Quadrimestrale di cultura civile

Per un'Africa sempre feconda e generosa

di Hubert Katawa Kayembe / Parroco presso la parrocchia Sainte Anne e Vicario foraneo del decanato Saint Pierre, Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo)

In un mondo che si lascia facilmente dominare dalla cultura della morte,1 e che, dall’altra parte, si scopre favorevole alle idee e alle teorie nascenti che incoraggiano l’uomo ad adottare un atteggiamento prometeico verso i suoi simili, non stupisce più ascoltare a ripetizione discorsi che presentano la forte crescita demografica – dovuta al numero esorbitante di nascite in certi luoghi – come un vero e proprio freno allo sviluppo integrale e sostenibile di qualsiasi società. È possibile affrontare questo argomento di attualità senza puntare il dito contro la crescita vertiginosa della popolazione dell’Africa Occidentale? Questa evidenza quotidiana, che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro e provocato innumerevoli discussioni, è una minaccia o una possibilità per l’intera Africa? In ogni caso, tutto dipende dalla concezione che si ha di certi temi – la vita, l’uomo, la famiglia, lo sviluppo ecc. – e che non può essere la stessa per tutti.
Infatti, in un’Africa feconda e assetata di fecondità, avere più figli era generalmente considerato come un segno esteriore di benedizione e ricchezza. Il fatto di essere un’unica grande schiera costituiva, talvolta, per le famiglie cosiddette numerose, un punto di forza tanto temibile quanto dissuasivo in caso di conflitto, che poteva scoppiare da un momento all’altro, arrivando perfino a contrapporre coloro che avevano sempre avuto rapporti di buon vicinato con gli altri abitanti del quartiere. Se è vero che un buon numero di genitori erano davvero fieri di questa presenza copiosa, incoraggiante e promettente, ciò non toglie che, oggi, questa stessa presenza diventi sempre più invadente e incontrollabile, tanto da essere vista come una vera e propria minaccia per certe famiglie estremamente povere. A cosa è dovuto questo brusco cambio di atteggiamento e questo capovolgimento di situazione? Che cosa giustificava questo dolce sogno che accarezzava tutti i genitori responsabili e generosi, ossia essere circondati, un giorno, da una nidiata di bambini sempre raggianti e dalle guance paffute? Come si spiega che questa caratteristica di rilievo nella società africana di ieri – famiglia numerosa – sia, oggi, fortemente screditata ed etichettata da taluni come un atteggiamento irresponsabile, per quanto si riveli veramente difficile, se non impossibile servirsi di un salario misero per soddisfare i bisogni essenziali della famiglia per quanto riguarda alloggio, alimentazione, salute e istruzione?
Partendo da tutti questi interrogativi che possono risvegliare preoccupazioni, certi protagonisti dello sviluppo non esitano a porsi domande del tipo: “A che pro moltiplicare degli esseri che non hanno diritto nemmeno alle briciole?”. Gli ingenti mezzi finanziari di cui dispongono conferiscono loro l’ampio diritto e potere di ergersi a maestri della vita e della morte, al punto da considerare tutto ciò che può contribuire alla decrescita della natalità come un male minore. Tuttavia, anche se la morale comune rievoca spesso il principio del male minore come base di ogni decisione, in una situazione dove, qualsiasi cosa si faccia, il risultato sarà, comunque, negativo, si tenga presente che la maggior parte delle teorie etiche e delle morali religiose pone delle obiezioni a questo principio: non si può mai commettere un atto sbagliato, anche secondario rispetto a un altro, né giustificare un mezzo sbagliato per uno scopo giusto.2 Questo ci spinge a gridare forte e chiaro che i principi basilari della società non sono negoziabili: “I diritti umani, tra cui il diritto alla vita o la pari dignità di qualsiasi persona, non possono essere rimessi in discussione senza portare all’erosione progressiva dei principi cardini della vita sociale. Nessuna autorità democratica è in grado di prendere decisioni giuste se queste sono in contrasto con questi principi, si oppongono alle leggi più universali o contraddicono i bisogni oggettivi della dignità umana”.3 Come possiamo, quindi, proclamarci benefattori dell’Africa nel momento in cui cerchiamo di ridurre progressivamente la presenza degli uomini e delle donne che, domani, ne garantiranno la crescita e la grandezza? Non è che, forse, le condizioni proposte o poste da certe organizzazioni internazionali, per ottenere l’aiuto necessario, sono contrarie alla cultura e alla mentalità delle popolazioni africane? Dal canto suo, la fede cristiana non può, in nessun caso, permettere che l’uomo scambi la sua progenie per soldi. Con questa moltitudine di bambini, l’Africa può ancora sperare, e, sempre, deve farlo, perché essi sono portatori di germogli di pace, giustizia e fraternità. L’esplosione demografica nel continente nero può diventare un vero strumento di decollo economico per tutta la regione, a condizione che gli aiuti offerti o proposti corrispondano ai veri bisogni delle popolazioni. E il vero sviluppo dell’Africa arriverà soltanto dal lavoro.
A proposito del grande ruolo del lavoro nell’organizzazione e nello svolgimento della vita nel suo complesso – sul piano personale, nella famiglia e nella società -, è opportuno sottolineare che la sua mancanza è sempre una catastrofe dagli effetti incalcolabili, data l’estensione non indifferente dei danni che essa provoca. Gli interrogativi che ne seguono, e che la disoccupazione suscita in continuazione dentro di noi, possono schiarirci ulteriormente le idee sull’ampiezza dei danni che tale disoccupazione può causare: è possibile, a chi non è proprietario terriero, garantire un alloggio alla sua famiglia quando il lavoro non può apportare i soldi necessari per pagare l’affitto? Non è che intere famiglie si sono già ritrovate sulla strada, senza tetto ed esposte alle intemperie, perché si sono rivelate debitori deboli e insolventi nei confronti dei loro locatori? Come ci si può permettere di mandare un bambino a scuola senza aver prima pagato le tasse scolastiche? A cosa serve presentarsi all’ospedale, dicendo che è un caso di estrema urgenza, se le tasche sono vuote? E anche se, per compassione, l’ospedale accettasse di visitarci, i farmaci prescritti non si ottengono gratuitamente dal medico, ma si pagano sempre in una farmacia – spesso, a spese di quello di cui non si può disporre senza il sostegno finanziario del lavoro. Queste sono le preoccupazioni che ci assillano e che diventa impossibile nascondere, talmente incessante è il loro aumento e l’esigenza che la comunità riconosca – protegga, valorizzi e promuova – la vera identità della famiglia in quanto società naturale fondata sul matrimonio – distinta da tutte le altre tipologie di vita in comune – affinché, salvaguardando i suoi diritti, i conseguenti bisogni siano anch’essi totalmente soddisfatti, come dice esplicitamente il Consiglio Pontificio della Giustizia e della Pace nel seguente riassunto:
“Il servizio della società alla famiglia si concretizza nel riconoscimento, nel rispetto e nella promozione dei diritti della famiglia. Tutto ciò richiede la realizzazione di autentiche ed efficaci politiche familiari con interventi precisi in grado di affrontare i bisogni che derivano dai diritti della famiglia come tale”.4
Continuando in questa direzione, il direttore generale dell’ILO - Organizzazione Internazionale del Lavoro – ricorda l’importanza dell’occupazione in questi termini: “L’occupazione è l’anello mancante tra la crescita e la riduzione della povertà. Infatti, le disuguaglianze si aggravano nel momento in cui la crescita, che è generatrice di prosperità, non è accompagnata dalla creazione di posti di lavoro dignitosi che ridistribuiscano la ricchezza, incentivando i consumi e gli investimenti […]. I poveri – donne, uomini, giovani e, purtroppo, anche bambini – lavorano duramente, giorno dopo giorno. Non sono poveri di coraggio, ma poveri di opportunità. Vogliono poter trasformare la creatività di cui si servono per sopravvivere in una produttività che permetta loro di realizzarsi personalmente e in seno alla società. Per arrivare a questo punto, è indispensabile una buona governance a tutti i livelli, da quello nazionale a quello mondiale. Occorre, in particolare, che le organizzazioni internazionali, nell’ambito dei loro mandati, congiungano i loro sforzi per promuovere la crescita mondiale, l’accelerazione della creazione di posti di lavoro e la realizzazione di un ambiente propizio all’investimento e allo sviluppo dell’impresa. L’efficacia delle strategie mondiali di lotta contro la povertà e di cooperazione internazionale per lo sviluppo dovrebbe misurarsi in base ai loro effetti sull’occupazione e sul lavoro dignitoso”.5
A conti fatti, non possiamo ignorare il mutamento improvviso che l’Africa ha subito qualche anno fa a causa dell’estrema povertà in cui si ritrova. È quindi con impotenza che, oggi, assistiamo alla perdita progressiva del senso della famiglia allargata, che consisteva nel considerare il figlio non come una proprietà privata del nucleo familiare, ma come figlio o figlia dell’intera comunità. In questo modo esso poteva beneficiare gratuitamente dell’assistenza e della protezione di tutti. In caso di mancanza di genitori biologici, vedersi concesso il suo affido, momentaneo o definitivo, era una gioia immensa e un onore al tempo stesso; in parole povere, una missione di responsabilità che ognuno si augurava ardentemente di ricevere, considerandola come una prova inconfutabile dell’esser stato ritenuto degno di fiducia e in grado di assumere con tutto il cuore un ulteriore compito per il bene di tutta la società. Invece, in questo periodo di crisi in cui la maggior parte delle persone è immersa in una situazione insostenibile, dare la propria disponibilità ad adottare un bambino diventa una scelta talmente spaventosa e complessa che in pochi, oggigiorno, la fanno. La solidarietà africana di un tempo non può più fare presa su delle famiglie che non sono più in grado di dividere le loro scarse risorse con il resto della comunità. Condannata dall’inefficacia e ignorata dalla generazione dei giovani, questa memorabile solidarietà è, oggi, relegata nel dimenticatoio della storia e fa parte, ormai, dei racconti e delle leggende popolari da raccontare ai bambini. Dobbiamo, quindi, abbandonarci alla disperazione e credere che il tempo della leggendaria solidarietà sia davvero finito, lasciando posto solo a qualche ricordo nostalgico della prosperità che fu?
È tempo di riprendersi, di rialzarsi per volgersi verso gli altri e lasciarsi umilmente aiutare. È quanto emerge dall’appello pressante che Papa San Giovanni Paolo II un giorno ha lanciato al mondo, dicendo esplicitamente: “L’Africa è un continente in cui innumerevoli esseri umani – uomini e donne, bambini e giovani – sono distesi, in qualche modo, sul bordo della strada, malati, feriti, impotenti, emarginati e abbandonati. Essi hanno un bisogno estremo di buoni Samaritani che vengano loro in aiuto”.6 E l’aiuto di cui l’Africa, oggi, ha tremendamente bisogno, per poter rinascere dalle ceneri e risollevarsi, non è altro che l’arma che le permetterà di combattere efficacemente la povertà, ossia, il lavoro. Se, ieri, gli africani erano capaci di prendersi cura in maniera appropriata di tutti i loro figli grazie al lavoro, sono disposti a farlo anche oggi, sempre servendosi dell’occupazione che è e rimane il miglior strumento per uscire dalla povertà. È quest’ultima che occorre combattere a ogni costo, invece che lamentarsi della forte crescita della popolazione dovuta all’aumento del tasso di natalità e al calo del tasso di mortalità infantile. È solo quando l’economia sarà in grado di generare possibilità d’investire, avviare, creare posti di lavoro dignitosi e mezzi di sopravvivenza sostenibili che sarà possibile, per l’Africa, sconfiggere la povertà. Senza il lavoro, questo, per il continente nero, rimarrà soltanto un sogno irrealizzabile.
Possano queste parole di Giovanni Paolo II aiutarci a capire meglio cosa rappresentano i bambini nella nostra vita e nella storia dell’umanità: “Nessun Paese del mondo, nessun sistema politico può pensare al proprio avvenire diversamente se non tramite l’immagine di queste nuove generazioni che dai loro genitori assumeranno il molteplice patrimonio dei valori, dei doveri, delle aspirazioni della nazione alla quale appartengono insieme con quello di tutta la famiglia umana. La sollecitudine per il bambino, ancora prima della sua nascita, dal primo momento del concepimento e, in seguito, negli anni dell’infanzia e della giovinezza, è la prima e fondamentale verifica della relazione dell’uomo all’uomo”.7
L’Africa dispone e disporrà sempre di cibo per i propri bambini, per quanto numerosi essi siano. Con un grande amore che viene dal cuore trafitto di Cristo che vive per sempre, e con un po’ di giustizia tanto nella gestione quanto nella distribuzione delle risorse, Madonna povertà migrerà altrove, facendo posto alla vera felicità che si può trovare solo vivendo nell’unità, nella pace, nella solidarietà e nella condivisione. E la nostra madre Africa, da sempre assetata di fecondità, diventerà di nuovo feconda e generosa in modo ancora più rinnovato e trasfigurato in Cristo Signore.
 

 

1. Il termine cultura della morte, utilizzato nell’ambito di questa riflessione, non fa riferimento né alla descrizione delle culture barbare che hanno glorificato, se non addirittura venerato la morte (come suggerisce il suo utilizzo nell’imperialismo), né alla descrizione delle società che venerano i kamikaze (come indicato dal suo riutilizzo), ma piuttosto al concetto introdotto da Papa Giovanni Paolo II nel 1993, e approfondito nell’enciclica Evangelium Vitae.

2.  Cfr. Durand G., Introduction générale à la bioéthique: histoire, concepts et outils, Fides-Cerf, Québec Paris 1999, p. 221.

3.  Putallaz Fr.-X – Salamolard M. (dir.), Le sens de l’homme. Au cœur de la Bioéthique, Saint-Augustin, Ville de Saint-Maurice 2006, p. 12.

4.  PCGP, Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II, maestro di dottrina sociale, testimone evangelico di giustizia e di pace, n. 253, LEV, Città del Vaticano 2004

5.  ILO, Discorso di Juan Somavia, Direttore generale dell’ILO, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà (17 ottobre 2004), ILO, Ginevra 2004, pp. 1-2.

6.  EA (Ecclesia in Africa), n. 41, AAS (Acta Apostolicae Sedis) 88 (1996), p. 27, EV (Enchiridion Vaticanum) 14/3074, p. 1802.

7.  Papa Giovanni Paolo II, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, n. 21, LEV, Città del Vaticano 1979; AAS 71 (1979), p.1959. Vedere anche: FC (Familiaris Consortio), n.26, AAS 74 (1982), p. 112.