Quadrimestrale di cultura civile

Anomalia e paradossi demografici dell'Argentina

di Victor E. Lapegna / Giornalista e saggista

In Argentina si riscontra un’anomalia unica tra tutti i Paesi del mondo: il 45 per cento della sua popolazione totale si concentra in appena l’1,2 per cento del suo territorio, spazio corrispondente alla superficie dei suoi quattro principali conglomerati urbani, ossia Buenos Aires (15 milioni di abitanti), Cordoba (1,5 milioni), Rosario (1,3 milioni) e Mendoza (quasi 1,2 milioni di persone).
Ne deriva che, con un totale di poco meno di 44 milioni di abitanti e una densità di popolazione media di 14,5 abitanti per chilometro quadrato, la maggior parte dei quasi 3 milioni di chilometri quadrati del territorio continentale argentino – che fanno di questo Paese l’ottavo più esteso al mondo – è scarsamente popolata o disabitata, nonostante per la maggior parte si tratti di terre assolutamente adatte alla vita umana.
Altre peculiarità dell’attuale realtà demografica del Paese emergono dai dati dell’Instituto Nacional de Estadísticas y Censos (INDEC) dell’Argentina e dallo studio World Factbook della Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti, come, per esempio, i seguenti:

 

  • Tasso di natalità annuo: 16,64‰
  • Tasso di mortalità annuo: 7,33‰
  • Tasso di crescita naturale annuo: 9,31‰
  • Speranza di vita media: 76,16 anni
  • Speranza di vita per le donne: 80,06 anni
  • Speranza di vita per gli uomini: 72,44 anni
  • Tasso di fecondità: 2,23 figli a donna
  • Tasso di mortalità infantile annuo: 9,69‰
  • Popolazione urbana (vive nelle località con più di 2.000 abitanti): 89.31 per cento
  • Popolazione rurale raggruppata (vive nelle località con meno di 2.000 abitanti): 3,40 per cento
  • Popolazione rurale disseminata (case in aperta campagna): 7,28 per cento
  • Popolazione femminile: 51,3 per cento
  • Popolazione maschile: 48,7 per cento
  • Fasce d’età della popolazione

    - 0-14 anni: 24,74 per cento
    - 15-24 anni: 15,59 per cento
    - 25-54 anni: 39,01 per cento
    - 55-64 anni: 9,11 per cento
    - 65 anni e più: 11,55 per cento

  • Popolazione nativa: 95,4 per cento
  • Popolazione straniera: 4,6 per cento

Altri dati sulla realtà sociale argentina odierna, raccolti e ordinati dall’Observatorio de la Deuda Social della Universidad Católica Argentina (UCA), danno conto del fatto che circa il 30 per cento della popolazione è povero (i redditi del nucleo familiare non permettono di comprare i generi di prima necessità) e quasi il 7 per cento è indigente (i redditi sono insufficienti per comprare gli alimenti di prima necessità).
Questo enorme debito sociale si registra in un Paese che, tanto per citare alcune delle sue notevoli fonti di ricchezza, è il terzo produttore alimentare mondiale, conta giacimenti di gas da argille e petrolio di scisto tra i più grandi al mondo, che gli consentono di essere autosufficiente ed esportare energia, vanta un alto grado di conoscenze e sviluppo nel campo dell’energia nucleare e di altre discipline scientifiche e tecnologiche, possiede importantissime risorse idriche ed estesi giacimenti minerari di vario genere, tra cui la più grande riserva mondiale di litio (materiale di base delle batterie delle automobili ibride ed elettriche, dei telefoni cellulari e di altri gadget tecnologici), condivisa con la Bolivia e il Cile e dispone di una gran quantità di lavoratori, tecnici e professionali qualificati in grado di lavorare in tutte le aree dell’economia attuale.
Il contrasto paradossale della coesistenza di tanta povertà e tanta ricchezza nella realtà argentina non fa che giustificare quanto detto qualche decennio fa da unPremio Nobel per l’economia che considerava misteri ancora insoluti la ricchezza di un Paese così povero di risorse come il Giappone e la povertà di un Paese così ricco di risorse come l’Argentina.

Successi e lacune in materia di politiche demografiche statali
È evidente che i governi argentini degli ultimi decenni hanno avuto in comune il fatto di non aver proposto, né tantomeno attuato politiche demografiche di rilievo, essendo che tra il 1870 e il 1930 la realizzazione dell’odierna Argentina, che diventò la settima economia mondiale, ebbe una delle sue radici nella politica demografica riassunta nello slogan “governare è popolare” di Juan Bautista Alberdi – forse il più illustre intellettuale e politico argentino del secolo XIX – la cui attuazione fece sì che alla popolazione nativa originaria (1,8 milioni di persone) si aggiungessero in quei 60 anni oltre 6 milioni di immigrati, di cui 3,5 milioni si stabilirono qui definitivamente.
La continuità nell’attuazione di questa politica demografica da parte dei vari governi argentini tra gli ultimi 30 anni del XIX secolo e i primi 30 del XX, diede come risultato la genesi di un nuovo popolo argentino, nato dall’amorevole fusione tra la popolazione creola (nata, a sua volta, dall’unione tra spagnoli e aborigeni), che già risiedeva qui, e gli immigrati provenienti soprattutto dall’Italia e dalla Spagna, ma anche dalla Polonia, dalla Russia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Siria, dal Libano e da altri luoghi, in numero superiore ai nativi che li avevano accolti. I rispettivi geni e culture, così, si amalgamarono.
Si tratta di un fenomeno culturale notevole e, probabilmente, unico nel mondo moderno, quello che ha avuto come esito l’origine di un nuovo popolo argentino, nato dalla totale e pacifica integrazione tra la popolazione nativa e gli immigrati arrivati da terre lontane e culture diverse, in quantità di gran lunga superiore a quella degli abitanti originari. È probabile che questo straordinario fenomeno di integrazione abbia avuto uno dei suoi fondamenti principali nel fatto che i creoli e la maggior parte degli immigrati avessero in comune l’appartenenza alla Chiesa cattolica e aderissero ai suoi valori e ai principi cardine del suo stile di vita. Questa armoniosa convivenza, però, caratterizzava anche ebrei provenienti soprattutto dai Paesi dell’Europa Orientale e musulmani provenienti dai Paesi arabi.
Considerato questo precedente di una tanto efficace attuazione di una politica demografica statale (essendo stata adottata da governi di orientamento molto diverso), è curioso che i governi susseguitisi nella nuova democrazia politica dal 1983 a oggi, non abbiano nemmeno tentato di riproporre quell’esperienza, in modo da affrontare e tentare di risolvere le anomalie e i paradossi demografici dell’odierna Argentina.
È, tuttavia, doveroso riconoscere l’unico timido, insufficiente e fallito tentativo di decentralizzazione demografica da parte del governo capeggiato da Raúl Alfonsin (1983/1989), che propose di trasferire la capitale federale da Buenos Aires a Viedma, città del Rio Negro, situata nel nord della Patagonia, progetto che fu esposto, compreso e condotto male e non si concretizzò mai.
Tuttavia, nessuno dei governi democratici susseguitisi negli ultimi 30 anni ha mai nemmeno abbozzato politiche che affrontassero i problemi demografici, uno degli elementi centrali del malessere dell’Argentina.  

Da San Luis (Argentina) si intravvede una luce di speranza demografica
L’adozione di una sana politica demografica da parte dell’Argentina dovrebbe, nella realtà odierna, includere l’interazione dei verbi proposti da Papa Francesco, il quale invita ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” i milioni di persone costrette “da conflitti, catastrofi naturali, persecuzione, cambiamento climatico, violenza, povertà estrema e condizioni di vita disumane”, ad abbandonare il proprio Paese natio e trasformate in migranti coatti.
Riguardo al verbo “accogliere”, vale la pena riprendere quanto detto dal Pontefice, quando denunciò che “c’è un’indole del rifiuto che ci accomuna, che induce a non guardare al prossimo come a un fratello da accogliere, bensì come un concorrente, un suddito da dominare”, aggiungendo che “di fronte a questa indole del rifiuto, radicata in ultima analisi nell’egoismo e amplificata da demagogie populistiche, urge un cambio di atteggiamento, per superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso atteggiamento di accoglienza verso coloro che bussano alle nostre porte”.
In questo senso, un segnale di speranza arriva dalla provincia argentina di San Luis, il cui governatore, Alberto Rodriguez Saá, lo scorso dicembre, in occasione del summit “Europa: i rifugiati sono i nostri fratelli”, tenutosi a Roma, invitato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, organizzatrice dell’incontro, annunciò che la sua provincia avrebbe accolto, nei successivi 100 giorni, tra 100 e 150 rifugiati, vittime della guerra in Siria, come parte dell’iniziativa per far diventare San Luis “un corridoio umanitario perché i rifugiati che scelgono di venire qui diventino immigranti e, successivamente, cittadini di questa nostra patria, San Luis, nella Repubblica Argentina”.
In merito a questa iniziativa, un primo passo avanti è stato compiuto lo scorso 7 febbraio, quando Lana (26 anni) e Majb (30),la coppia di giovani siriani provenienti da Damasco e primi a rispondere alla chiamata, sono arrivati all’aeroporto di San Luis, dove sono stati accolti da autorità religiose provinciali, membri della comunità sirio-libanese locale e dal governatore Rodriguez Saá, il quale ha dato loro il benvenuto, ringraziandoli per “darci l’enorme emozione di unirsi alla nostra opera di solidarietà”.
Parallelamente all’arrivo della coppia, la legislatura di La Punta1 ha covertito in legge il progetto di Corridoio Umanitario e Comitato dei Rifugiati, che crea un quadro giuridico per accogliere immigranti siriani, che riceveranno assistenza dall’università provinciale di La Punta, la quale metterà a disposizione i suoi dormitori come primo alloggio e il suo centro di studi delle lingue per agevolare la comunicazione con coloro che vogliono venire nella provincia.
Il percorso avviato da San Luis – che si auspica sia imitato dalle altre 23 province dell’Argentina – racchiude le migliori tradizioni nazionali, dato che, come sottolineava San Giovanni Paolo II in uno dei messaggi lasciatici in occasione della sua visita nel nostro Paese, nel 1987: “L’Argentina del giorno d’oggi è, si può dire, un Paese fatto, in gran parte, da immigrati; da uomini e donne che sono venuti ad ‘abitare sul suolo argentino’ come indica il preambolo della vostra costituzione. La vostra nazione ha saputo accogliere coloro che arrivavano, e questi, a loro volta, hanno trovato una nuova patria alla quale hanno apportato l’eredità dei loro luoghi di origine”.
Nello stesso messaggio, Papa Wojtila aggiungeva che “un Paese aperto all’immigrazione è un Paese ospitale e generoso, che si mantiene sempre giovane perché, senza perdere la propria identità, è capace di rinnovarsi nell’accogliere successive immigrazioni: questo rinnovamento nelle tradizioni è proprio il segnale di vigore, di energia e di un futuro promettente. L’Argentina non è stata così solo nel passato: lo è ancora, e deve esserlo sempre”.
Inoltre, quattro anni fa lo Spirito Santo dispose che un argentino, figlio cosciente e amorevole di questi migranti venuti a costruire la nostra patria, nonché nostro arcivescovo a Buenos Aires, fosse elevato al soglio di Pietro: Padre Jorge Mario Bergoglio S.J., oggi è Papa Francesco, la cui voce è quella della testimonianza più forte a difesa dei rifugiati, fin dal suo primo viaggio fuori Roma, ossia quello a Lampedusa.
Il suo appello ad accogliere i rifugiati, proteggere i loro diritti, promuovere il loro sviluppo umano e quello delle loro famiglie e integrarli a pieno titolo nella comunità nazionale mediante l’esercizio della cultura dell’incontro che permette il reciproco arricchimento attraverso il dialogo vitale tra culture diverse, ha un incoraggiante germoglio nell’esperienza iniziata dal popolo e dal governo di San Luis che può essere estesa all’intera Argentina come una luce di speranza.

1.  Città della Provincia di San Luis, situata 20 km a sud dell’omonima capitale.