Quadrimestrale di cultura civile

Il tradimento delle evidenze naturali. Viaggio alle radici della denatalità

di Francesco D’Agostino / Presidente dell’Unione giuristi cattolici e Presidente emerito del Comitato nazionale per la bioetica

La questione demografica è divenuta così ampia e urgente da investire persino il Festival di Sanremo, con uno strepitoso invito a procreare rivolto agli italiani da Maurizio Crozza. Applausi cordiali, risate su risate e poi, c’era da aspettarselo, velocissima rimozione del tema. In piccolo, a Sanremo si è verificato ciò che, in grande, sta avvenendo ormai da vari anni in Italia (e in genere nel mondo occidentale): tutti riconoscono la gravità del declino demografico, ma nessuno ha il coraggio di assumerlo come problema. Perché?
Non certo perché non sia un problema gravissimo. Lo è e tutti i demografi concordano nel sottolinearlo. Se questo problema non viene affrontato con l’urgenza dovuta, è perché si è ormai consolidata l’idea che il fare figli sia una scelta privata, e quindi insindacabile, delle persone. Opinione insostenibile, dato che l’ordine generazionale è politico, e quindi per sua natura pubblico, come sanno benissimo, per primi, tutti coloro che studiano le questioni intergenerazionali, come quelle inerenti alla protezione e alla formazione dei minori, alla cura dei disabili e dei malati, al rinnovo della forza lavoro, all’assistenza pensionistica e sanitaria agli anziani. Poiché però tali questioni sono (o almeno continuano ad apparire) di lungo periodo, mentre la politica si gioca (come è purtroppo ben noto) sul breve periodo, ne risulta che, al di là di tante vuote promesse di sostegno alla famiglia continuamente smentite dai fatti, dilaga una sostanziale indifferenza prospettica e progettuale nei confronti del contrarsi della natalità, che dalla società politica si è diffusa nella società civile. Sembra che, almeno da questo punto di vista, non ci siano realistiche vie d’uscita.
Se appare sostanzialmente irrealizzato e irrealizzabile il tentativo di dare un nuovo e concreto rilievo politico alla questione demografica, resta (forse!) solo un’altra strada da percorrere, una strada però talmente ardita e improbabile da apparire, già solo a proporla, scandalosa. Ma è necessario, come diceva san Paolo, che gli scandali esplodano… Più che esortare gli italiani a spegnere la televisione e le luci e a dedicarsi a fare figli, sarebbe forse ora di esortarli a ripensare radicalmente due categorie, come quelle della sessualità e dell’affettività, i presupposti necessari della generatività. Due categorie di cui si parla, sì, in continuazione, ma male. Si tratta di dimensioni umane di esperienza che, pur se strettamente connesse ai ruoli sociali delle persone, investono in prima battuta la loro singolarità, quella singolarità che si vuole, a torto, confinare nel privato “più privato”. Nelle giovani generazioni di oggi, cui spetta la fondazione di nuove comunità familiari, affettività e sessualità si sono talmente banalizzate da non essere più comprese nella loro specificità. L’affettività viene confusa ingenuamente e sistematicamente con l’amore romantico (che per sua natura è volubile, vive nell’immediatezza, e come non ha radici così non ha e non vuole un futuro). La sessualità è ridotta al mero piacere genitale (che in quanto tale è pensato come dissociato e soprattutto come dissociabile dalla generatività). Di conseguenza le esperienze affettive e sessuali dei giovani sono sempre più precoci e banali e la loro affettività sempre meno viene pensata in relazione alla generazione. Ma sappiamo ancora di che cosa parliamo, quando parliamo di generazione? Riflettiamo, senza alcuna pretesa di completezza, su quali siano i fattori culturali che hanno innescato questa vistosa crisi culturale, che ha il suo baricentro sul concetto di generazione.
Il primo elemento su cui dobbiamo riflettere è la scissione tra natura e storia. Questa scissione ha colpito al cuore l’identità femminile e costituisce ancor oggi uno dei problemi più laceranti della modernità. Alcuni continuano a pensare che, grazie ai moderni anticoncezionali, la generazione non appare più un destino, ma una scelta e che, in quanto scelta (e dato che la scelta rappresenta il cuore dell’eticità), il processo generativo si sia caricato nella modernità di nuove e inedite dimensioni di responsabilità morale. Non è così: di fatto esso è stato appiattito a sottoprodotto non necessario delle pulsioni sessuali, ed è stato quindi identificato con mere esigenze biologico-istintuali, divenute per di più oggi molto facilmente controllabili tecnologicamente. È quindi facilmente comprensibile perché l’emancipazione della donna sia stata impetuosamente ed erroneamente pensata come strettamente legata all’emancipazione dal ruolo materno. Di qui l’esaltazione, tipicamente moderna, della sentimentalità, o (se così si vuol dire) dell’amore come passione, un amore per sua essenza non generativo; una tipologia di amore che per il giurista è palesemente funzionale non al rafforzamento della coscienza familiare, ma al suo indebolimento (dato che il diritto, attraverso il matrimonio, non attiva amore, bensì responsabilità). Di qui la banalizzazione dell’aborto, trionfalmente legalizzato nella seconda metà del Novecento praticamente in tutti i Paesi del mondo: una legalizzazione intimamente connessa con lo svuotarsi di ogni senso attribuibile alla gestazione, al parto, alla stessa maternità. Di qui, ancora, il moltiplicarsi di domande angosciose a cui nessuno – nel contesto della modernità – sembra essere in grado di dare una risposta: perché le donne oggi sono così infelici? La risposta che a questa domanda danno ingenui promotori dell’emancipazione femminile è che la cosa che rende meno felici sarebbe l’avere figli… Illuminante l’affermazione di Shulamith Firestone (The Dialectics of Sex: The Case for Feminist Revolution, Morrow, New York 1970, p. 227) che ritiene la gravidanza barbaric e paragona il parto a shitting a pumpkin (la sgradevolezza dell’espressione, peraltro molto ripetuta, ne giustifica la mancata traduzione). Di qui, l’identificare la piena emancipazione della donna con una risoluta scelta di sterilità volontaria il passo è brevissimo.
Il secondo elemento su cui riflettere è la rivoluzione sessuale che è esplosa nella seconda metà del Novecento. Essa ha prodotto esiti paradossali. Nel passato, incanalando la sessualità nel matrimonio, le società “tradizionali” favorivano inevitabilmente il cristallizzarsi di tabù sessuali, ma evitavano nello stesso tempo di legittimare pulsioni sessuali inconsce, estremamente pericolose per l’ordine sociale, e di mantenerle relazionalmente vive. Per questa ragione la coniugalità (cioè il ricondurre la sessualità nell’ambito della legge) è sempre stata ritenuta doverosa in tutte le culture (come lo è ancora oggi nell’islam) e il celibato è sempre apparso condannabile (con l’eccezione delle sue trasfigurazioni mistiche, come quelle induiste o cristiane). La rivoluzione sessuale ha pensato che il rifiuto dei vincoli familiari, la liberalizzazione dei rapporti e il rigetto di ogni tabuizzazione della sessualità consentissero all’eros di raggiungere la propria pienezza e non potessero quindi che produrre la dilatazione dell’esperienza del piacere. Così non è avvenuto: l’eros ha vistosamente perso il suo carattere relazionale (si pensi al dilagare della pornografia e della sessualità mediatica, che lasciano l’individuo solo con se stesso) e ha favorito la nascita di un’esperienza, precedentemente rarissima, se non inesistente, quella dell’anedonia, cioè della perdita o di un radicale impoverimento della capacità di provare piacere. Questo spiega il moltiplicarsi della ricerca di esperienze-limite, che dovrebbero garantire forme inedite di piacere, come quelle del sesso estremo (destinate peraltro ad appassirsi rapidamente per la progressiva erosione del loro carattere trasgressivo: si pensi alla banalizzazione del transessualismo e in genere di tutte quelle che un tempo erano denominate psicopatologie sessuali). In parallelo con l’espandersi di una sessualità antifamiliare e quindi non generativa, nascono desideri, a volte nevroticamente incontrollabili, di generatività non sessuale, pronti a essere soddisfatti dalle nuove tecniche di procreazione assistita.
Siamo così avviati all’approfondimento del terzo elemento su cui dobbiamo riflettere: la scissione tra la famiglia e la generatività naturale. Si potrebbe pensare che la questione abbia un suo rilievo morale, ma non necessariamente un rilievo giuridico. Non è così. Si osservi che la questione qui in gioco non è quella di non poter attivare, con la forza del diritto, oggi come in passato, vincoli di genitorialità e di filiazione legali: il diritto non ha mai avuto difficoltà, in tutto l’arco della sua storia, a istituzionalizzare dinamiche adottive. L’adozione, però, non ha mai però avuto la pretesa di sostituire la generatività naturale o di porsi sul medesimo piano di quella, quanto piuttosto di imitarla, nei limiti in cui la natura può essere imitabile. La situazione odierna è invece profondamente diversa: non solo la generatività naturale viene distinta dalla generatività sociale, ma – ad avviso di molti – questa andrebbe preposta a quella, come umanamente più degna, perché fondata non sulla biologia, ma sulla volontà. Di qui le richieste ai diversi ordinamenti giuridici (richieste che hanno ottenuto, mediamente, pronte risposte) di blindare la generatività sociale nelle pratiche di fecondazione assistita eterologa, garantendo l’anonimato ai donatori di gameti e non riconoscendo ai genitori sociali l’azione di disconoscimento della paternità e della maternità.
Nella medesima direzione stanno andando i tentativi – vivacissimi oggi nei maggiori Paesi occidentali – di ottenere il riconoscimento legale dell’adottabilità da parte di uno dei due conviventi del figlio naturale minorenne dell’altro (Stepchild Adoption). Ancora più significative le pretese di legittimazione delle pratiche di gestazione surrogata, che il Consiglio d’Europa ha da ultimo bocciato, ma con la striminzita maggioranza di ottantatré no, contro ben settantasette sì. Una riflessione più approfondita e circostanziata meriterebbe il dibattito sulla omogenitorialità. È un fatto, comunque, che grazie alle pratiche di fecondazione assistita si stanno aprendo all’omogenitorialità spazi mai in precedenza immaginati.
L’ultimo elemento su cui riflettere può essere sintetizzato grazie a un neologismo anglosassone che, specie negli USA, ha riscosso un vasto (e indebito) successo. Mi riferisco alla diffusione dell’ideologia e della prassi del polyamory. Più che alle farraginose e spesso goffe trattazioni americane del concetto, è possibile far riferimento a un brillante saggio scritto ormai parecchi anni fa, nel 2007, da Jacques Attali, Amours, che ha suscitato una curiosità non dissimile da quella provocata a suo tempo da Bertrand Russell, quando pubblicò nel 1929 il suo Marriage and Morals. Attali si dichiara convinto che il cristianesimo, ricorrendo astutamente all’aiuto del diritto, abbia imposto a tutta l’umanità vincoli monistici soffocanti, quali la monogamia eterosessuale, la fedeltà coniugale, rapporti generazionali rigidamente formalizzati: abbia cioè sottratto agli uomini, per usare un’espressione nietzscheana, l’innocenza del divenire. Bisogna dunque ritornare alle origini, alla soddisfazione istantanea dei desideri, a relazioni sessuali liberate dall’assillo della riproduzione. Si deve dare spazio al poliamore (smascherando le nuove mitizzazioni della poliginia e della poliandria e trascendendo i vincoli della dicotomia sessuale), bisogna costruire la polifamiglia, rendendo possibile ai singoli l’appartenenza contemporanea a più gruppi familiari (nel contesto della polifamiglia si possono ricondurre le istanze per il riconoscimento del matrimonio di gruppo), bisogna tematizzare la polifedeltà, in cui ciascuno dovrà convincersi – come il Don Giovanni di Lorenzo Da Ponte – che chi a una sola è fedele/verso l’altre è crudele; bisogna consolidare la separazione tra sessualità e riproduzione, affidando quest’ultima alla tecnologia, e consentendo in tal modo alla prima di espandersi liberamente nell’universo del piacere, abolendo la distinzione tra i sessi e operando per la realizzazione di un ermafroditismo universale.
Più però che queste proiezioni in un futuro improbabile, è da sottolineare un’ultima proposta di Attali, che sembra proiettata verso il domani, ma che in realtà si radica in un presente che però pochi, oggi come oggi, sarebbero disposti a riconoscere. Si tratta, sostiene Attali, di formalizzare il matrimonio come un istituto contrattualmente provvisorio. Non c’è dubbio che la tradizione romanistica ci induce tuttora a pensare che al matrimonio non si possono apporre né termini, né condizioni: ma bisogna pur riconoscere che Attali sa cogliere, con questa sua proposta, lo spirito implicito e inconfessato delle istituzioni matrimoniali contemporanee, che imponendo il divorzio al coniuge non consenziente introducono di fatto nell’ordinamento e nella prassi sociale una forma di ripudio, caratterizzata da un’arbitrarietà sconosciuta agli ordinamenti tradizionali.
Esiste spazio per i figli in una società in cui giunga a consolidarsi il polyamory? Per i suoi fautori, o almeno per i più ingenui tra loro, certamente sì, perché i bambini saranno indotti a considerare tutti gli adulti come genitori, non nel senso antiquato e tradizionale di genitori biologici, ma nel senso moderno e dinamico di step-parents, genitori adottivi; e reciprocamente tutti gli adulti saranno indotti a prendersi cura dei minori, indipendentemente dai vincoli biologici esistenti tra di loro. Nella realtà le cose non potranno andare che ben diversamente, nella direzione cioè della disgregazione dei vincoli sociali fondamentali e nel dilagare della denatalità.
La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, adottata dall’ONU del 1989, afferma perentoriamente che in qualunque circostanza sarà considerato preminente l’interesse dei bambini: in all cases the interest of the children shall be Paramount. Non si sarebbe potuto dir meglio. Pochi ricordano, però, che si giunse all’approvazione di questa Convenzione dopo aver registrato il fallimento di tutti i tentativi di far approvare dalle stesse Nazioni Unite una Carta dei diritti della famiglia, che esplicitasse gli scarni riferimenti all’infanzia presenti nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948. La reticenza dell’ONU a compromettersi sul tema della famiglia ci consente di comprendere la fragilità dei fondamenti su cui è stata poi costruita (peraltro con la massima, lodevole, buona volontà) la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo. L’appartenenza dei bambini a una comunità familiare, infatti, non costituisce una loro esigenza psicologica o sociale, ma determina l’unica possibile modalità per trasmettere l’identità umana nell’ordine delle generazioni. La prova ci viene data dal fatto che la crisi della famiglia “tradizionale” non produce la sua metamorfosi, cioè forme innovative di vincoli intergenerazionali, ma piuttosto il suo isterilirsi e incrinarsi. I bambini sono, per riprendere una celebre espressione kantiana, cittadini del mondo: ma il mondo si ostina a non riconoscere che solo nel contesto di una famiglia eterosessuale, pienamente aperta alla generatività, essi possono, dopo essere venuti al mondo, godere della pienezza dei loro diritti. La modernità, invece, sente il dovere di moltiplicare la sua attenzione nei confronti dei bambini, mentre continua a fantasticare su irreali alternative alla comunità familiare. Non è così che si può costruire un futuro credibile.