Le cause profonde che stanno all’origine del calo della natalità in Italia, gli strumenti più adeguati per farvi fronte sul piano fiscale, sociale, educativo, i modelli adottati in altri Paesi e a cui il nostro può guardare per invertire la tendenza. Su questi temi abbiamo chiamato a confrontarsi due tra i maggiori esperti, portatori di visioni e di approcci diversi. Sono Pierpaolo Donati – ordinario di Sociologia e professore dell’Alma Mater, già presidente dell’Associazione italiana di Sociologia e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia – e Chiara Saraceno, sociologa, studiosa della famiglia e del welfare, docente universitaria in pensione, honorary fellow del Collegio Carlo Alberto/Università di Torino.
A differenza di quanto accadeva alcuni decenni fa, oggi sono in molti a mettere in evidenza i rischi sociali ed economici collegati al calo della natalità, un fenomeno rispetto al quale i demografi avvertono che non saranno sufficienti i flussi migratori per “colmare il divario”, anche in considerazione del fatto che le donne immigrate tendono nel tempo ad assumere gli stessi “comportamenti riproduttivi” delle italiane? Quali sono le cause profonde di questo processo, che viene da lontano e che vede l’Italia ai primi posti nel mondo?
Donati
Personalmente, ho cominciato a parlare di tendenze suicidogene della popolazione italiana fin dagli anni Ottanta, in sintonia con vari demografi americani a cui pochi davano credito in Italia. Già allora, infatti, era evidente quella tendenza al progressivo calo della natalità che si è accentuato negli ultimi due-tre decenni. A partire dal 1974, il calo delle nascite è diventato un fenomeno strutturale in quanto, a ogni ciclo generazionale, diminuisce il numero delle donne in età feconda, e quindi, se non sostenuta, la natalità è destinata a diminuire in modo progressivo. Oggi, se volessimo riprendere quota e avere un rimpiazzamento naturale della popolazione, sarebbe necessario che all’incirca il 40% delle donne avesse almeno tre figli nel corso della vita, il che è del tutto improbabile. Quali le cause di questo declino? Di solito, le spiegazioni ricorrono a tre tipi di cause: materiali (economiche e di servizi accessibili), psicologiche e culturali. Molti sostengono che il fattore primario stia nelle cause economiche (mancanza di lavoro, della casa, di reddito) e nella mancanza di servizi, ma le ricerche empiriche più serie non confermano questa priorità. È ovvio che le ragioni materiali hanno il loro peso. Ma non si fanno figli perché c’è un bonus in più o l’offerta di un nido sotto casa (si veda l’indagine Il costo dei figli: quale welfare per le famiglie?, FrancoAngeli, Milano 2010). Le ricerche sociologiche dicono che i fattori più decisivi sono di ordine culturale (i modelli di vita) e psicologico. Il valore dei figli è diventato puramente affettivo e privatizzato. La motivazione ad avere figli risiede sempre più nel desiderio di autorealizzazione individuale, che si blocca quando prevalgono l’incertezza e la paura del futuro. A sostenere questo clima culturale, c’è l’idea che il mondo sia sovra-popolato e che occorra diminuire le nascite. I flussi migratori non sono sufficienti a mantenere l’equilibro demografico non solo e non tanto perché, come si dice, le seconde generazioni di immigrati fanno meno figli dei loro genitori, ma perché, per sostenere il rimpiazzamento della popolazione occorrerebbe un numero di immigrati con una struttura per sesso ed età pari a quella che è venuta meno, mentre le immigrazioni hanno ben altra struttura. Le alternative per i prossimi decenni sono semplicemente queste: o si diffonde una nuova cultura positiva dell’avere figli, oppure la società italiana, per sostenere l’economia e il welfare (pensioni), avrà bisogno di massicce dosi di immigrazione.
Saraceno
Distinguiamo tra calo della natalità e calo della fecondità. Il calo della natalità è in parte dovuto all’invecchiamento della popolazione, che a sua volta è la conseguenza dell’intrecciarsi di due distinti fenomeni: l’innalzamento della durata della vita e la diminuzione della fecondità, ovvero del numero di figli per donna (si dovrebbe dire anche per uomo, ma la fecondità maschile è meno agevole da accertare sul piano statistico). Il primo fenomeno fa aumentare la quota della popolazione che non è più in età riproduttiva, quindi non può avere figli. Il secondo fenomeno invece riduce il numero dei “nuovi ingressi”, accentuando il fenomeno dell’invecchiamento. Il calo della fecondità diventa problematico quando è molto al di sotto del livello di riproduzione, non tanto perché comporta una riduzione della popolazione, ma perché, specie in una società in cui si alzano le speranze di vita, si modificano fortemente i rapporti di età nella popolazione, accelerandone appunto l’invecchiamento, con le conseguenze che ciò comporta per la disponibilità e capacità di orientarsi al futuro, di innovare quando necessario. In una società anziana, inoltre, i conflitti di interesse tra le generazioni possono acuirsi, almeno in società e rispetto al bilancio pubblico, anche se non a livello famigliare. Assistiamo, infatti, al fenomeno per cui nella società abbiamo una spesa pubblica fortemente sbilanciata a favore delle generazioni più vecchie (pensioni e sanità), mentre a livello famigliare vi è ancora una forte redistribuzione da parte delle generazioni più vecchie verso quelle più giovani. Ma questa dicotomia, mentre rafforza la dipendenza dei giovani dalla propria famiglia, riducendone l’autonomia, rafforza anche la riproduzione intergenerazionale delle disuguaglianze.
I motivi della persistente bassa fecondità italiana sono da rintracciare in due fattori principali, di lungo periodo. Il primo è l’incapacità della nostra organizzazione sociale e degli atteggiamenti culturali prevalenti ad accettare la parità tra uomini e donne e quindi a riorganizzarsi e ri-orientarsi di conseguenza. Nonostante da ormai diversi decenni (fine degli anni Settanta) le donne siano istruite tanto quanto gli uomini e cerchino di stare nel mercato del lavoro, sia l’organizzazione del lavoro sia quella della famiglia sono ancora largamente basate sulla presunzione di una divisione del lavoro tradizionale in base al genere. Anche il sistema dei servizi e l’organizzazione scolastica sono spesso basate sulla presunzione che ci sia sempre una mamma disponibile, o comunque che sia affar suo trovarsi una sostituzione. Le donne italiane occupate e con carichi famigliari sono, nel mondo occidentale, tra quelle che hanno la giornata lavorativa pagata e non pagata più lunga. E c’è un 20% strutturale che lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. I Paesi occidentali sviluppati che oggi hanno i tassi di fecondità più alti sono quelli più coerenti nel sostenere la parità di genere.
Il secondo fattore riguarda la persistente povertà delle politiche di sostegno alle famiglie con figli. Ho già detto della scarsità dei servizi. Ma la questione riguarda anche i trasferimenti diretti. Manca in Italia un assegno universalistico per compensare il costo dei figli. Abbiamo un sistema frammentato ed eterogeneo, che spesso lascia fuori i più poveri. Ricordiamo che l’Italia, anche a motivo del basso tasso di occupazione delle madri, è uno dei Paesi europei in cui, dagli anni Novanta, l’incidenza della povertà minorile è più alta di quella sia degli adulti sia degli anziani e riguarda soprattutto i bambini e ragazzi che hanno due o più fratelli. Fare un figlio in più, perciò, espone al rischio di povertà per sé e per i propri figli. Con la crisi le cose sono ulteriormente peggiorate, perché, proprio per i giovani in età riproduttiva, il lavoro si è fatto più scarso, più precario e meno pagato, e ancor più tra le donne che tra gli uomini. Fare un figlio diventa un azzardo che molte/i ritengono di non potersi permettere. Perciò rimandano. E rimandando automaticamente riducono il periodo in cui possono essere attivamente fecondi.
Quanto conta la crescente fragilità dei legami affettivi (Bauman parlava di un amore liquido dentro lo scenario della modernità liquida), il crescente scetticismo di fronte all’ipotesi di relazioni stabili, spesso generato dalla preoccupazione per il futuro in chi vive un presente precario non solo sotto il profilo economico ma anche esistenziale, antropologico?
Donati
Il modello procreativo che prevede una natalità ristretta e di tipo affettivo, va di pari passo con quello che Bauman chiama “amore liquido”, un termine ambiguo sul quale bisogna intendersi: l’amore liquido risponde a delle strutture culturali, non è qualcosa di casuale o lasciato alla libertà degli individui, come molti pensano. L’edonismo liquido della coppia è una struttura socio-culturale ben precisa. È un certo tipo di economia e di politiche attuate in nome del complesso che io chiamo lib/lab (la struttura a dominanza basata sul binomio mercato/stato, a detrimento della società civile) che promuove un modello di vita basato su relazioni provvisorie, precarie, soggette alla ricerca di soddisfazioni e piaceri del momento. Il modello liquido è teorizzato come il modello positivo del futuro. Lo fa, per esempio, Tony Giddens, quando sostiene che la coppia ideale deve essere quella della “relazione pura” in cui i partner di qualunque sesso stanno assieme finché ne traggono utilità e piacere. Dei figli non si parla. Nella “relazione pura” i figli non sono previsti, come dimostrano le legislazioni più recenti, a partire dai Pacs francesi, e successivamente le leggi sulla “compagnia di vita” (Lebenspartnershaft in Germania), civil partnership (UK), matrimony gay, unioni civili (Italia) ecc. A monte di questi processi c’è l’ideologia che equipara la famiglia a una semplice sfera privata (privacy), priva di valenza sociale, pubblica, politica. Il riconoscimento pubblico è richiesto al fine di privatizzare la vita privata. È qui dove la cosiddetta civiltà europea sta implodendo.
Saraceno
Non condivido la tesi di una crescente e generalizzata fragilità dei legami affettivi. Non ci sono evidenze empiriche per sostenerla. A meno che non si voglia dire che l’amore è un sentimento troppo fragile e casuale per dare stabilità a una impresa duratura quale è la formazione di una famiglia. In effetti a lungo non è stato l’amore il fondamento dei rapporti di coppia e generazione e i nostri vecchi lo vedevano come un rischio. L’irruzione dell’amore, dell’aspettativa di stare bene insieme e darsi reciprocamente ben-essere è certamente un rischio per la stabilità di un rapporto, che richiede capacità in parte diverse per poter durare a lungo e mentre si attraversano cambiamenti e anche conflitti. L’instabilità coniugale rimane comparativamente contenuta, anche se in aumento, a differenza di quanto sta avvenendo in Paesi dove sia la parità di genere sia l’universalismo del welfare sono più forti, a conferma del fatto che parità di genere e alleggerimento delle dipendenze famigliari possono rafforzare, non indebolire, i legami famigliari e la disponibilità ad assumere responsabilità famigliari. È vero anche che oggi molti convivono prima di sposarsi, anche se, a differenza che in altri Paesi, si tratta ancora di una minoranza (un matrimonio su tre oggi è preceduto da un periodo di convivenza). Ma questo non significa che non si dia importanza ai legami e non si facciano investimenti sul futuro. Sono, infatti, in aumento le convivenze con figli e un figlio su tre oggi nasce all’interno di una convivenza. Il matrimonio come istituzione continua a essere importante, ma da rito di passaggio sta diventando rito di conferma.
Quali sono gli strumenti e le politiche più adeguati per contrastare la denatalità? Quali interventi sono auspicabili sotto il profilo delle politiche sociali, fiscali, educative? Su cosa si può fondare un welfare che sotto questo profilo risulti davvero efficace?
Donati
In merito alle politiche, due sono le considerazioni che vorrei sottolineare. In primo luogo, è mia opinione che le politiche sociali ed economiche a livello macro-istituzionale avranno effetti sempre più limitati, a causa del livello di complessità e rapidità di cambiamento della società futura. La seconda considerazione è che, per essere efficaci, le politiche di contrasto alla denatalità richiedono un forte sostegno culturale in termini di valori e motivazioni. Il caso italiano è emblematico del fatto che una seria politica di sostegno della famiglia e della natalità è mancata innanzitutto per la delegittimazione ideologica di tali politiche, le quali non sono una cosa misteriosa, ma sono misure ben note e chiare nel mondo degli esperti. Da vari anni, per quanto riguarda l’Italia, i Rapporti biennali del Cisf (dal 1989) e soprattutto le ricerche e le proposte dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia hanno sostenuto la necessità di contrastare le tendenze suicidogene della popolazione italiana, ma altre voci si sono sempre opposte sostenendo che fare politiche pro-nataliste significasse riesumare una ideologia fascista. L’accusa di fascismo, si sa, delegittima qualunque proposta. Adesso, quando è chiaro che siamo sulla strada di toccare il fondo, e che il declino non sarà affatto dolce, questa accusa non si sente più, ma ne subiamo le conseguenze di lungo periodo. E comunque riappare in molti modi, come quando la recente proposta (2016) del Ministro Lorenzin di educare alla maternità è stata bocciata con l’accusa di essere un piano pro-natalista contro le donne.
In merito alla proposte possibili, rimando al Piano nazionale per la famiglia. L’alleanza italiana per la famiglia, redatto quando ero direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia e approvato dal governo Monti nel 2012 (http://www.politichefamiglia.it/media/1055/piano-famiglia-definitivo-7-giugno-2012-def.pdf). Questo piano contiene i principi di base e molte proposte operative in dettaglio. I principi sono i seguenti: cittadinanza sociale della famiglia, politiche esplicite (non implicite) e dirette (non indirette) sul nucleo familiare, equità sociale verso la famiglia, sussidiarietà, solidarietà, welfare familiare sostenibile e abilitante, alleanze locali per la famiglia, monitoraggio dei provvedimenti legislativi e valutazione di impatto familiare della legislazione. Non posso qui enumerare le decine di misure concrete e operative per implementare questi principi. Dirò solo che la loro filosofia si basa su forti partnership fra pubblico e privato, soprattutto il privato sociale, fuori da un modello di integrazione sistemica a guida pubblicistica come quello della legge 328 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali) che, a mio avviso, è stata fallimentare perché ha chiamato i privati a contribuire al welfare dello Stato (il cosiddetto equivoco “secondo welfare”), anziché dare alla società civile, alle associazioni, al Terzo Settore e alle famiglie stesse la soggettività sociale che spetta loro nel far fronte alle esigenze di benessere.
Saraceno
In parte ho già risposto prima. Occorre rafforzare la parità di genere a tutti i livelli e le politiche di conciliazione lavoro-famiglia, per le donne, ma anche per gli uomini: congedi genitoriali meglio compensati, servizi per l’infanzia, scuole a tempo pieno. Senza dimenticare che l’investimento in servizi per i bambini e ragazzi sarebbe anche un importante strumento di pari opportunità per loro. Occorre razionalizzare e rendere universale il sostegno monetario al costo dei figli, in modo che sia progressivo al diminuire del reddito famigliare, ma eviti di scoraggiare l’occupazione delle madri. Per questo sono più favorevole a una misura come l’assegno per i figli che a detrazioni fiscali o al quoziente famigliare. E naturalmente occorre fornire ai giovani opportunità di lavoro adeguatamente remunerato e con un orizzonte temporale ragionevolmente sicuro. Sarebbe inoltre opportuno riconoscere contributi figurativi a fini pensionistici per chi fa lavori di cura intensivi, come le madri, per compensarne la perdita di reddito che sperimentano a motivo delle interruzioni per maternità. Rendere più agevole il part time reversibile, per donne e uomini, per fronteggiare periodi di domande di cura intensiva. Anche le aziende dovrebbero fare la loro parte, lavorando su una flessibilità amichevole nei confronti di chi ha responsabilità famigliari e anche con forme di welfare aziendale, anche se non va dimenticato che in Italia la gran parte delle aziende sono medie e piccole e difficilmente possono investire in welfare aziendale. Accanto a questo, occorre un lavoro culturale ed educativo a partire dalla scuola, che formi al rispetto reciproco, alla parità di genere, alla condivisione e collaborazione.
A quali Paesi e a quali modelli di politiche sociali attuate in altri Paesi è utile guardare?
Donati
Negli anni passati abbiamo guardato ad alcuni modelli interessanti. Per esempio, il modello di una Agenzia nazionale dedicata a sostenere le famiglie e la natalità, decentrata sul territorio, come la CNAF francese, che elargisce una quantità di aiuti alle donne e alle famiglie per ogni tipo di situazione che si viene a creare con la nascita di un figlio. Sempre dalla Francia è venuta l’idea del quoziente famigliare. Altri hanno guardato alla Germania, che percorre una via più monetaria, elargendo assegni famigliari molto consistenti e varie provvidenze fiscali alle famiglie. Un terzo modello di riferimento è stato quello scandinavo che è basato sul sostegno al lavoro femminile con generosi servizi e pacchetti di welfare che consentono alle donne di realizzare i loro desideri di maternità, anche se, e anzi proprio perché, operano sul mercato del lavoro e quindi hanno una loro indipendenza economica. Tuttavia, negli ultimi anni mi sono convinto che l’Italia è incapace di perseguire questi modelli, per tante ragioni croniche e strutturali profonde che sarebbe lungo analizzare. Il mio parere è che l’Italia debba trovare la propria strada. Certamente ciascuno di questi modelli ha qualcosa di buono da dirci, ma essi sono validi nel loro contesto geo-politico e non possono essere trasferiti sic et simpliciter al nostro Paese. Lo dimostrano i fallimenti di tutti i tentativi di sostenere la natalità con dei “buoni” alla nascita di un figlio (per esempio come quelli francesi, avviati per primo dal Ministro Maroni, e poi seguiti da alcune Regioni, come il Friuli-Venezia Giulia), piccole detrazioni fiscali per le spese dei figli o altre provvidenze simili. Dal punto di vista ideale, certo, occorrerebbe un intervento sistemico basato in primo luogo sul fisco. Ma nessun governo l’ha accolto, neppure il governo Monti che ha tolto questa proposta dal Piano predisposto dall’Osservatorio nazionale di cui ho già detto. Di nuovo, le motivazioni sono state di ordine ideologico: da sinistra, si è sostenuto che il quoziente familiare sarebbe socialmente discriminatorio perché favorirebbe le classi medio-alte (il che è falso perché lo si potrebbe ponderare in modo da renderlo equo), mentre da parte liberale lo si è rigettato perché ritenuto contrario a principi di libertà. Sul piano tecnico, il quoziente familiare è stato ridefinito come “fattore famiglia”, e ha trovato minori opposizioni, ma di fatto è stato lasciato sempre nel cassetto. Altri interventi sarebbero chiaramente necessari, come una rete diffusa di servizi (nidi, centri famiglia, consultori), una legislazione capace di sostenere un nuovo patto tra famiglia e scuola, così come tra famiglia e altre istituzioni (sanitarie, educative, sportive, di welfare in genere). Ma gli interventi sistemici dall’alto in Italia non funzionano. Nella misura in cui sono burocratici e standardizzati, sono spesso causa di abusi, distorsioni ed effetti perversi. Per questa ragione propendo per nuove vie, affidate alle comunità locali, cioè a nuove forme di partnership, e altre collaborazioni di vario tipo, fra amministrazioni locali e famiglie organizzate in rete sul territorio. È a livello locale, con l’energia di una vera società civile, che si possono adottare esempi come le Alleanze locali per la famiglia (direttiva UE), i distretti famiglia (come in Trentino), un welfare aziendale family friendly, un social housing che promuove il capitale sociale delle famiglie, forme flessibili di cura dell’infanzia come la “madre di giorno” (Tagesmütter), una tassazione locale su misura delle famiglie ecc. In breve, occorre percorrere nuove vie, quelle che costruiscono reti di fiducia, cooperazione, reciprocità fra i soggetti sociali, e in particolare sostegni concreti alle giovani coppie. Ma per fare questo bisogna spezzare il circolo vizioso che in Italia vede di fatto prevalere una sussidiarietà alla rovescia, per cui, a conti fatti, è la famiglia che sostiene i deficit e i fallimenti delle istituzioni pubbliche (lo Stato), anziché avere istituzioni (e uno Stato) che creano le condizioni affinché le persone possano veramente “fare famiglia”.
Saraceno
I Paesi del Nord Europa, pur nella loro interna diversità, sono certamente all’avanguardia nel coniugare sostegno alle pari opportunità e investimento nel capitale umano, in nome del valore dell’uguaglianza. Insieme alla Francia, che da molto tempo ha non solo generosi sostegni economici per i figli, ma anche un articolato sistema di servizi per l’infanzia, si tratta dei Paesi europei che oggi hanno i tassi di fecondità più alti, vicini alla soglia di sostituzione. Anche la Germania in questi anni ha fatto passi in direzione di una maggiore parità di genere e di politiche di conciliazione lavoro-famiglia, ad esempio con la riforma dei congedi genitoriali, il diritto ad avere il part time (reversibile) quando si ha un bambino sotto i tre anni e con l’introduzione del diritto a un posto al nido per ogni bambino. Rimangono, tuttavia, sia modelli culturali, sia istituzioni sociali (ad esempio il fisco) che continuano a privilegiare l’asimmetria nei rapporti di genere. L’Olanda, accanto a una forte incidenza di part time femminile, che può essere discutibile dal punto di vista della parità, ha da qualche anno per legge un sistema di “conto orario” individuale che, almeno nelle medie-grandi imprese consente ai singoli lavoratori di organizzare flessibilmente la propria prestazione lavorativa nell’arco della settimana, ma anche mese e anno. Anche Germania e Olanda, tuttavia, hanno tassi di fecondità molto bassi.