Quadrimestrale di cultura civile

L'Italia fa i conti con l'inverno demografico

di Gian Carlo Blangiardo / Professore ordinario di Demografia, Università degli Studi di Milano-Bicocca

L’idea di andare indietro invece che progredire, di perdere terreno rispetto a obiettivi già raggiunti, di subire una battuta d’arresto sulla strada della crescita si è insinuata nel sentire comune degli italiani generando preoccupazione, sfiducia, talvolta rabbia e voglia di rivalsa. In tempi di crisi e di recessione, il clima diviene più pesante e le previsioni vengono esaminate con ansia alla ricerca di qualche segnale positivo. Mentre l’economia sembrava offrire (al più) timidi e discontinui segnali di ripresa, è andato aprendosi in modo apparentemente inatteso un nuovo fronte di emergenza nazionale: al 30 settembre 2016 sono risultati risiedere in Italia 60 milioni e 590mila persone, con un saldo negativo di 207mila unità rispetto al 1° gennaio del 2015, allorché si era raggiunto il tetto massimo di 60 milioni e 797mila abitanti.
La prima diminuzione consistente di popolazione nell’ultimo secolo di storia del Paese ha dunque riportato la questione demografica al centro del dibattito nazionale e ha reso nuovamente d’attualità il tema della decrescita. Ma quali sono le cause che stanno alla base delle tendenze che portano un Paese a vivere l’esperienza del declino demografico? Quali i problemi che ne derivano e, ove esistano, le possibili contromisure per risolverli o, quanto meno, per attenuarne gli effetti negativi?

La conferma dei “pochi nati”…
Nella hit-parade dei fattori che hanno prodotto il declino demografico nella società italiana un posto di assoluto rilievo va certamente attribuito al progressivo calo della natalità intervenuto nell’arco dell’ultimo mezzo secolo. Se è vero che nel biennio 1964-1965, per la prima e unica volta dal secondo dopoguerra, sono nati nel nostro Paese più di un milione di bambini in un singolo anno, è anche vero che nel 2015, per la prima volta ne sono nati meno di mezzo milione. Ripercorrendo le tappe più significative dei cambiamenti intervenuti, osserviamo come dopo il baby boom degli anni Sessanta, con il picco del milione e 35mila neonati nel 1964, il loro numero sia drasticamente calato per più di un ventennio: 900mila nel 1970, 800mila a metà degli anni Settanta, poi rapidamente scesi a 600mila all’inizio degli anni Ottanta. Da allora fino al 2008 le variazioni appaiono abbastanza contenute e fluttuanti, con più di 550mila nascite annue fino al 1992 e nuovamente, dopo un decennio di ulteriore contrazione, a partire dal 2004. La sopraggiunta minore variabilità quantitativa nasconde tuttavia forti cambiamenti di tipo qualitativo, primo fra tutti il crescente peso delle nascite di bambini stranieri, salite a oltre 70mila dal 2008. Un contributo che, nonostante sia rimasto importante anche nel seguito, non ha impedito un ulteriore calo delle nascite a partire dal 2009, fino a stabilire un record di minimo assoluto con i 486mila casi del 2015; un primato che pare destinato – come si vedrà tra breve – a venir ulteriormente superato al ribasso nel 2016.
Da cosa può dipendere questa continua discesa della natalità in un Paese che conserva un alto valore della genitorialità e della famiglia? Una prima risposta coniuga fattori “tecnici”, come la progressiva diminuzione del numero di donne in età feconda, con aspetti comportamentali che riflettono un calo della decisione a procreare. Mentre, da un lato, i dati più recenti confermano l’uscita dalle età riproduttive di generazioni molto consistenti – nate all’epoca del baby boom – e il parallelo ingresso di contingenti di donne sempre meno numerosi – per effetto della prolungata diminuzione delle nascite a partire dalla metà degli anni Settanta –, dall’altro la propensione a fare meno figli trova riscontro in una dinamica che, dopo una fase di temporanea ripresa tra la metà degli anni Novanta e il 2010, torna a essere decrescente. Negli ultimi 5 anni si è passati dai 1,46 figli per donna del 2010 agli 1,35 nel 2015. La stessa popolazione straniera, entro cui si registravano ancora 2,65 figli per donna nel 2008, è scesa sotto la soglia simbolica dei 2 figli nel 2014, con un’ulteriore riduzione a 1,92 nel 2015. Di fatto, non solo il contributo dell’immigrazione non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle donne italiane alla maternità, ma esso stesso mostra segnali di un’inversione di tendenza. Nel 2015 sono nati in Italia 72mila bambini stranieri, laddove nel 2012, anno del picco, erano circa 80mila.
Tra le trasformazioni sociali e culturali che hanno caratterizzato la recente storia italiana va anche segnalata la sempre più ridotta propensione a sposarsi: nell’arco di un decennio si è passati da più di 250mila matrimoni annui a meno di 200mila. Parallelamente, dal 2001 è quasi triplicata – dal 10% al 28% – la quota di bambini nati da coppie non coniugate. Avere un figlio senza essere sposati non può più essere considerata un’eccezione, così come non lo è diventare genitori, spesso per la prima volta, in età “matura”.
Un ulteriore contributo determinante al fine di spiegare le tendenze in atto viene dall’approfondimento della condizione dei giovani in Italia, ossia dei potenziali nuovi genitori che scelgono sempre meno spesso di avere figli. Negli ultimi cinque anni, di pari passo con l’aggravarsi della crisi della natalità, il livello di soddisfazione dei giovani italiani per la propria vita è sensibilmente diminuito. Il loro crescente malcontento è anche riconducibile a un sempre più ampio sentimento di insicurezza e alla mancanza di fiducia nel futuro: condizioni evidentemente non favorevoli a una scelta di genitorialità. La crisi economica viene spesso indicata tra i fattori della denatalità: con una minore disponibilità di risorse materiali si tende a rimandare la scelta di fare figli, oppure si sceglie di non farne.

… e la sorpresa dei “troppi morti”
In aggiunta al crollo della natalità, una considerevole spinta al calo demografico è stata fornita nel 2015 da un improvviso, e imprevisto, rialzo del livello di mortalità. I 648mila decessi registrati nel corso dell’anno, con un aumento del 9,1% rispetto al 2014, hanno dato vita a un acceso dibattito sulle cause di tale impennata, ma solo una parte degli argomenti emersi negli spazi di informazione sono stati supportati da evidenze empiriche e da argomenti scientifici. Innanzitutto va preso atto di come i dati mensili del bilancio demografico abbiano localizzato i picchi di accrescimento della mortalità soprattutto nei mesi invernali del 2015, quando si è maggiormente diffusa l’epidemia influenzale, e nel successivo mese di luglio, caratterizzato da temperature particolarmente elevate e talvolta letali per i soggetti più anziani. Stante la forte relazione tra invecchiamento demografico e mortalità è soprattutto dopo gli 85 anni che la popolazione risulta fisiologicamente in condizioni di fragilità e quindi più esposta al rischio di mortalità per eventi climatici atipici (inverni particolarmente rigidi e/o estati torride) e/o a seguito di particolari condizioni di contesto (sindromi influenzali particolarmente aggressive, ecc.). Coerentemente con queste evidenze, benché l’Istat abbia invitato alla cautela nella lettura dei dati sulla mortalità del 2015, resta il fatto significativo di un rialzo inatteso della mortalità assimilabile, per ordine di grandezza, solo a quanto registrato durante le due guerre. Un fenomeno che ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla fragilità delle fasce demografiche più a rischio, a partire dagli anziani, in un periodo caratterizzato da impoverimento sociale e tagli alla spesa pubblica (sanità compresa).

Un Paese non più attrattivo
Passando infine al fenomeno migratorio, allorché ci si limita a considerare i flussi di mobilità in entrata di tipo “tradizionale”, e si tralascia il fenomeno degli sbarchi, va osservato come il 2015 abbia messo in luce una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente: 280mila nuovi iscritti in anagrafe, di cui 250mila stranieri. Tuttavia, se valutati su un arco temporale più ampio, i flussi risultano tendenzialmente in diminuzione: a immigrare nel nostro Paese erano state circa 80mila persone in più nel 2012, 170mila in più nel 2010 e 210mila in più nel 2008. Le nuove iscrizioni in anagrafe dall’estero riguardano soprattutto cittadini stranieri (9 su 10); la componente italiana tende viceversa a prevalere (2 su 3) tra le 147mila persone che nel 2015 sono espatriate. Da questi dati si evince come, con un saldo positivo nell’ultimo anno di circa 133mila unità nei movimenti migratori con l’estero (che salgono a 205mila parlando di soli stranieri), l’Italia sia sempre più a pieno titolo un importante Paese di immigrazione. La componente straniera della popolazione residente è in continua espansione confermandosi superiore a 5 milioni di individui, nonostante nel 2015 siano stati ben 178mila gli stranieri diventati cittadini italiani, di cui quasi il 40% minori. L’aumento delle acquisizioni di cittadinanza, la crescente presenza dei residenti con permesso di soggiorno di lungo periodo, così come della quota di giovani che sono nati in Italia o vi sono giunti da bambini/adolescenti, ben illustrano il progressivo sviluppo del grado di inclusione degli immigrati nella società italiana, anche se la cronaca quotidiana è fisiologicamente più propensa a enfatizzare gli aspetti di carattere emergenziale del fenomeno migratorio, e tenda a soffermarsi più sulla drammatica realtà degli arrivi via mare. Un fenomeno che, schizzato a 170mila ingressi nel 2014, ha registrato valori solo di poco inferiori nel 2015 per poi stabilire un nuovo record (circa 180mila) nel corso del 2016.
In base a quanto detto ci si potrebbe chiedere quanto le migrazioni siano parte della crisi demografica italiana o, viceversa, siano un fattore che contribuisce a ridurre i rischi di dinamiche demografiche interne da tempo penalizzanti per il nostro Paese in termini di benessere, vitalità e competitività. Evitare risposte semplicistiche a questo interrogativo pare necessario, vista l’effettiva complessità e precarietà dello scenario nazionale e internazionale. Oggi i flussi di immigrazione più dinamici riguardano perlopiù profughi in fuga da conflitti, persecuzioni, situazioni di povertà estrema e le traiettorie, le ragioni e le caratteristiche dei migranti stanno cambiando in modo probabilmente maggiore di quanto i numeri riescono a raccontare. Se è vero che l’esplosione demografica dell’Africa Subsahariana invita a prepararsi con adeguati strumenti normativi e gestionali a un probabile incremento di sbarchi e a nuove emergenze anche nei prossimi anni, è pur vero che l’immigrazione continuerà inevitabilmente a rappresentare una risorsa necessaria agli equilibri demografici dell’Italia, in assenza di una radicale inversione di tendenza nei livelli della natalità.

Segnali di fuga
Sul fronte della mobilità internazionale anche il tema che viene spesso definito come fuga di cervelli ha acquisito un ruolo centrale nel dibattito pubblico sugli effetti della crisi e sui rischi di perdita di competitività del sistema Paese. Ad alimentare la discussione ha contribuito, negli ultimi tre anni, il continuo incremento dei casi di espatrio di cittadini italiani: dai 68mila che si erano cancellati dall’anagrafe per andare all’estero nel 2012 – il valore più elevato degli ultimi 10 anni, come aveva a suo tempo ricordato Istat – si è arrivati a superare quota 100mila l’anno scorso. Il dato colpisce non solo perché si tratta di un saldo negativo quantitativamente rilevante, che ha certamente contribuito a portare il nostro Paese nella situazione di declino demografico che stiamo discutendo, ma anche perché a emigrare sono soprattutto i giovani, ossia il potenziale capitale umano e la forza lavoro (spesso qualificata) che sceglie di andare altrove in cerca di opportunità e di esperienze. Nella percezione sociale più diffusa, il dato sugli espatri dei cittadini italiani offre una certificazione ufficiale delle difficoltà che i giovani connazionali incontrano nel provare a emergere nel contesto d’origine. Percepita come economicamente depressa, socialmente arretrata, politicamente instabile e gravata da fenomeni di inefficienza e corruzione, l’Italia non è dunque – più – un Paese per giovani?
A espatriare sono principalmente uomini, non sposati e tra i 18 e i 34 anni, e le mete che preferiscono sono Germania e Regno Unito. Provengono per la maggior parte dal Mezzogiorno, ma anche la “fuga” dalle regioni del Nord è in crescita. Ma da cosa può dipendere la crescente propensione degli italiani a espatriare? La maggior parte degli osservatori concorda nell’attribuire le maggiori responsabilità a un mercato del lavoro che non offre opportunità all’altezza delle aspettative di ragazzi e ragazze sempre più scolarizzati. La crisi economica dal 2008 ha aggravato il quadro nazionale, anche in ampi settori del Centro e del Nord del Paese che hanno perso posti di lavoro e competitività, rendendo le mete estere sempre più attrattive.
Se è ben vero che la fuga dei giovani rappresenta la chiave di lettura più gettonata quando si parla di italiani all’estero, va tuttavia segnalato un altro fenomeno emergente: anche gli anziani italiani fuggono in misura crescente. Aumenta infatti ogni anno il numero di coloro che emigrano, continuando a percepire la loro pensione all’estero. I più recenti dati dell’Inps mostrano come, solo nel 2014, i pensionati espatriati siano stati 5.345, il 65% in più dell’anno precedente. Dal 2010 il numero è più che raddoppiato (+109%) arrivando a 16.420. L’Italia in declino demografico non è, dunque, neppure un Paese per vecchi?

Quale bilancio per il 2016?
Il 2015 è stato un anno eccezionale dal punto di vista demografico: cosa è successo nel 2016? I primi segnali su come si sono manifestati i movimenti, naturale e migratorio, della popolazione sono deducibili dal bilancio demografico pubblicato da Istat in via provvisoria nel report Indicatori demografici 2016. I primi dati del 2016 sembrano suggerire alcune possibili novità in un quadro generale che dovrebbe comunque confermare, nella sostanza, le problematiche strutturali di un Paese che non è uscito dalla fase di declino demografico avviata nel 2015.
Nel 2016, il numero di decessi in Italia si è pressoché riallineato ai livelli rilevati nel 2013 e 2014. L’elevata mortalità del 2015 potrebbe dunque effettivamente restare un’eccezione dovuta a fattori congiunturali. Nel 2016 il numero di decessi è risultato infatti inferiore del 6% rispetto all’anno prima, riduzione che diviene ancora più sensibile (-14,7%) se si osserva il solo mese di gennaio, particolarmente rigdo da un punto di vista climatico nel 2015. Per quanto concerne la natalità, il trend negativo degli ultimi anni pare in via di consolidamento nel 2016. I 474mila nati nel 2016 sono il 2,5% in meno rispetto al 2015; il calo rispetto al 2012 è addirittura del 18%. Il problema della denatalità in Italia sembra dunque destinato ad acuirsi. Il nuovo dato del 2016,consente infatti di “migliorare” il non invidiabile record della più bassa natalità nella storia del nostro Paese.
Per quanto riguarda i dati sulla mobilità residenziale, si osserva una leggera crescita del saldo migratorio rispetto all’anno precedente (comprensivo delle correzioni dovute alle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche d’ufficio): positivo per 48mila individui nel 2016 a fronte dei 13mila del 2015. Tale incremento è comunque inferiore se lo si raffronta a quello degli anni precedenti. Un contributo positivo così ridotto non è in grado di sopperire alle perdite dovute al movimento naturale della popolazione, così che nel 2016 la popolazione italiana risulta ulteriormente diminuita di 86mila unità. L’entità di tale deficit è minore rispetto a quello del 2015, ma l’Italia pare comunque destinata a non uscire da una condizione di declino demografico che, se protratta nel tempo, rischia di limitare in modo rilevante il suo potenziale di sviluppo sociale ed economico.

Le cinque sfide demografiche per rilanciare il Paese
1. Recuperare il patrimonio demografico perduto
Come si è visto, tra accenni di ripresa e pesanti ricadute, le tendenze degli ultimi anni hanno portato la bilancia demografica nazionale verso un segno negativo che un tempo era inimmaginabile. Volendo essere ancora più sintetici potremmo dire che, per effetto delle dinamiche naturali e migratorie in atto, il patrimonio demografico nazionale ha smesso di crescere. L’espressione utilizzata, patrimonio demografico, non è né casuale, né impropria. Con essa si identifica la quantità di futuro, in termini di numero complessivo di anni-vita, che ogni popolazione ha innanzi a sé sulla base della sua numerosità e delle sue caratteristiche strutturali (composizione per sesso ed età). Si tratta di una grandezza la cui variazione è dovuta alla differenza tra il numero di anni-vita (ossia di futuro) che, per effetto dei nuovi “ingressi” per nascita e immigrazione, si aggiungono alla popolazione in un dato arco temporale, e i corrispondenti anni-vita che quest’ultima perde a seguito delle morti e delle emigrazioni, o che semplicemente “consuma” nel sopravvivere (invecchiando).
La popolazione italiana conta complessivamente al 1° gennaio 2016 un patrimonio demografico, alle attuali condizioni di sopravvivenza, pari a 2,4 miliardi di anni-vita, ossia un’aspettativa di circa 40 anni pro-capite. Ma già nel corso del 2015 tale patrimonio demografico ha accusato un lieve arretramento, in linea con la variazione negativa registrata nel computo di residenti. Non solo, nell’ambito di tale arretramento si rileva, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, un aumento della quota di patrimonio demografico che la popolazione italiana avrà innanzi a sé in condizione di quiescenza (40,7% del totale degli anni-vita conteggiati al 1° gennaio 2016, con una variazione positiva di 1,5 punti percentuali rispetto a 5 anni prima), mentre diminuiscono sia la quota di anni-vita potenzialmente da dedicare all’attività lavorativa (54,6% con variazione negativa di 1,3 punti), sia la quota teoricamente da trascorrere in formazione (4,7% con variazione di 0,2 punti). Cosa significa tutto ciò? In primo luogo, questo crescente squilibrio richiama l’attenzione sul problema della sostenibilità del sistema di welfare. Il segnale trasmesso dai dati è che le riforme pensionistiche già approvate, e le ulteriori proposte di modifica che ci aspettano, dovranno innanzitutto tutelare, attraverso opportuni meccanismi correttivi, le giovani generazioni. Le strategie pubbliche mirate al rilancio del patrimonio demografico nazionale, dovranno andare in parallelo a lungimiranti misure per garantire gli equilibri di un sistema previdenziale oggi ancora eccessivamente complesso, inutilmente rigido e insufficientemente riformato. Va messo in conto come la contabilità demografica nell’Italia che verrà sarà inevitabilmente destinata a colorarsi di saldi sempre più negativi tra la quantità di futuro “prodotto”– quello che si è talvolta etichettato come “PIL demografico” – e il complesso di anni-vita persi o consumati. Si tratta di un progressivo indebolimento di cui è solo parzialmente responsabile la tanto discussa perdita di vitalità degli italiani conseguente al forte processo d’invecchiamento della popolazione autoctona; si sta infatti anche esaurendo l’azione propulsiva derivante dai flussi migratori stranieri. Il passaggio dalla stagnazione al regresso demografico non ha ancora fatto vedere le sue conseguenze peggiori: occorre dunque muoversi con urgenza e pragmatismo, proprio a partire dal tema della denatalità.

2. Maggiori risorse per azioni concrete
Dalla ragionevole convinzione che sia in arrivo un nuovo primato al ribasso sul fronte della natalità, unita alla consapevolezza che, in assenza di contromisure radicali, gli effetti sociali ed economici della persistente crisi demografica saranno sempre più difficili da gestire, prendono vita le questioni su “cosa” e su “chi” deve fare.
In proposito va subito messo in conto che l’auspicabile cambio di rotta richiede inevitabilmente un maggior livello di attenzione e di risorse a favore di azioni concrete e incisive di supporto alla natalità. Con espliciti interventi orientati, innanzitutto, a recuperare equità nella imposizione tributaria e nelle politiche tariffarie; a favorire la conciliazione nel mondo del lavoro; a rendere accessibili i servizi di cura; a sviluppare politiche abitative a misura di famiglia. La politica demografica e familiare andrebbe inoltre dotata di carattere universale, e non circoscritta alla sola sfera dell’emersione dalla povertà ed esclusione sociale. Gli interventi andrebbero poi avviati in tempi brevi, senza illudersi di poter semplicemente compensare il problema della denatalità attraverso il solo contributo dell’immigrazione, importante ma certo non sufficiente.
Ma quali soggetti sono chiamati oggi a progettare e realizzare queste azioni? Il ruolo degli attori politici e istituzionali è evidentemente decisivo; tuttavia, le logiche di costruzione del consenso politico oggi dominanti andrebbero, se non proprio superate, perlomeno mitigate per affrontare l’emergenza. Ogni iniziativa pubblica con riflessi in ambito demografico richiede un’ottica lungimirante, coerente nelle scelte e paziente nell’attesa dei frutti: seminare oggi per raccogliere dopodomani. I tempi della demografia sono la distanza tra due generazioni, circa trent’anni; quelli della politica tendono invece a guardare, nel caso migliore, alla durata di una legislatura, cinque anni. Chi rischia il consenso in nome dei destini demografici del Paese, ad esempio promuovendo una redistribuzione delle poche risorse disponibili, vorrebbe quell’immediato riscontro che, viceversa, la natura stessa dell’intervento diluisce nel tempo. Il cortocircuito decisionale che blocca sistematicamente gli interventi di lungo respiro in Italia riguarda anche, in modo significativo, il tema della natalità.
Sulla base di quanto detto, pare sempre più necessario incentivare una cultura condivisa del cambiamento demografico come fenomeno da conoscere, nelle manifestazioni e nelle conseguenze, ma soprattutto da governare di comune accordo, accettando e ripartendo gli eventuali costi e sacrifici di scelte orientate al bene della collettività. Il sistema Paese, in tutte le sue articolazioni istituzionali e territoriali, si dovrebbe idealmente mobilitare in modo coeso e armonico sulla questione della denatalità: è soprattutto a livello locale, infatti, che i problemi demografici sono avvertiti e vanno gestiti. Anche se viviamo in un mondo globalizzato dove il complesso della popolazione è in crescita ed è sempre più aperto alla mobilità, il crollo della natalità va anzitutto risolto in Italia, restituendo a chi vive nel nostro Paese, con o senza il passaporto italiano, maggiori margini di sicurezza e il rinnovato coraggio di realizzare in tempi brevi i progetti familiari desiderati. I dati statistici che descrivono il gap tra fecondità desiderata e fecondità effettiva in Italia paiono significativi in questo senso.

3. Dall’accoglienza solidale all’inserimento sociale dei migranti
Fino al 2000, annualmente in Italia i nuovi permessi per protezione internazionale o richiesta d’asilo erano nell’ordine di qualche migliaio. Nell’arco di un decennio si è passati alle decine di migliaia, mentre Francia, Regno Unito e soprattutto Germania si confrontavano con numeri che avevano uno zero in più. Più di recente, il peggioramento del quadro politico internazionale (Afghanistan, Siria, Somalia, tra le altre) ha acuito l’emergenza umanitaria e ha moltiplicato il numero di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati. Nell’ambito di un’Europa sempre più in crisi d’identità, anche il nostro Paese è chiamato a fare la sua parte per quella che non può più essere considerata una questione emergenziale, ma piuttosto una consolidata questione sociale e politica da gestire e indirizzare. Si consideri che altri Paesi, tra cui Pakistan, Iran, Libano, Giordania e Turchia, già ospitano quantità di rifugiati nettamente superiori a quelli presenti nel panorama europeo. L’Italia sconta almeno tre antichi vizi che rallentano o complicano i necessari passi in avanti sul fronte dell’accoglienza e dell’integrazione dei rifugiati: in primis la lentezza con cui le richieste di asilo vengono giuridicamente vagliate, per cui i migranti restano a lungo in una fase transitoria che non favorisce il loro inserimento lavorativo e sociale. Inoltre continua a mancare una visione strategica capace di cogliere nell’immigrazione, anche di individui scarsamente scolarizzati ma spesso molto motivati, un’opportunità di rilancio demografico ed economico, attraverso una programmazione di lungo periodo che sappia investire in modo efficace anche sulla crescente presenza straniera. Si rileva infine la tipica tendenza italiana a strumentalizzare, per ragioni di consenso elettorale e non solo, le questioni che si prestano a essere lette in termini di pericolo, invasione, minaccia per gli autoctoni. D’altro canto, va riconosciuto come la scomoda posizione, non solo geografica ma anche diplomatica, in cui si trova l’Italia non è d’aiuto. Il continuo confronto con il problema degli sbarchi e del recupero in mare di migranti ha un costo emotivo, ancor prima che organizzativo ed economico, che l’Italia sta pagando più degli altri Paesi europei dove, in realtà, la maggior parte dei migranti vorrebbe successivamente dirigersi. La mancanza di una politica comune sul cruciale tema dell’immigrazione sta minacciando la tenuta del progetto europeo e rischia di compromettere la possibilità di cementare un sentimento europeo condiviso, non solo sul tema della multietnicità e dell’integrazione, ma anche sui più elementari aspetti umanitari inerenti al salvataggio e alla prima accoglienza dei migranti. L’esperienza insegna come l’accoglienza e la successiva integrazione di chi viene da altri Paesi non è né immediata né priva di costi. Ciò che è indiscutibilmente doveroso sul piano etico non è detto che sia esente da obiezioni e oppositori sulla base di logiche di convenienza e di sostenibilità: il giovane immigrato di oggi rischia di diventare domani un pensionato a rischio di povertà se, come potrà accadere, sarà privo di un’adeguata carriera lavorativa e contributiva. Per vincere le legittime resistenze di una quota crescente della popolazione europea occorrerebbe uno sforzo comune, armonico ed efficace dei governi nazionali, ispirato ai principi di un’Europa più unita e solidale.

4. Non disperdere il giovane capitale umano
Come si è visto, il patrimonio demografico italiano ha smesso di crescere: la natalità non accenna a rialzarsi riducendo la portata delle prossime generazioni di giovani. Nel contempo i flussi migratori dall’estero verso l’Italia diminuiscono e si trasformano in modo non semplice da gestire, anche dal punto di vista dell’inserimento sociale dei nuovi arrivati. Viste queste condizioni, si capisce facilmente come valorizzare le giovani risorse demografiche disponibili nel Paese, trasformandole in capitale umano scolarizzato, costituisca una priorità irrinunciabile, per altro già certificata dalla recente istituzione di un Fondo sperimentale per il contrasto alla povertà educativa minorile.
Nell’ambito degli obiettivi nazionali e europei sul tema della dispersione scolastica, questo specifico Fondo si propone di incentivare le iniziative su un tema strategico per un Paese, quale è il nostro, dove il numero delle uscite precoci dal sistema scolastico risulta in calo ma in misura largamente insufficiente rispetto agli obiettivi fissati dall’Ue. È utile ricordare come gli effetti della dispersione scolastica non siano solo in termini di costo economico per la collettività ma riguardino anche: la coesione e l’inclusione sociale, per evitare di alimentare situazioni di povertà e fragilità nelle fasce più a rischio della popolazione; la valorizzazione dei giovani che saranno presto chiamati a sostenere, con le competenze acquisite fin dall’infanzia e col proprio lavoro, il peso di una società sempre più anziana; le trasformazioni culturali e identitarie, soprattutto delle aree metropolitane che ambiscono a diventare città globali con un forte orientamento all’economia dell’informazione e della conoscenza.
Tra le possibili azioni indirizzate al contrasto della dispersione scolastica si segnalano la necessità di rendere più affidabili indicatori e strumenti di rilevazione per misurare tale dispersione in modo preciso e definire profili più accurati dei soggetti a rischio; di adottare una strategia di prevenzione precoce già dalla scuola media; di intervenire sulla qualità degli apprendimenti in questo ciclo e curare, grazie a un migliore orientamento, la critica fase di passaggio alle superiori; di passare da un’ottica di “lotta all’abbandono” a quella di “lotta all’insuccesso scolastico”, perché i percorsi di studio irregolari e in ritardo non sono ancora dispersione, ma spesso ne sono l’anticamera; di monitorare e valutare l’impatto degli interventi fino a oggi realizzati nei diversi territori; infine, in una visione di medio-lungo periodo, di superare la prospettiva finora adottata, che guarda alla dispersione nei termini dei titoli conseguiti (o non), per abbracciare l’approccio per competenze, che a livello internazionale ormai informa le più innovative politiche scolastiche.
In conclusione, occorre incentivare un’azione ad ampio raggio che possa colpire la dispersione scolastica in tutte le sue fasi, dalle misure di prevenzione fin dalle scuole medie alla definizione di strumenti efficaci di analisi del fenomeno e di valutazione degli interventi attuati. Parallelamente, sembra necessario sviluppare adeguate iniziative per contrastare l’altra forma emergente di dispersione del capitale umano nazionale, con incentivi ad hoc per richiamare in Italia i cervelli fuggiti dall’estero. L’idea di rendere strutturale un sistema di agevolazioni fiscali per i ricercatori italiani emigrati, nel caso scegliessero di tornare a vivere e lavorare in Italia, pur se positiva, avrebbe tuttavia probabilmente un impatto limitato. Il punto chiave sarebbe invece di ricreare, anche in Italia e non solo limitatamente a poche eccellenze, condizioni favorevoli alla ricerca d’avanguardia in termini di fondi, strutture e cultura scientifica. I Paesi più avanzati da questo punto di vista – europei (Germania, Regno Unito, Francia) e non (Stati Uniti in primo luogo) – tendono altresì a garantire maggiori riconoscimenti ai ricercatori in termini di remunerazione economica e progressione di carriera, aspetti anch’essi fortemente incentivanti per i più talentuosi e proattivi.

5. La crisi demografica sui media: una sfida comunicativa
Come si possono raccontare i dati statistici, demografici e non solo, in modo corretto e allo stesso tempo giornalisticamente accattivante? Il proliferare di dati di ogni tipo, big e open secondo il paradigma emergente che spinge verso la data revolution, favorisce effettivamente la comprensione della realtà? Oppure sta aumentando un “rumore statistico” sempre più frastornante e difficile da gestire? Come possono i mass-media fare filtro nella pubblicazione di dati che andrebbero in realtà sempre accuratamente verificati? Come possono gli organi della statistica ufficiale supportare i media e tutti i cittadini per favorire un più semplice accesso a informazioni indispensabili in un periodo così delicato per il Paese? E infine, come interfacciarsi con tutti gli enti non ufficiali che talvolta tendono a esprimere, attraverso i dati che cercano di promuovere, interessi, posizioni, speranze piuttosto che visioni neutrali dei fatti?
Il tema di come i dati statistici vengano trattati “sui” e “dai” mass-media ha lunga tradizione e ha dato sistematicamente luogo ad accese polemiche. Occorre considerare come le statistiche siano uno dei possibili strumenti, non solo per raccontare la realtà, ma anche per costruirla, promuovendo visioni talvolta semplicistiche, emotive, parziali o strumentali dei fatti. Il tentativo, evidente in alcuni casi, è di accreditare pubblicamente punti di vista specifici attraverso informazioni a cui la maggior parte dei cittadini tende a riconoscere valore di oggettività e scientificità. Gli attori che a vario titolo hanno accesso ai media commentano, interpretano, mettono in discussione le statistiche, fornendo al pubblico diverse cornici interpretative a cui poter fare riferimento. Nell’arena dei media si sta osservando una crescente tendenza a enfatizzare, non sempre in modo opportuno, dati demografici, di fonte ufficiale e non, così che spesso tendano a prevalere nell’opinione pubblica letture emotive della realtà, avvalorate da dati non necessariamente certificati e documentati. D’altra parte le statistiche demografiche non sono esenti, per gli usi che se ne possono fare, dai rischi che tipicamente corrono i dati economici, una volta entrati nei circuiti comunicativi dei media e della politica. Basti pensare in questo senso alla crisi economica e alle informazioni che di volta in volta vengono utilizzate per cercare di dimostrare, a seconda delle posizioni in campo, che: la crisi è finalmente finita; che siamo sulla strada giusta ma non si è fatto ancora abbastanza; che la situazione è invariata da anni; che l’andamento economico è ulteriormente peggiorato e siamo al collasso.
Anche i dati demografici, specie se dovesse venire a mancare la possibilità di interpretarli in modo semplice e lineare, rischiano di diventare terreno fertile per contese simili. Gli organi della statistica ufficiale hanno storicamente una grande responsabilità in questo senso e, oggi più che mai, sono chiamati a fare ulteriori passi in avanti rispetto alla capacità di comunicare le statistiche a diverse utenze rispettando le loro esigenze conoscitive. I maggiori media nazionali hanno a loro volta un ruolo cruciale: pubblicare dati verificati e verificabili, anche per favorire una maggiore interazione con i cittadini più attenti e desiderosi di approfondire le questioni pubbliche, comprese quelle di natura demografica. Solo in questo modo, il rumore statistico potrà essere ridotto a favore di dati attendibili, controllabili, significativi e realmente “informativi”.