Quadrimestrale di cultura civile

Giappone, una bomba a orologeria demografica

di Stefano Vecchia / Giornalista

All’estremità orientale dell’Asia c’è un arcipelago che storia, caratteristiche del territorio, interessi economici e culturali rendono più vicino di altri al nostro Paese. Con l’Italia, tuttavia, il Giappone condivide anche problematiche al momento poco invidiabili e sicuramente di grande influenza sulla realtà socio-economica e sulle risposte che la politica può dare: denatalità e invecchiamento della popolazione sono tra queste. Anzi, il Paese del Sol Levante si pone all’avanguardia nel mondo per la scarsità di nascite e resta ai vertici per la percentuale di cittadini in età avanzata. Una realtà in cui tendenze in parte comuni con la nostra realtà si associano a dinamiche più locali.
Oggi la nazione si trova davanti a quella che gli economisti hanno definito una “bomba a orologeria demografica”, dovendosi confrontare con una bassa fertilità, una bassa propensione ai consumi privati e una economia in contrazione da oltre un quarto di secolo.
I giapponesi vivono più a lungo, pongono bilanci sociali sempre più pesanti sulle spalle di giovani generazioni che hanno sempre meno figli, alimentando così un circuito negativo.
Tra i Paesi con almeno 40 milioni di abitanti, il Giappone è quello che ha la più bassa percentuale di bambini rispetto alla popolazione. Al punto da ricorrere a contromisure indispensabili perché chiamano in causa l’essenza stessa della società giapponese, ovvero la sua coesione, l’insularità e – per i fautori di un nazionalismo mai sopito – la sua unicità. Davanti al rischio di una convivenza sempre più forzata con gli stranieri, due anni fa il governo giapponese ha indicato il limite invalicabile di 100 milioni per la popolazione giapponese, oggi a oltre 127 milioni, e definito il piano che dovrà bloccarne una discesa fino a soli 86 milioni nel 2060. Quasi contemporaneamente, però, nel 2016 le nascite sono state per la prima volta inferiori al milione, un record negativo dal 1899, quando per la prima volta i nuovi nati giapponesi superarono questo traguardo simbolico.
Le ultime previsioni non rappresentano una buona notizia per il governo del premier Shinzo Abe, che si è posto l’obiettivo di favorire l’incremento del tasso di natalità senza riuscire negli ultimi quattro anni a garantire risultati concreti. Il ministero della Salute ha stimato in 981.000 le nascite nel 2016 e, sebbene in controtendenza, – dopo aver toccato i minimi storici nel 2005 con una media di 1,26 figli per donna – il tasso di natalità attualmente si assesta poco sopra 1,4. Insufficiente, quindi, ad arrestare il naturale declino della popolazione.
Secondo i dati governativi, negli anni Settanta del secolo scorso il numero dei nuovi nati in Giappone superava annualmente i due milioni; dal 1984 in poi la soglia si è abbassata a un milione e mezzo per scendere a 1,1 milioni dal 2005.
I recenti dati statistici disponibili sulla demografia giapponese hanno segnalato che la consistenza della fascia d’età da 0 a 14 anni è scesa a 16,33 milioni complessivi, con un calo di 160mila sui 12 mesi precedenti. Per il Ministero degli Interni di Tokyo il maggiore declino dal 1950. Con i dati aggiornati, i bambini arrivano al 12,8 per cento degli abitanti dell’arcipelago, inclusi i residenti stranieri. Un dato ancora più negativo se associato al record di 25,6 per cento dei giapponesi che hanno 65 anni o più e la cui proporzione salirà secondo le previsioni a quasi al 40 per cento alla metà del secolo.
Per il professor Hiroshi Yoshida, docente all’Università Tohoku e forse il più noto esperto giapponese nel campo gerontologico, a meno che non si prendano contromisure urgenti per fermare il crollo delle nascite, nel 3011 vedrà la luce l’ultimo giapponese e nei decenni successivi i giapponesi scompariranno dalla mappa delle etnie planetarie. Fanta-demografia? Forse, ma contrariamente a molte altre realtà, inclusa la nostra, quelle che sono teorie, proiezioni e alla fine problematiche presenti ma non pressanti, sono in Giappone realtà e incubo.
I ricercatori confermano che i giapponesi vivono più a lungo. Sicuramente c’è una correlazione con una dieta che abbonda di verdure, frutta e pesce, ma anche con un’assistenza medica di buon livello che, in particolare negli ultimi anni, ha usufruito di trattamenti e tecnologie d’avanguardia.
Ciononostante, il numero dei decessi ha superato quello delle nuove nascite anche nel 2015, con una riduzione della popolazione, su base annua, di 285mila unità. In aggiunta, sono stati soli 1,21 milioni nei 18 mesi precedenti lo scorso 31 dicembre i cittadini entrati nell’età adulta (e quasi uniformemente produttiva), con un calo di 50mila unità. Una situazione demografica complessiva che, alla fine, sembra favorire solo gli ultrasessantacinquenni, che non solo crescono in percentuale ma anche in salute e prospettiva di vita.
Una contingenza che, a vederla in positivo, fa sì che gli anni del declino fisico e mentale dei cittadini nipponici si allontanino, con già oggi una fetta consistenze della popolazione, quella tra i 65 e i 75 anni, nella percezione comune non più individuata come “anziana” ma come “parzialmente anziana”. Di conseguenza, parzialmente attiva. Contrariamente ad altri Paesi, la volontà di proseguire una qualche attività lavorativa dei pensionati del Paese del Sol Levante non viene disincentivata. Anzi, se molti di essi preferiscono avere qualche impegno produttivo, sia per restare attivi fisicamente, sia per mantenere un ruolo sociale, le autorità cercano di promuoverne la permanenza nel mondo del lavoro con il duplice scopo di alleggerirne il peso sul welfare e di utilizzarne esperienza e capacità. Questo allontana in parte il problema di recuperare forza-lavoro sufficiente ad alimentare il sistema, ma anche – in una situazione comune a quelle di molti Paesi sviluppati - di ricorrere agli immigrati per coprire le necessità altrimenti disattese.
L’accento sul maggior impiego di donne e di anziani prima di aprire le porte agli stranieri ha motivazioni nel tentativo di rilanciare le nascite, di disporre di più lavoratori e di consentire ai giapponesi in età avanzata di restare attivi e insieme di pesare meno sul sistema pensionistico. Ha però anche profonde ragioni culturali e da qui la difficoltà per i funzionari del Ministero del Lavoro di trovare modalità di assunzione per i non-giapponesi, senza farne ufficialmente degli immigrati per lavoro.
In una nazione dove il termine “immigrazione” resta ufficialmente tabù, l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Tokyo del 2020 ma anche la ricostruzione post-terremoto e post-tsunami 2011 hanno evidenziato una sorprendente realtà di scarsità di manodopera nell’edilizia.
Un recente rapporto del Ministero del Lavoro nipponico segnala che per la prima volta i non-giapponesi impiegati in Giappone hanno superato il milione. Provenienti soprattutto dalla Repubblica popolare cinese (30 per cento) e dal Vietnam (16 per cento), nel 2016 i lavoratori stranieri registrati sono cresciuti del 20 per cento rispetto al 2015, con un nuovo record e il quarto anno consecutivo di crescita.
Interessante notare l’ufficialità del dato, che per anni era stato “silenziato” anche se l’arcipelago da lungo tempo ospita una consistente presenza di migranti senza tutele, diritti e – spesso – senza documenti, che hanno sostenuto in tempo di crisi l’economia diventando, come le donne, beneficiari in tono minore o vittime dell’altalena occupazionale nipponica.
La situazione demografica evidenzia anche altri elementi irrisolti nella società giapponese che sembrano individuare la prole come funzionale a necessità, aspettative e reddito, alla stregua di un prodotto di consumo. Tanto per fare un esempio, in contrasto con l’accentuata denatalità resta elevato in modo sproporzionato il numero dei minori tolti ai genitori naturali e collocati in istituto anziché resi disponibili per l’adozione. Questi ultimi, sono solo il 12 per cento del totale, come denunciato da Human Rights Watch. Un dato che dà al Giappone il record negativo dell’adottabilità tra i Paesi membri dell’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica (Ocse), il club delle nazioni più evolute. “In Giappone gli interessi dei genitori sono più importanti di quelli dei figli”, ha denunciato Human Rights Watch a sostegno del sospetto che nel Paese la questione demografica sia valutata anzitutto in termini di sostenibilità economica e di omogeneità razziale.
L’accento sul maggior impiego di donne e di anziani ha anche ovvie opportunità politiche per il governo conservatore che ha puntato tutto proprio su stabilità, crescita economica e sostenibilità delle condizioni sociali ora e in futuro. Significativo, come sottolinea il professor Hiroshi Yoshida, che “tra i compiti che la popolazione vede come maggiormente impegnativi per il governo vi siano misure di carattere economico, sviluppo della sicurezza sociale, soprattutto sanità e pensioni, una politica per gli anziani. Le ultime due legate all’invecchiamento della popolazione”. Questo mostra come il problema sia ben presente nei giapponesi e il dibattito vada verso una ulteriore intensificazione. Soprattutto se l’esecutivo mancherà risultati significativi nelle sue politiche ufficiali di rilancio economico e sociale note come “Abenomics” dal cognome del capo del governo, il conservatore Shinzo Abe.
Nel giugno 2012 il ministero del welfare giapponese ha stimato che nel 2025 il costo per la sicurezza sociale sarà 1,5 volte superiore a quello del 2011. Di conseguenza, ha avviato una politica di riforma del sistema del welfare ma anche del fisco e un risultato è stato il controverso aumento dell’Iva dal 5 all’8 per cento nell’ottobre 2013, mentre un nuovo aumento fino al 10 per cento è stato più volte posticipato, anche davanti all’evidente insufficienza della sola leva fiscale per trovare le risorse finanziare necessarie a coprire i costi futuri.
Il governo ha quindi puntato sulla riforma del sistema previdenziale, avendo presente non solo la sostenibilità delle iniziative di tutela, ma anche il già pesante debito pubblico. Il piano che ne è risultato, denominato ufficiosamente “Piano di riforma pubblico del sistema pensionistico dei 100 anni”, fatica a decollare e di fatto pospone la soluzione del problema.
Difficile, infatti, sviluppare politiche coerenti di crescita economica e sviluppo sociale in un contesto che è erede anche di condizionamenti e di eredità culturali. Se uno degli aspetti negativi, drammatico per molti, è che la pressione economica spinge molti a sposarsi più tardi e ad avere una prole ridotta, l’insistenza sulla fedeltà aziendale e sulla subordinazione della donna al marito e ai figli ha creato una situazione di distacco della popolazione femminile sia dalla famiglia come luogo di realizzazione personale, sia dall’ambito lavorativo come contesto di partecipazione e ruolo sociale.
Per troppo tempo, gli studi e la carriera sono stati subordinati alle necessità del coniuge (magari acquisito per matrimonio combinato) e dei figli. Il ruolo professionale veniva negato da un impiego quasi sempre part-time, sempre subordinato a quello maschile, con l’impegno (a volte) non scritto a lasciare l’azienda in caso di gravidanza anche per non creare difficoltà ai colleghi per la necessità di permessi di carattere medico e congedo parentale.
Anche per questo oggi la fertilità media di una giapponese è molto al di sotto del tasso di crescita necessario a invertire il processo di invecchiamento demografico. La diminuzione progressiva del numero di donne in età compresa tra i 20 e i 30 anni anticipa, secondo il ministero del Welfare di Tokyo, un trend in ulteriore discesa e ad aggravarlo è la scarsa propensione al matrimonio.
Non a caso, tra i provvedimenti di rilancio demografico inclusi nel bilancio finanziario in corso, vi è una cifra record di 830 miliardi di yen (che sfiora i 7 miliardi di euro), destinata a favorire la partecipazione femminile al mondo del lavoro attraverso la fine di pratiche discriminatorie o oppressive, parità di orari, mansioni e salari, volontarietà dalla permanenza in azienda dopo il parto, ma anche per il sostegno alla genitorialità garantendo permessi per i coniugi con figli neonati, asili nido, supporto finanziario alla cura dei bambini.

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