Quadrimestrale di cultura civile

La prolifica Francia rallenta la sua crescita

di Daniele Zappalà / Giornalista

In Europa il tasso di fecondità francese primeggia da anni assieme a quello irlandese, nutrendo il mito di un’eccezione transalpina in campo demografico. Anche per questo, gli ultimi dati pubblicati recentemente dall’Istituto nazionale di statistica (Insee) hanno fatto molto rumore, dato che attestano per il secondo anno di fila un sensibile calo proprio del tasso di fecondità. Ne è nato un dibattito, anche politico, sui rischi legati al ridimensionamento delle politiche familiari, le quali rappresentano una forte specificità storica del welfare alla francese.
Nel 2016 il Paese ha registrato 785mila nascite, 14mila in meno rispetto al 2015, anno già segnato da una flessione di 20mila rispetto al 2014. Il tasso di fecondità è così sceso a 1,93 figli per donna, dopo essere rimasto fino al 2014 sopra la soglia simbolica dei 2 figli.
Secondo i demografi, si tratta in parte di un dato legato al calo del numero di donne in età fertile: gli effetti storici derivati dal “baby boom” tendono a esaurirsi. Ma gli studiosi hanno pure osservato un sensibile calo dei bebè nati da donne ventenni, non più compensato da un aumento da parte delle donne di età superiore. L’età media al momento dei parti ha superato così la soglia simbolica dei 30 anni.
La popolazione francese continua a crescere, dato che il saldo naturale (differenza nazionale fra nascite e decessi, senza considerare l’apporto migratorio) era l’anno scorso a quota 198mila. Ma questa cifra, la più contenuta degli ultimi 40 anni, suscita preoccupazioni inedite. Il tradizionale primato demografico francese è forse in pericolo?
In questo 2017 segnato dalla sequenza delle elezioni presidenziali e legislative, la natalità è già divenuta un tema elettorale. Il centrodestra, in particolare, rimprovera all’esecutivo socialista di aver ridotto le agevolazioni e i sussidi tradizionali rivolti soprattutto alle famiglie numerose con almeno tre figli. Secondo un’ipotesi rilanciata da più parti, il Paese sta subendo in ritardo gli effetti demografici della crisi, limitati in passato dagli ammortizzatori economici specificamente previsti dal welfare transalpino. Le giovani francesi e in generale le coppie incontrano difficoltà crescenti per costruire situazioni professionali stabili.
Nel marzo dell’anno scorso, dopo la pubblicazione dei dati del 2015 (i primi in sensibile controtendenza), il noto demografo Gérard-François Dumont aveva subito evidenziato sulla rivista Population et avenir un “doppio allarme”, analizzando la “svolta” al ribasso proprio alla luce delle specificità del welfare transalpino. Per lo studioso, “le variazioni di fecondità della Francia metropolitana [ovvero quella europea, a esclusione dei territori dell’Oltremare, ndr], negli ultimi decenni, sono essenzialmente legati a dei cambiamenti nella politica familiare e nella fiducia verso quest’ultima. Per limitarsi a un solo esempio, il calo del 1981-1982 si spiega con il ridimensionamento di certi aspetti di questa politica, e l’aumento del 1985 con l’arrivo di nuovi sussidi per permettere di conciliare più facilmente vita professionale e vita familiare”.
Quest’ultimo fattore della conciliazione fra vita familiare e professionale è da tempo considerato cruciale anche dai sociologi, soprattutto per i nuclei che aspirano a realizzare il sogno di un secondo figlio. Del resto, è il tema di ricerca sul quale ha speso anni anche Valeria Solesin, la dottoranda veneziana uccisa nel novembre 2015 dalla furia jihadista nell’assalto alla sala concerti del Bataclan. Alla Sorbona, la ricercatrice aveva specificamente condotto uno studio comparativo fra Italia e Francia, per cercare di mostrare perché le coppie francesi riescono a realizzare molto più spesso il sogno di una seconda nascita. Assieme ad altre, queste ricerche hanno confermato l’importanza delle politiche pubbliche sociali e familiari, così come l’influenza del loro radicamento storico negli immaginari collettivi e nella quotidianità vissuta soprattutto al femminile. In Francia, notava la giovane studiosa, l’occupazione femminile varia molto meno che in Italia nelle famiglie con uno e con due figli.

Il declino del welfare formato famiglia
A proposito delle attuali turbolenze demografiche transalpine, Dumont ha sottolineato che “la politica familiare ha conosciuto in Francia importanti cambiamenti in questi ultimi anni, come la diminuzione del sussidio complementare per le modalità di accudimento (Cmg), versato per aiutare i genitori che assumono una nutrice a domicilio o una collaboratrice familiare, la procrastinazione di due anni dell’aumento dei sussidi familiari, o ancora il tetto fortemente abbassato del quoziente familiare. Occorre aggiungere il condizionamento legato al reddito dei sussidi familiari, che genera degli effetti di soglia, per natura ingiusti, e che spazza via tre quarti di secolo di una politica familiare che tutti i governi – di destra come di sinistra – avevano perseguito”.
Come sottolinea il demografo, fra i fattori decisivi non rientrano solo gli effetti diretti delle somme effettivamente intascate dalle famiglie, ma anche quelli legati a certe proiezioni mentali dei cittadini nel futuro. Ad esempio, “i francesi hanno compreso che le importanti riduzioni delle dotazioni di Stato agli enti locali provocheranno la soppressione o la riduzione dei progetti di nuovi asili nido o di strutture concepite per le collaboratrici familiari”. Sarebbe in gioco quindi, più in generale, la fiducia (accumulata negli anni) dei cittadini verso il ruolo del sostegno pubblico alla natalità. Insomma, comincia forse a traballare il patto implicito fra Stato e società civile sotto il sigillo del futuro demografico. Per questo, Dumont si è sentito in dovere di lanciare al Paese, e in primis alla classe politica, un interrogativo che in questi mesi ha trovato larga eco nel quadro della campagna elettorale: “Assistiamo all’inizio di una perdita duratura di fiducia verso una politica familiare molto meno solidale? L’avvenire lo dirà”. Fra l’altro, scrivendo a un pubblico francese, lo studioso considera quasi scontato un punto che altrove, in Europa, non sempre lo è: l’avvenire demografico può e dovrebbe continuare a essere almeno in parte l’effetto di scelte politiche esplicite. 
 
Immigrazione, un contributo che non pesa
Nel solco di questa tradizione, la crescita della popolazione in Francia è ancor oggi molto meno legata all’immigrazione rispetto a tante altre contrade europee. L’ultimo studio sistematico sulla questione condotto dall’Istituto nazionale di studi demografici (Ined), a firma dei noti studiosi François Héran e Gilles Pison, mostra chiaramente che “il contributo delle madri straniere ai tassi di fecondità nazionale è modesto (0,1 bambini), nonostante una fecondità in crescita presso le nuove popolazioni in arrivo”. Sono dati, questi, che hanno contribuito a smontare l’argomento dell’”invasione in corso di stranieri”, ancor oggi nelle bocche dei militanti ultranazionalisti e della loro leader assoluta, Marine Le Pen. Fra l’altro, alcuni studi demografici specifici sulle famiglie numerose transalpine mostrano che nella maggioranza dei casi esse perpetuano tradizioni storiche profondamente radicate soprattutto nel ceto operaio di certe regioni centro-occidentali e nella borghesia cittadina di forti convinzioni cattoliche.   
Ciò non significa che le famiglie con radici nell’immigrazione hanno pochi figli, ma che il contributo alla fecondità nazionale di questa minoranza resta molto ridotto. Héran e Pison sottolineano inoltre che “le donne immigrate naturalizzate, il cui arrivo è spesso datato o è avvenuto a un’età precoce, praticano maggiormente le unioni miste e si avvicinano alle francesi di nascita nel loro comportamento sotto il profilo della fecondità”. Dunque, i frequenti reportage televisivi in certi comuni molto multiculturali della banlieue parigina tendono a far dimenticare persino agli stessi francesi che il Paese conserva un’anima molto rurale e che il fenomeno migratorio è in realtà molto significativo solo in determinati contesti urbani o periurbani.  
Non si può nemmeno dire che il saldo migratorio (differenza fra quanti arrivano e quanti se ne vanno) sia in Francia in aumento costante. Nel 2000, era ufficialmente a quota 70mila, prima di conoscere un brusco calo triennale nel 2009 (44mila), 2010 (43mila) e 2011 (47mila). Poi, i dati sono risaliti altrettanto repentinamente nel 2012 (91mila) e 2013 (107mila), per poi scendere ancora una volta e attestarsi, fra il 2014 e il 2016, a quota 82mila. Anche queste cifre ribaltano completamente le tesi propagandate dai partiti xenofobi transalpini.
Il fatto che proprio l’Ined di Parigi (dove ha lavorato anche Valeria Solesin) sia il più importante istituto nazionale di ricerca al mondo dedicato alle questioni demografiche la dice lunga sull’enfasi storica posta in Francia sulla popolazione come fattore centrale della vita sociale e del patto civile fra cittadini e istituzioni. Si tratta forse del versante ancor oggi più ampiamente condiviso dell’eredità gollista. Del lato buono di quella grandeur, su altri fronti controversa, che la Francia si è sforzata di coltivare dopo gli sfaceli della Seconda guerra mondiale. Non è un caso che siano spesso proprio studiosi transalpini a lanciare, numeri alla mano, vibranti avvertimenti sulle sfide demografiche fronteggiate da tutta l’Europa. Fra questi, ancora una volta, Dumont, docente alla Sorbona e membro della Pontificia accademia delle scienze sociali. Nei mesi scorsi, a una nostra domanda sul dibattito in Europa su migrazioni e demografia, ha risposto in questi termini: “Da anni, l’Unione europea pubblica rapporti per mostrare che la situazione demografica non è buona, che occorre della popolazione attiva e dunque dell’immigrazione. Ma un simile ragionamento elude in genere il nodo delle politiche familiari insufficienti all’interno dell’Unione. Eppure, è un punto assolutamente fondamentale, in quanto all’origine del calo della fecondità e dell’inverno demografico. Inoltre, la necessità di nuova popolazione attiva non è uniforme nei vari Paesi. In alcuni, come la Germania, il problema si pone in modo serio. In altri, come la Francia, la popolazione attiva è molto più stabile. Il legame fra calo demografico e bisogno d’immigrazione meriterebbe dunque un dibattito molto più serio e approfondito. E in ogni caso, l’Europa non avrà un avvenire lasciando strada libera all’inverno demografico”.