musulmani in Israele, vale a dire il 2,9 per cento tra il 1997 e il 2007, e circa il 2,2 per cento nell’ultimo anno. Secondo il PCBS palestinese, a metà del 2016 vi erano 2.935.000 abitanti in Cisgiordania, di cui 225.000 a Gerusalemme est (dunque inclusa dai palestinesi) e 1.882.000 a Gaza, per un totale di 4.817.000, con tassi di crescita annuali molto più alti. È interessante notare che secondo l’esercito israeliano (Zahal-IDF) e l’Amministrazione Civile dei territori, che tiene una propria anagrafe, il numero dei palestinesi in Cisgiordania era di 2.919.350 all’inizio del 2016, esclusa Gerusalemme, con un tasso di crescita annuo del 2,57 per cento. Zahal-IDF però riconosce che alcuni di loro vivono all’estero la maggior parte del tempo. Il numero dei palestinesi e il tasso di crescita su cui si basano le nostre stime sono dunque alquanto inferiori a quelle ufficiali di Zahal-IDF e dell’Amministrazione Civile israeliana, oltre che della statistica di fonte palestinese, ma molto superiori a quelle poco credibili proposte dai critici.
Se consideriamo ora il totale della popolazione in Israele, in Cisgiordania, a Gaza, e sulle alture del Golan, compresi i lavoratori stranieri, i turisti il cui visto è scaduto e i profughi che risiedono nel Paese legalmente o illegalmente, all’inizio del 2016 vivevano tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano 12.890.800 persone. I 6.336.400 ebrei secondo la definizione del Ministero degli Interni israeliano costituivano il 49,1 per cento del totale: quasi un pareggio, ma certo non abbastanza per rappresentare la maggioranza. Nell’intero territorio compreso in questa indagine (Israele e territori palestinesi) è esistita in realtà una maggioranza ebraica tra gli anni Cinquanta e l’inizio del decennio in corso. Il punto di massima si è verificato attorno al 1975, quando il 65 per cento di tutti gli abitanti della zona erano ebrei. In seguito gli arabi sono cresciuti più velocemente degli ebrei, nonostante la numerosa immigrazione ebraica, e si è verificata una costante erosione fino alla scomparsa di tale maggioranza. Se aggiungiamo i 370.000 cittadini israeliani non ebrei secondo la legge ebraica, ma appartenenti a famiglie ebraiche, si ottiene una popolazione ebraica allargata di 6.706.400 pari al 52 per cento della popolazione totale. Una maggioranza molto risicata.
Da qui si possono immaginare diversi scenari territoriali-demografici. Se per esempio decidiamo di sottrarre dal calcolo i 227.300 lavoratori stranieri, turisti e rifugiati, la percentuale della popolazione ebraica allargata rispetto al totale aumenterà a 52,9 per cento. Se sottraiamo dal calcolo la popolazione di Gaza, dove oggi non esiste alcuna presenza israeliana, la percentuale aumenterà a 61,4 per cento. Se non includiamo i residenti drusi del Golan, la percentuale ebraica salirà a 61,5 per cento. Se sottraiamo i palestinesi in Cisgiordania, la percentuale salirà a 79,4 per cento. Se infine non includiamo i quartieri arabi di Gerusalemme est, la percentuale di ebrei rispetto al totale nella zona aumenterà a 82,5 per cento. Naturalmente, nella valutazione della natura dello stato di Israele, vi è un’enorme differenza se la percentuale di ebrei è dell’82,5 per cento o del 49,1 per cento. Chiunque è libero di trarre le sue conclusioni politiche da questi chiari fatti demografici.
Se ora volgiamo lo sguardo al futuro, nell’era attuale di grande instabilità politica non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa occidentale, nell’ex-Unione Sovietica, perfino negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, ogni tentativo di previsione dei prossimi decenni è difficile e incerto. Ancora più difficile è immaginare il futuro del popolo ebraico, in Israele e nella diaspora. La profezia, come sappiamo dalla tradizione ebraica, è stata data ai pazzi, ai ciechi e agli infanti.
Tuttavia, le proiezioni demografiche sono simili a una partita di pallone in cui il risultato del primo tempo è già noto e ciò che rimane da determinare è il risultato finale. Ma questo di solito non è del tutto indipendente da quello che è già avvenuto nel primo tempo, e pertanto le proiezioni demografiche sono oggi abbastanza precise perlomeno a breve e medio termine. Alla loro base stanno il livello delle nascite previste nei prossimi anni, il livello di salute e di mortalità, l’incidenza delle migrazioni internazionali, verso e da Israele, e il numero di casi di conversione all’ebraismo o di abbandono dichiarato dell’identità ebraica. Una buona parte di questi fenomeni sono prevedibili alla luce dell’esperienza del recente passato.
Il ritmo delle nascite e dei decessi cambia lentamente a lungo termine ed è mediato dall’attuale composizione per età che è nota, quindi non ci possono essere grosse sorprese in futuro. Molto più difficili da prevedere sono le migrazioni internazionali, a causa della loro dipendenza da situazioni cangianti e improvvise sia nelle immediate vicinanze, sia in luoghi più distanti della Terra. L’assimilazione culturale della minoranza ebraica è un fenomeno molto diffuso in Occidente, mentre le conversioni dipendono dalle decisioni di rabbini che solitamente tendono a seguire linee molto caute tese a frenare e a temporeggiare.
Il futuro del popolo ebraico non dipende solo dalle sue circostanze interne, ma dagli eventi cruciali a livello globale, sempre meno sotto controllo, comprese le guerre e il terrorismo, le fluttuazioni economiche, i mutamenti climatici, le drammatiche migrazioni di massa, e soprattutto la stabilità o la disintegrazione degli Stati (come è avvenuto di fatto in Unione Sovietica e in teoria potrebbe avvenire nell’Unione Europea). Scenari ragionevoli per il futuro variano entro una fascia fra un massimo e un minimo del prevedibile, ma ignorano solitamente la possibilità di eventi catastrofici che tuttavia di fatto si sono ripetutamente verificati periodicamente in Medio Oriente e nel mondo.
Uno scenario ottimista per il popolo ebraico si basa sulla stabilità, la sicurezza e la pace, la prosperità per l’economia dello Stato d’Israele e dei Paesi che ospitano le più importanti comunità ebraiche. Sviluppi positivi nella sicurezza e nell’economia possono aumentare la soddisfazione e l’ottimismo della popolazione e da questo è chiaramente provato che possa derivare un tasso di natalità più elevato, come si è già notato. L’ascesa di Israele su una scala di qualità della vita tra i Paesi sviluppati può aumentare l’attrattiva e incrementare l’immigrazione, oltre a moderare il numero degli emigranti verso altri Stati. La crescita della popolazione in Israele potrebbe dunque accelerare, mentre nella diaspora secondo un copione ottimista potrebbe rallentare la tendenza alla recessione demografica.
Seguendo questi percorsi positivi, la popolazione ebraica di Israele (compresi i familiari non ebrei che nel frattempo si saranno formalmente convertiti all’ebraismo) è destinata a crescere a 8,5 milioni nel 2030 e a 12,5 nel 2050. Con l’aggiunta di 2,5 milioni di arabi nel 2030 e 3,5 nel 2050, la popolazione totale di Israele raggiungerebbe 11 milioni nel 2030 e 16 milioni nel 2050 (senza i palestinesi in Cisgiordania e Gaza). Uno scenario ottimista nella diaspora ebraica potrebbe stimolare un incremento nella bassa fecondità in seguito a un miglioramento nella fiducia in se stessi, un calo dell’assimilazione, e una maggiore disponibilità ad affermare pubblicamente la propria identità ebraica. La crescita resterebbe probabilmente negativa a causa della struttura anziana di molte comunità ebraiche e a causa del continuo saldo migratorio negativo della diaspora nei confronti di Israele. Il numero di ebrei fuori di Israele potrebbe avvicinarsi ai 7,9 milioni nel 2030 e a circa 7,5 milioni nel 2050. In sintesi, con l’inclusione dei membri delle famiglie oggi non registrati come ebrei in Israele, il popolo ebraico potrebbe raggiungere un totale di 16,4 milioni nel 2030 e 20 milioni nel 2050.
Secondo uno scenario pessimista, invece, tutto funziona alla rovescia: Israele non ha raggiunto la sicurezza e la pace, il conflitto violento in Medio Oriente è ancora in corso, l’economia soffre di recessione con meno investimenti, occupazione e reddito, diminuisce il tasso di natalità, l’immigrazione in entrata è ridotta, e l’emigrazione aumenta. La crescita della popolazione ebraica è bassa e il numero degli ebrei arriva a 7,5 milioni nel 2030 e a 9 milioni nel 2050. Insieme con gli arabi israeliani, anch’essi in crescita rallentata, la popolazione del Paese raggiunge i 9,5 milioni nel il 2030 e circa 12 milioni nel 2050. Gli ebrei della diaspora sono influenzati anch’essi da scarse condizioni di sicurezza, crescente assimilazione, antisemitismo, basso tasso di natalità e alti livelli di invecchiamento. I loro numeri sono ridotti a 6,5 ??milioni nel 2030 e a 5 milioni nel 2050. Secondo lo scenario pessimista, l’intero popolo ebraico raggiunge i 14 milioni nel 2030 e rimane fermo alle stesse dimensioni anche nel 2050.
Naturalmente, lo scenario reale più probabile si trova a metà strada fra queste due alternative. È anche importante ricordare che vari settori della popolazione totale crescono a velocità diverse. La composizione complessiva della società ne risulta trasformata. In Israele la percentuale di ebrei haredim (molto religiosi) cresce gradualmente, e anche se in misura minore lo stesso avviene per il numero e la percentuale dei cittadini arabi palestinesi dello Stato. Anche nella diaspora aumenta notevolmente la percentuale delle comunità di haredim.
Una proiezione demografica fino al 2050 propone dunque uno scenario alto di 20 milioni di ebrei in Israele e in tutto il mondo e uno scenario basso di 14 milioni. Uno scenario intermedio di 17 milioni, forse il più probabile, significa anche e soprattutto che nel 2050 il popolo ebraico potrebbe, cento anni dopo la Shoah, finalmente ritornare alle sue dimensioni anteriori alla tragica distruzione dell’ebraismo europeo.
I numeri in aumento rappresentano una grande sfida in termini di infrastrutture e di qualità dell’ambiente, ma buone soluzioni non sono impossibili se consideriamo il caso di Singapore, dove la densità di popolazione è molto maggiore rispetto a quella di Israele, o anche l’Arizona dove in un ambiente desertico identico a quello del Negev vivono oltre 5 milioni di persone. Poi ci sono le minacce dell’ayatollah Khamenei che annuncia che fra 25 anni Israele non esisterà più. Quello che è certo è che fra 25 anni Khamenei non esisterà più. Soprattutto, è essenziale che chi di dovere nel sistema politico israeliano prenda le decisioni giuste per affrontare correttamente sul piano economico e sul piano politico il futuro demografico previsto nel 2050. Perché il 2050 – questo è certo – arriverà.
1. Sviluppo e bassa natalità. L’eccezione di Israele. Neodemos, 2017. http://www.neodemos.info/articoli/sviluppo-bassa-natalita-leccezione-israele/ http://www.neodemos.info/articoli/sviluppo-bassa-natalita-leccezione-israele-parte-ii/