Come vengono raccontati dal cinema i temi legati alla “questione demografica”, un tema tipico delle società più ricche, mentre ci confrontiamo sempre di più con persone di altre culture che vengono a vivere nei nostri Paesi, portando con sé un approccio completamente diverso (con tanto di famiglie povere di tutto ma spesso ricche di prole) anche quando il “buon senso” occidentale parlerebbe di irresponsabilità?
Nelle cinematografie europee, spesso la famiglia che viene dall’Africa o dall’Asia è rappresentata come naturalmente numerosa, anche se il tema del “fare figli o meno” non è ancora stato focalizzato rispetto ai migranti di recente arrivo o già radicati. Film come il britannico East is East - Una famiglia ideale diretto da Damien O’Donnell, per citarne uno tra i tanti, a fine anni Novanta raccontava un aspetto comune a tante pellicole analoghe: quello dei matrimoni combinati dai genitori e del rifiuto dei figli verso simili imposizioni e in generale verso l’autoritarismo del padre. Ma indirettamente si raccontava anche una famiglia che poteva sembrare quasi di alieni, con quei sette figli che potevano ricordare le famiglie italiane di un secolo fa. Oggi presentare famiglie di questo tipo – che pure esistono – in un film di produzione nazionale sarebbe inconcepibile perché non è più un’opzione socialmente accettata.
Un film più recente, il tedesco Almanya – La mia famiglia va in Germania metteva in scena la famiglia Yilmaz, arrivata dalla Turchia in Germania negli anni Sessanta, con sentimenti contrapposti tra ansie di sentirsi ormai tedeschi e nostalgie della patria: non era il tema principale, ma tra figli, nipoti e figli in arrivo per gravidanze inaspettate essere in tanti non era certo il maggior problema.
Se la culla resta vuota
Il problema della crescita zero in Italia lo ha ricordato con una sorprendente presa di posizione una recente commedia, Non c’è più religione: un “cartello” prima dei titoli di testa affermava “in questa sala avete 0,65 figli e 2,83 cellulari a testa”. La nuova commedia di Luca Miniero (regista di Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord, Un boss in salotto) da lì sviluppava l’assunto che la natalità in Italia regge a livelli minimi solo perché ci sono gli immigrati a fare ancora figli. Il film, invero abbastanza modesto, racconta dell’immaginaria isola di Porto Buio in cui la mancanza di nuove nascite dalla comunità originaria costringe il sindaco del paese (interpretato da Claudio Bisio) a una drastica decisione per evitare di cancellare l’antica tradizione del presepe vivente, dal momento che ormai il “piccolo” Gesù impegnato da anni era diventato un ragazzino piuttosto cresciutello. La soluzione escogitata, guarda caso, è chiedere aiuto alla locale comunità musulmana – peraltro guidata da un napoletano convertito all’islam – chiedendo “in prestito” uno dei loro bambini. Cosa che l’improbabile imam (un Alessandro Gassmann in un ruolo sopra le righe) si risolve a fare, pur inizialmente controvoglia. La commedia, più farsesca che intelligente, propone un tema serio ma non lo sviluppa con acume, nemmeno con i mezzi di una comicità dissacrante o provocatoria, limitandosi a una serie di gag e a un facile “volemose bene” tra gruppi di origini e religioni diverse.
Molto più interessante è la declinazione futuristica che il problema demografico ha avuto talvolta, giocando sulla paura che una civiltà possa finire se i figli smettono di nascere. L’esempio migliore è senza dubbio I figli degli uomini di Alfonso Cuaron (lo stesso regista di un altro grande, e più recente, film di fantascienza, Gravity, con Sandra Bullock e George Clooney), uscito nel 2007: il film, ambientato in un futuro vicino che oggi è a due passi – la vicenda è collocata infatti nel 2027 – racconta un mondo in cui non nascono più bambini da 18 anni; e lo scatenarsi di guerre tra popoli e nazioni sembra presagire la fine del genere umano. Quando il protagonista, un ex attivista politico ormai disilluso, si trova a condividere la fuga con una ragazza sconosciuta, scoprirà che la stessa aspetta miracolosamente un figlio: proteggere quella ragazza e la creatura che porta in grembo può significare dare un futuro di speranza all’umanità.
Le nostre paure
Nel cinema dei Paesi occidentali è invece ben focalizzata la paura del fare figli, tema che non è affatto collegato alla crisi economica ma la precede, essendo con tutta evidenza una questione culturale. La poneva con chiarezza un film italiano uscito all’inizio del 2008, quindi poco prima dello scoppio della “grande crisi”: Amore, bugie & calcetto, una commedia corale diretta da Luca Lucini che metteva al centro una serie di coppie. Il calcetto era il trait d’union di un gruppo di “maschi” di diverso tipo, dall’imprenditore di mezza età separato dalla moglie e con giovane fidanzata ai trentenni in crisi, ai ragazzi in cerca di una stabilità professionale e affettiva. I temi erano tanti – dalle crisi appunto matrimoniali e di mezza età alla fatica di un imprenditore in difficoltà e alla sua lealtà verso i dipendenti, fino ai tradimenti e ai segreti tra coppie – ma quello dei figli a un certo punto si imponeva, in due delle coppie rappresentate. Una era quella di due trentenni (interpretati da Filippo Nigro e Claudia Pandolfi) ormai delusi l’uno dall’altra, con la moglie appesantita per essersi dedicata ai due figli lasciando il lavoro e con il marito incapace di comprenderla; fino alla svolta rappresentata dall’uomo che decideva di prendersi una pausa lavorativa e di far tornare la moglie alla professione di restauratrice; meglio, di riprendere a guardarsi e a guardare alla propria vita con fiducia, tanto da aprirsi alla prospettiva “impossibile” di un terzo figlio. L’altra coppia, davvero spericolata, era quella di due fidanzati molto giovani, che scoprivano di aspettare un bambino (con un segreto tra loro, inconfessabile): ancora studenti universitari, inizialmente optavano per l’aborto come scelta “ragionevole”; ma un caso fortuito apriva cuore e testa in particolare del ragazzo, un giovane calcolatore in ogni cosa, che inizia a prendere in mano la propria esistenza. Frase centrale del film, da un saggio e pur sconfitto uomo al ragazzo: “Mai visto nessuno essersi pentito di aver messo al mondo un figlio”.
Un gran film, qualche anno fa, arrivò dagli Usa: American Life (2009), del noto regista Sam Mendes (American Beauty, Era mio padre, gli ultimi film di 007, Skyfall e Spectre), raccontava di due trentenni in attesa di un figlio. Lui, solare e ottimista, vorrebbe sposarla; lei, più negativa verso la vita, non solo è contraria al matrimonio ma spaventata dalla novità, ha paura di non farcela a essere una buona madre. Decidono di intraprendere un lungo tour per andare a trovare amici e parenti che sono già diventati genitori, per ricevere da loro coraggio e per decidere dove mettere radici con la famiglia in costruzione. Un road movie esistenziale, non privo di momenti divertenti, ma anche ricco di profondità nel mettere in campo tutte le paure che rischiano di bloccare uomini e donne del nostro tempo.
Ragazzi senza paura
Un filone dell’ultimo decennio molto curioso è quello di giovanissimi, adolescenti o poco più, di fronte alla sfida di diventare genitori. A volte per un involontario “incidente di percorso”, altre volte per un progetto con tratti di provocazione rispetto al mondo degli adulti. Perché in questi film i “grandi” sono pavidi e incapaci di affrontare il futuro con un’ipotesi positiva – magari con motivazioni di apparente “buon senso”: la crisi economica, la precarietà lavorativa – mentre paradossalmente ragazzi fragili e insicuri arrivano a scommettere su un desiderio più grande di tali paure. Il capostipite di questo filone fu Juno, giusto dieci anni fa, diretto da Jason Reitman. La giovanissima protagonista decideva di perdere la verginità con l’ingenuo amico Paulie, come forma di passaggio all’età adulta. Non aveva previsto la gravidanza: la scelta di abortire era tanto veloce quanto superficiale, ma l’impatto con la clinica abortiva le apriva dei dubbi, tanto da decidere di far nascere il bambino e poi affidarlo a una famiglia matura…
Un gesto di rottura e di ribellione esplicita alla società avviene nel francese 17 ragazze (2011), diretto dalle sorelle Delphine e Muriel Coulin: una storia ambientata a Lorient, piccola cittadina di provincia, ma ispirata a un fatto accaduto negli Stati Uniti; quando un gruppo di sedicenni scoprono che la loro compagna di classe Camille è rimasta involontariamente incinta ma che vuole fare della sua gravidanza un gesto di rivolta contro scuola, famiglia e società, decidono di imitarla rimanendo incinte del primo che capita. Lo choc degli adulti – i genitori delle ragazze sono figure evanescenti e depresse – che ammettono lo smacco delle proprie strategie fa il paio con la determinazione delle ragazze; anche in questo caso, le motivazioni sono istintive, ma colpisce la valenza completamente positiva della maternità, considerata un gesto rivoluzionario. E il giudizio sul mondo degli adulti, che “hanno paura di tutto: di invecchiare, di morire, di perdere il lavoro…”.
Di recente sono invece usciti due film italiani, molto simili tra loro (anche se qualitativamente diversi), sempre con al centro una coppia di adolescenti o poco più che scoprono di aspettare un bambino. E sia in Piuma di Roan Johnson (anche molto divertente nel rappresentare ragazzi e adulti molto sopra le righe) che in Slam – Tutto per una ragazza di Andrea Molaioli, i genitori vorrebbero liquidare il problema in fretta, con tanto buon senso “borghese”: ragazzi che a malapena sanno badare a se stessi non possono tirar su un bambino, se non vogliono “rovinarsi la vita”... In Piuma, Ferro e Cate sono due maturandi: lui è parecchio inconsapevole, ma insofferente alla prudenza dei genitori, lei più matura dei suoi anni (e di un padre cialtrone e combinaguai); in Slam i ragazzi hanno 17 anni e sono meno convinti, sia di tenere il figlio (ma poi si decidono, proprio in contrasto alla “violenta” reazione dei ricchi genitori di lei) che di voler stare insieme; e infatti la loro storia è un tira e molla continuo. Ma il bambino sarà il loro punto fermo.
Per contrasto, un altro film italiano recente racconta – pur solo in una scena – cosa succede quando quel coraggio non c’è, e ci si lascia sopraffare dalla paura e dalla volontà altrui. In Non è un Paese per giovani di Giovanni Veronesi, uno dei tre protagonisti racconta a due amici di quando lui e la fidanzata si fecero convincere ad abortire dai genitori “illuminati e progressisti”, senza drammi: “Fu tutto tranquillo, tutto perfetto” dice il giovane, tra le lacrime… Una ferita che nessuno potrà sanare. Il film non è un granché, ma quella scena aiuta a capire bene cosa c’è in gioco quando si parla di apertura o chiusura di fronte a una sfida tanto grande come l’ipotesi di accogliere una nuova vita.