Il francese Alfred Sauvy, sociologo, economista e studioso di popolazione, osservava che la demografia è come la lancetta corta dell’orologio: sembra immobile ma è la più importante, segnala i cambiamenti significativi. In questo numero presentiamo, sulla scorta degli scenari demografici che si vanno affermando, alcune situazioni che stanno cambiando il volto dell’Italia – come di molti altri Paesi – e pongono interrogativi radicali sui destini delle rispettive società.
Si comincia dall’Italia, dove nel 2016 si è verificata una ulteriore consistente riduzione della popolazione, portando a 217mila unità il calo complessivamente registrato a partire dalla punta massima di 60 milioni e 796mila residenti raggiunta alla fine del 2014. Un dato che deriva dal combinato disposto tra l’endemico calo della natalità, un inatteso rialzo della mortalità e l’aumento degli espatri di italiani, soprattutto giovani. Indicatori di fronte ai quali le nascite di bambini da coppie straniere e l’arrivo di migranti non sono bastati a mantenere in positivo il trend della popolazione.
Alle cause e ai rimedi da mettere in campo per fronteggiare il declino demografico italiano è dedicato il rapporto annuale della Fondazione per la sussidiarietà, curato da Gian Carlo Blangiardo (Sussidiarietà e... crisi demografica, a cura di G.C. Blangiardo, Fondazione per la Sussidiarietà, Milano 2017) che ne propone una sintesi nell’articolo che apre la nostra rivista e a partire dal quale offriamo una carrellata di contributi che approfondiscono la “malattia” del nostro Paese – come il confronto tra l’analisi di Pierpaolo Donati e quella di Chiara Saraceno, a cui segue il “viaggio” alle radici della denatalità proposto da Francesco D’Agostino – insieme ad altri che prendono in esame contesti nazionali particolarmente significativi e letture trasversali della questione demografica.
Giuseppe Gesano ripercorre la lunga marcia della popolazione mondiale che, dopo avere raggiunto il primo miliardo di unità poco dopo l’inizio del diciannovesimo secolo, ha toccato i 4 miliardi nel 1975 e da allora in poi ha scalato un gradino da un miliardo all’incirca ogni 12 anni, attestandosi attualmente sulla cifra di 7 miliardi e mezzo. Simona Beretta illustra la posizione della Santa Sede che propone lo sviluppo umano integrale come bussola per orientare gli interventi da mettere in campo rispetto all’aumento della popolazione mondiale e ammonisce che l’oggetto della discussione non sono anzitutto numeri ma persone portatrici di diritti inalienabili. Per questo, tra l’altro, la Chiesa ritiene moralmente condannabili come attentati alla dignità della persona e della famiglia gli aiuti economici destinati a finanziare campagne di sterilizzazione e di contraccezione o subordinati all’accettazione di tali campagne. Mattia Ferraresi approfondisce il rapporto tra modernità e denatalità a partire da quello che sta accadendo negli Stati Uniti, che pur mantenendo una prolificità più alta degli altri Paesi occidentali la vedono diminuire, e che a metà del decennio scorso sono tornati sotto la soglia di 2,1 figli per donna, la quota necessaria per garantire il ricambio generazionale al netto dei flussi migratori. Il Giappone si misura con quella che Stefano Vecchia definisce una bomba a orologeria demografica, ponendosi all’avanguardia nel mondo per la scarsità di nascite e per la percentuale di persone in età avanzata e dovendo fare i conti con un’economia in contrazione da oltre un quarto di secolo. Il governo sta correndo ai ripari, con uno stanziamento complessivo che sfiora i 7 miliardi di euro in un anno, destinato a sostenere la genitorialità con permessi per i coniugi con figli neonati, asili, supporto finanziario alla cura dei bambini e altri provvedimenti. Sullo sfondo, una previsione formulata da uno studioso nipponico – tanto discussa quanto indicativa dei timori che pervadono quella società – secondo cui, se non si prendono contromisure urgenti per arrestare il crollo delle nascite, nel 3011 vedrà la luce l’ultimo giapponese e nei decenni successivi i giapponesi scompariranno dalla mappa delle etnie planetarie.
La Cina dall’ottobre 2015 ha rinunciato alla politica del figlio unico, il più drastico esperimento di ingegneria sociale inaugurato nel 1980, che ha portato con sé conseguenze devastanti come i 400 milioni di aborti e 196 milioni di sterilizzazioni effettuati. Gerolamo Fazzini illustra i motivi che due anni fa hanno indotto le autorità cinesi a fare marcia indietro, “concedendo” due figli per nucleo familiare, una decisione che nel 2016 ha già prodotto la nascita di un milione di bambini in più (17,5 milioni in totale).
Sul fronte europeo, anche la Francia fa i conti con l’abbassamento del tasso di fecondità e con le riduzioni di quel welfare familiare che è da tempo un tratto distintivo delle politiche sociali di Parigi. Sarà da vedere quale strada vorrà imboccare il Paese dopo le elezioni presidenziali e quelle legislative, ma il fantasma dell’inverno demografico, fa notare Daniele Zappalà, non è più così lontano.
All’Africa, che si muove in una direzione demografica opposta a quella declinante dei Paesi occidentali, sono dedicati gli interventi di Giulio Albanese e di Hubert Katawa Kayembe. Le previsioni parlano di una quadruplicazione della popolazione entro il 2100, che porterebbe a superare i 4 miliardi. Qui il tema è strettamente connesso a quelli dell’incremento dell’istruzione, della creazione di milioni di posti di lavoro e dei flussi migratori, e riporta d’attualità la stretta interconnessione che c’è e continuerà a esserci tra i destini di questo continente e di quello europeo. Con una domanda a gravare sullo sfondo: a quali condizioni la crescita demografica può diventare una chance e non una minaccia per l’Africa?
Victor Eduardo Lapegna illustra il paradosso argentino: l’ottavo Paese del mondo per estensione, contrassegnato da estese sacche di povertà e abitato “solo” da 44 milioni di abitanti, il 45 per cento dei quali è concentrato nell’1,2 per cento del territorio, nonostante la maggior parte del territorio stesso sia adatto alla vita umana e ricco di risorse naturali.
Sergio Della Pergola mette a tema il presente e il futuro demografico di Israele, dove le modalità con cui si potrà dipanare la compresenza delle componenti ebraica, musulmana e cristiana, contrassegnate da comportamenti riproduttivi e condizioni di vita molto diverse, saranno decisive per capire quale potrà essere il futuro del Paese.
Dopo questo viaggio affascinante e impegnativo in diverse latitudini, ci accomodiamo in poltrona per gustare, sotto la guida di Antonio Autieri, alcuni film che – con accenti drammatici o secondo le venature della commedia – hanno messo a tema le questioni legate alla fecondità e a una domanda che fino a poco tempo fa avrebbe avuto una risposta scontata: vale la pena fare figli? Buona lettura e buona visione.
Editoriale. La lancetta corta dell'orologio
di Giorgio Paolucci / Giornalista
Nello stesso numero
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L'Italia fa i conti con l'inverno demografico
di Gian Carlo Blangiardo
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Diagnosi e terapie a confronto
di Pierpaolo Donati e Chiara Saraceno
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Il tradimento delle evidenze naturali. Viaggio alle radici della denatalità
di Francesco D’Agostino
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La lunga marcia della popolazione mondiale e le sfide che ci attendono
di Giuseppe Gesano
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Lo sviluppo umano integrale, bussola della Santa Sede contro la
di Simona Beretta
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Modernità e denatalità: il corso americano
di Mattia Ferraresi
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Giappone, una bomba a orologeria demografica
di Stefano Vecchia
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Figlio unico, la marcia indietro della Cina
di Gerolamo Fazzini
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La prolifica Francia rallenta la sua crescita
di Daniele Zappalà
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Risorse e problemi nel boom demografico dell'Africa
di Giulio Albanese
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Per un'Africa sempre feconda e generosa
di Hubert Katawa Kayembe
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Anomalia e paradossi demografici dell'Argentina
di Victor E. Lapegna
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Israele e il popolo ebraico: demografia e scommessa sul futuro
di Sergio Della Pergola
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Quando il cinema fa i conti con i figli
di Antonio Autieri