Quadrimestrale di cultura civile

Lo sviluppo umano integrale, bussola della Santa Sede contro la

di Simona Beretta / Università Cattolica del Sacro Cuore, ASERI - Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali

“…Troppo spesso una crescita demografica accelerata aggiunge nuove difficoltà ai problemi dello sviluppo: il volume della popolazione aumenta più rapidamente delle risorse disponibili e ci si trova apparentemente chiusi in un vicolo cieco” (Paolo VI, Populorum Progressio, n. 37, 26 marzo 1967)

Come si vede da questa citazione, la questione demografica e il suo intreccio con le grandi questioni della crescita economica e del degrado ambientale non sono nuove, nel pensiero e nell’azione della Santa Sede. Verso la fine degli anni Sessanta si andava diffondendo la preoccupazione di una generale scarsità delle risorse e della possibile insostenibilità del ritmo di crescita della popolazione. Il pregiudizio che la crescita della popolazione fosse dannosa per lo sviluppo faceva certamente parte del “consenso” dei primi anni Settanta: sia le Nazioni Unite sia la Banca Mondiale concordavano sull’idea che una rapida crescita della popolazione avrebbe contribuito ad aggravare i problemi strutturali dei Paesi meno avanzati. A quel tempo, la prevalenza di bambini nella struttura della popolazione era vista come un ostacolo allo sviluppo: i bambini sono da un lato improduttivi, dall’altro costosi perché richiedono spese per istruzione e sanità, riducendo la possibilità di effettuare quegli investimenti produttivi e infrastrutturali che, allora, erano identificati come la chiave per la crescita economica e lo sviluppo. La formulazione forse più famosa della preoccupazione che la crescita della popolazione rappresentasse un ostacolo per lo sviluppo è il Rapporto sui limiti dello sviluppo pubblicato nel 1972 dal Club di Roma. Il fatto che le previsioni catastrofiche del Rapporto non si siano realizzate non significa che il problema fosse irrilevante, anzi. Ma l’approccio prevalente in quegli anni ha assecondato un corto circuito intellettuale secondo cui occorrevano politiche demografiche orientate al controllo delle nascite per evitare l’esplosione della popolazione e il raggiungimento del punto di non ritorno per il sistema mondiale.
In realtà, i legami fra popolazione, risorse e sviluppo sono tremendamente complessi. L’apparente “vicolo cieco” della citazione iniziale esprime una preoccupazione realistica della tradizione sociale cattolica: la causa efficiente dello sviluppo economico è infatti l’uomo, con la sua capacità di lavoro. Negli ultimi decenni si è osservata una correlazione fra aumenti del reddito (e quindi del tenore medio di vita) e riduzione dei tassi di crescita della popolazione; la tendenza secolare di queste grandezze, invece, mostra una correlazione inequivocabilmente positiva fra crescita economica e aumento della popolazione. Quindi occorre capire la complessa relazione fra dinamiche della popolazione e dinamiche della povertà e dello sviluppo, senza meccanicismi.
La questione demografica rappresenta forse una delle dimensioni dello sviluppo dove, negli ultimi cinquant’anni, i cambiamenti di prospettiva sono stati più marcati. Da diversi decenni, ormai, le previsioni “ufficiali” di crescita quantitativa della popolazione vengono sistematicamente rivedute verso il basso, cioè: le previsioni continuano a sovrastimare la crescita della popolazione, che cresce meno del previsto. Gli studi contemporanei mettono in evidenza fenomeni nuovi: squilibri geografici nella dinamica della popolazione (continenti la cui popolazione ristagna, altri in cui cresce rapidamente); squilibri relativi alla composizione per sesso (le pratiche di controllo selettivo delle nascite hanno drasticamente e pericolosamente ridotto la componente femminile); squilibri per struttura generazionale della popolazione (con una prevalente tendenza all’invecchiamento che ha molte concause, non solo socio-culturali ma anche politiche, come nel caso della Cina, con la politica del “figlio unico” solo recentemente accantonata).
Gli insegnamenti e le prese di posizione ufficiali della Santa Sede sulle questioni che connettono demografia e sviluppo hanno costantemente preso le distanze dalle scorciatoie intellettuali e dalle soluzioni meccanicistiche, dell’uno e dell’altro segno: l’uomo “problema” contro l’uomo “soluzione”. I legami fra popolazione, risorse e sviluppo sono davvero complessi; in particolare perché, per la prima volta nella storia, sessualità e riproduzione possono essere sistematicamente disgiunte. Una sfera personale e delicata come quella delle decisioni in merito alla fertilità non è riducibile a semplici meccanismi causa/effetto; perciò, imporre dall’alto politiche demografiche aspettandosi i risultati previsti e desiderati appare irrealistico, prima ancora che immorale.
Gli insegnamenti e le prese di posizione della Santa Sede si distinguono proprio per il loro realismo e per la loro capacità di comunicare, in un mondo che cambia, la continuità del messaggio buono che la Santa Sede offre a tutti gli uomini di buona volontà. Così l’Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite, l’arcivescovo Bernardito Auza, riassume l’ordine odierno delle priorità della Santa Sede alle Nazioni Unite nella sua lezione alla Scuola di Diplomazia e Relazioni Internazionali della Seton Hall University dal titolo “La diplomazia di papa Francesco” (https://holyseemission.org/contents//statements/58ba0b742bc1b.php, mia traduzione dei testi originali in lingua inglese): l’incessante perseguimento della pace e del disarmo (specie nucleare); la risposta alla crisi di rifugiati, migranti e sfollati; la lotta al traffico di esseri umani e alle forme moderne di schiavitù; infine, l’impegno a sollevare le popolazioni che vivono in povertà estrema; la fondamentale e costante priorità della difesa e della promozione della dignità di ciascuna persona umana e della famiglia. Questa è una delle nostre costanti aree di attenzione, perché alcuni Stati membri e alcune agenzie delle Nazioni Unite cercano continuamente di trasformare ogni negoziato e meccanismo in strumenti per promuovere l’agenda dell’aborto, camuffata da “salute sessuale e riproduttiva”, la definizione del gender non come maschio e femmina ma come costruzione sociale, la ridefinizione di matrimonio e di famiglia. È in quest’area che l’espressione “colonizzazione ideologica” del Santo Padre è di primaria rilevanza, specie quando certi Paesi donatori o Agenzie nelle NU usano l’aiuto allo sviluppo per fare pressione sui Paesi poveri perché adottino pratiche contrarie alle loro convinzioni religiose e alla loro cultura.
Pur nelle nuove sfide, si ripropone l’insegnamento antico della Chiesa. La Santa Sede ha infatti sempre collocato la questione della popolazione nella prospettiva della centralità della persona, cogliendone la dignità intrinseca, il valore del lavoro umano e la sua naturale capacità di costruire legami – non solo in questo mondo: “La vita dell’uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati solo a questo tempo e non si possono commisurare e capire in questo mondo soltanto, ma riguardano sempre il destino eterno degli uomini” (Gaudium et spes, Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo , 1965, n.51). Così, il Catechismo della Chiesa Cattolica (1997) al n.2372 precisa che “lo Stato è responsabile del benessere dei cittadini. È legittimo che, a questo titolo, prenda iniziative al fine di orientare l’incremento della popolazione. Può farlo con un’informazione obiettiva e rispettosa, mai però con imposizioni autoritarie e cogenti. Non può legittimamente sostituirsi all’iniziativa degli sposi, primi responsabili della procreazione e dell’educazione dei propri figli”. Parlare di politiche della popolazione, dunque, non significa parlare di numeri anonimi: il bene della persona umana deve avere la precedenza sugli altri interessi (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 2004, n. 504); in particolare, “sono moralmente condannabili come attentati alla dignità della persona e della famiglia tutti i programmi di aiuto economico destinati a finanziare campagne di sterilizzazione e di contraccezione o subordinati all’accettazione di tali campagne” (Compendio, 2004, n. 234).
Comunque, è particolarmente importante sottolineare non solo i “no”, ma anche il grande “sì” della Chiesa a mettere realisticamente a tema la questione “popolazione e sviluppo”. Già nel 1994, Giovanni Paolo II scriveva nel suo messaggio alla Signora Nafis Sakik, Segretario generale della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo svoltasi a Il Cairo: ”Siamo tutti d’accordo che una politica demografica è soltanto una parte di una strategia di sviluppo globale. Di conseguenza è importante che tutti i dibattiti sulle politiche demografiche prendano in considerazione lo sviluppo attuale e il futuro delle nazioni e delle regioni. Allo stesso tempo è impossibile non tener conto dell’autentica natura del significato del termine ‘sviluppo’. Qualsiasi sviluppo degno di questo nome deve essere completo, ossia rivolto al bene autentico di ogni persona e dell’intera persona” (cit. in Compendio, 2004, n. 483). Insomma, “lo stretto legame che esiste tra lo sviluppo dei Paesi più poveri, mutamenti demografici e un uso sostenibile dell’ambiente, non va utilizzato come pretesto per scelte politiche ed economiche poco conformi alla dignità della persona umana” (Compendio, 2004, n. 483).
Lungo i decenni, gli interventi della Santa Sede nell’agone internazionale dove si è messo a tema il nesso popolazione-sviluppo sono stati caratterizzati da questo grande “sì” allo sviluppo umano integrale, espressione che riassume efficacemente la fisionomia della presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo, specialmente alla luce della enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco “sulla cura della casa comune”. I più recenti interventi della Santa Sede che riguardano il nesso fra popolazione e sviluppo si inscrivono proprio nel complesso processo di definizione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite), processo che ha impegnato la comunità internazionale ai suoi diversi livelli e che costituirà il comune denominatore delle azioni per lo sviluppo nei prossimi quindici anni. Vale la pena di esaminare tali interventi con attenzione, per cogliere una cifra specifica della presenza della Santa Sede alle attività delle Nazioni Unite: vagliare ogni cosa, valorizzando ciò che vale.
Un passaggio della Dichiarazione alla Commissione Popolazione e Sviluppo delle NU resa dall’Osservatore Permanente Arcivescovo Auza (https://holyseemission.org/contents//statements/55e34d37f218c8.43087476.php) merita di essere citato direttamente: “La mia delegazione intende contribuire costruttivamente agli sforzi di trovare percorsi significativi per integrare le questioni demografiche nell’agenda dello sviluppo sostenibile post-2015. L’umanità desidera naturalmente di portare frutto e di fiorire. La crescita è un segno di salute e di progresso. […] Abbiamo l’opportunità di gestire la crescita responsabilmente e in modo sostenibile, tenendo sempre a mente il bene comune della società. Consapevole di questa responsabilità, la mia delegazione concorda col Segretario Generale sulla centralità della sfida […] di migliorare la qualità della vita della generazione presente, che dipende, inter alia, dall’assicurare un accesso equo alle risorse, lo sradicamento della povertà, l’adozione di comportamenti di consumo sostenibili e una migliore gestione delle risorse ambientali. La mia delegazione è tuttavia preoccupata dell’enfasi attribuita alla crescita della popolazione come ostacolo allo sviluppo […] (nel Rapporto del Segretario Generale, NdA). Questo ha portato a prestare un’attenzione disordinata a questioni che non trovano consenso universale e a ridimensionare la concentrazione su soluzioni cruciali, guidate dal consenso, che possono più adeguatamente cogliere le sfide e le opportunità che abbiamo di fronte. Faremmo bene a evitare l’imposizione di politiche e di forme sottili di coercizione che non rispettano i sistemi di valore dei popoli e delle società. […] nei Paesi in via di sviluppo dove le popolazioni stanno crescendo, anche le economie spesso crescono. La sfida da affrontare non è tanto la crescita della popolazione, ma la costruzione di politiche e di programmi che stimolino l’occupazione, assicurino l’investimento nei servizi pubblici fondamentali, promuovano una buona gestione delle risorse, sostengano la buona governance, incoraggino trasferimenti di tecnologie necessarie ai Paesi in via di sviluppo per metterli in condizione di rispondere ai loro bisogni. La mia delegazione nota con preoccupazione gli effetti del calo della fertilità combinato col calo dei tassi di mortalità su Paesi sviluppati. Il crescente onere sulle reti di sicurezza sociale sta creando una situazione allarmante, in cui gli anziani e i giovani diventano sempre più vulnerabili. A questo riguardo, le politiche che sostengono l’occupazione giovanile e la famiglia sono essenziali… La prosperità condivisa non si raggiunge con l’egoismo; la stabilità sociale non si costruisce sull’individualismo. Entrambe sono generate da una cultura della solidarietà che vede gli altri non come rivali o come meri dati statistici ma come fratelli e sorelle, e che riconosce la persona umana come attore e non come ostacolo allo sviluppo”.
Nella 49esima Sessione della Commissione sulla Popolazione e lo Sviluppo dedicata a “Rafforzare la base empirica dei dati demografici per l’agenda di sviluppo post-2015” l’intervento dello stesso Osservatore Permanente (https://holyseemission.org/contents//statements/570fd59f9951c2.14309072.php) precisa che “i criteri usati per determinare quali dati raccogliere, come disaggregarli e come interpretarli per informare il processo delle politiche pubbliche, non sono fattori secondari nel raggiungere lo sviluppo sostenibile. I dati non sono mai neutrali: dicono sempre qualcosa su come si concepisce la persona umana e su quali sono le priorità fissate […] Ci sono stati molteplici tentativi di sradicare la povertà e di trovare soluzioni articolate e complete per lo sviluppo. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, in molti di questi tentativi e soluzioni la persona umana si perde nel mezzo di indicatori complessi e sofisticati, spesso indirizzati a priorità politiche che guardano alla persona umana più come a un ostacolo che come alla ragione per lo sviluppo”. Invece – conclude riprendendo un brano del discorso di Papa Francesco alla Assemblea Generale delle nazioni Unite del 25 settembre 2015 (http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/september/documents/papa-francesco_20150925_onu-visita.html) – “la misura e l’indicatore più semplice e adeguato dell’adempimento della nuova Agenda per lo sviluppo sarà l’accesso effettivo, pratico e immediato, per tutti, ai beni materiali e spirituali indispensabili: abitazione propria, lavoro dignitoso e debitamente remunerato, alimentazione adeguata e acqua potabile; libertà religiosa e, più in generale, libertà di spirito ed educazione. Nello stesso tempo, questi pilastri dello sviluppo umano integrale hanno un fondamento comune, che è il diritto alla vita, e, in senso ancora più ampio, quello che potremmo chiamare il diritto all’esistenza della stessa natura umana” .