Quadrimestrale di cultura civile

Risorse e problemi nel boom demografico dell'Africa

di Giulio Albanese / Missionario comboniano

Duemila anni fa Plinio il Vecchio scriveva: “Ex Africa semper aliquid novi”, dall’Africa arriva sempre qualcosa di nuovo. Il fenomeno migratorio da questo punto di vista, indubbiamente, rappresenta una novità rispetto al passato, soprattutto per quanto concerne i numerosi sbarchi sulle coste italiane. Al di là delle ragioni politiche ed economiche che determinano situazioni di grave instabilità a livello continentale e dunque generano mobilità umana, il dato demografico andrebbe, comunque, valutato con attenzione. Infatti, le previsioni demografiche dell’Onu (Population Division) dovrebbero indurre un po’ tutti a un serio discernimento. È sufficiente dare un’occhiata alla voce “Africa”. Da quelle parti, la popolazione dovrebbe crescere, entro il 2100, di ben quattro volte. In questo contesto, l’area continentale con l’incremento maggiore potrebbe essere l’Africa Occidentale (+436%). Nel 1960 questo continente contava circa 284 milioni di abitanti, mentre oggi sono 1 miliardo 216 milioni. Se l’Italia fosse cresciuta allo stesso ritmo oggi gli italiani sarebbero 185 milioni! Va aggiunto che, in particolare nella zona subsahariana, vi è un’enorme popolazione giovanile (circa il 60% ha meno di 25 anni). Questa crescita esponenziale non può, però, essere valutata solo in termini quantitativi. Infatti l’aritmetica, in questo caso, non può prescindere dal dato qualitativo.
Le stime degli esperti delle Nazioni Unite indicano che in Africa si registrerà un graduale e costante aumento della popolazione in età lavorativa. Nel frattempo, si ridurranno le fasce passive, sia quella troppo giovane, che quella troppo anziana, che non vengono considerate produttive. Un destino opposto a quello dei Paesi occidentali, che saranno abitati da una popolazione sempre più anziana. Lo si evince dal cosiddetto “dependence index”, un indicatore che misura la percentuale delle persone di età inferiore ai 15 anni e superiore ai 64, rispetto alla fascia lavorativa. Se, ad esempio, l’indicatore misura il 70%, significa che ci sono 70 bambini/anziani ogni 100 persone in età lavorativa. Più alto è questo indicatore, maggiore è il numero di coloro che vivono in una condizione di dipendenza. Ebbene, nel 2010 il continente con il dependence index più alto era proprio l’Africa, con 80 persone in età non attiva (in gran parte minori) su 100 in età lavorativa. Di converso, l’Europa in quell’anno vantava un indice del 47%. L’Onu, però, prevede un ribaltamento in poco meno di un secolo. L’Africa diventerà così il continente per eccellenza della produttività, con un indice del 56% contro l’82% del Sud America e l’80% del Vecchio Continente. Da rilevare che già nel 2010 gli africani erano un miliardo, mentre gli europei risultavano essere 740 milioni. Nel 2100, invece, gli africani dovrebbero essere più di 4 miliardi, mentre l’Europa dovrebbe decrescere attestandosi attorno ai 639-650 milioni. L’Asia, invece, raggiungerà il suo picco tra circa 50 anni, con poco più di 5 miliardi di persone, per poi iniziare gradualmente a calare.
Certamente la questione demografica è di grande attualità se si considera che, stando sempre alle proiezioni Onu, i 58 Paesi con la fertilità più alta a livello planetario, vedranno triplicare il proprio numero di abitanti entro il 2100. D’altronde le stesse Nazioni Unite avvertono in modo franco che la popolazione mondiale “ha raggiunto una fase in cui la quantità di risorse necessarie per sostenerla supera quella disponibile”. Cosa fare allora? Jared Mason Diamond, studioso di questa materia, nel suo saggio Collasso, come le società scelgono il fallimento o il successo (Einaudi) esamina che cosa portò alcune fra le grandi civiltà del passato a precipitare nel baratro e considera quali insegnamenti ne possano trarre le civiltà moderne. Tra l’altro scrive: “I tassi di crescita demografica dell’Africa orientale sono tra i più alti del mondo: recentemente è stato rilevato che in Kenya la popolazione cresce del 4,1 per cento all’anno, il che significa che raddoppia ogni 17 anni”. Poco più avanti Diamond spiega che l’esplosione demografica in Africa è avvenuta in tempi recenti, a causa delle molte innovazioni che hanno migliorato la qualità della vita e abbassato i tassi di mortalità: ad esempio l’adozione di culture originarie del Nuovo Mondo, patate dolci, cassava e mais in testa. E la popolazione, secondo lo studioso, tenderà a espandersi, a meno che la crescita demografica venga arrestata da qualche carestia o evento cruento come nel caso del genocidio che insanguinò il Ruanda nel 1994.
Questa preoccupazione condiziona fortemente le relazioni tra i Paesi donatori e i governi africani. Ciò è emerso anche nel corso del recente Sinodo sulla famiglia, dove è stata evidenziata la tendenza di alcuni Paesi e organizzazioni del mondo occidentale di presentare, in particolare proprio in Africa, alcuni concetti (tra cui l’aborto e la contraccezione) come “diritti umani”, legando gli aiuti economici e forti campagne di pressione alla ricezione di tali concetti. Dietro questo indirizzo, fortemente neocoloniale, si cela comunque – è bene rammentarlo – la vecchia tesi dell’economista inglese Thomas Malthus, fondatore della scienza demografica, secondo cui il tasso di crescita della popolazione umana, essendo esponenziale, avrebbe presto superato quello della produzione alimentare che segue una legge lineare di sviluppo. Nel suo saggio sul principio della popolazione del 1798, Malthus spiega che la popolazione tenderà a espandersi consumando tutto il cibo disponibile senza lasciare alcuna eccedenza, a meno che la crescita demografica non venga interrotta, appunto, da guerre, carestie o pandemie.
Questa tesi può essere sconfessata e a questo proposito può essere utile riflettere su quanto avvenuto negli Stati Uniti nel secolo scorso. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1965, a seguito del primo grande black out della storia Usa, lo Stato di New York si oscurò e poi in successione  il Massachusetts, il Connecticut, il Rhode Island, il Vermont, il Maine, il New Hampshire e due province canadesi. Col risultato che ventisette milioni di impiegati dell’ At&t e di studenti di Harvard, di finanzieri di Wall Street e parrucchieri italo-americani, di medici e casalinghe delle verdi periferie, rimasero al buio. La gente fu costretta a starsene rintanata in casa e – ironia della sorte – nove mesi dopo si verificò un’impennata delle nascite. Viene pertanto spontaneo domandarsi: se gli americani hanno scatenato il “baby-boom” per una momentanea carenza di  energia elettrica, che dire dei Paesi poveri, dove manca del tutto e non solo per una notte? La questione demografica, pertanto, contrariamente a quanto affermato dalla teoria maltusiana, è l’effetto del sottosviluppo, prima ancora che esserne la causa. In Italia, ad esempio, le famiglie numerose si sono assottigliate perché la società dei consumi ha reso la vita più comoda e offerto una serie di garanzie che all’inizio del Novecento erano considerate unanimemente utopistiche. L’innalzamento della classe operaia ha innescato maggiore oculatezza nella gestione del denaro e le donne hanno gradualmente abbandonato il ruolo di casalinghe a tempo pieno. In molti Paesi africani, invece, la situazione è diversa. Anzitutto perché la vita media è ancora molto bassa rispetto ai Paesi industrializzati e “fare figli” significa garantirsi l’assistenza durante la vecchiaia, visto e considerato che non esistono sistemi previdenziali degni di questo nome.
Detto questo, viene spontaneo domandarsi quale  impatto avrà, nel contesto della globalizzazione, la crescita demografica per l’Africa. Idealmente potrebbe rappresentare un’opportunità, non foss’altro perché la forza lavoro dovrebbe essere intesa, in linea di principio, come una grande risorsa. Ma non è tutto oro quello che luccica. Secondo uno studio di Oxfam – autorevole organizzazione non governativa britannica – oggi 8 persone nel mondo hanno la ricchezza posseduta da 3 miliardi e seicento milioni di persone. Questo, in sostanza, significa che il governo mondiale è in mano ai plutocrati, cioè ai fautori di un liberismo economico finanziario al di sopra degli Stati sovrani. Questa casta vorrebbe controllare anche in futuro l’economia globale, consolidando il liberismo a proprio uso e consumo. Ecco che allora l’esercito di lavoratori di cui, tra poco più di 80 anni, l’Africa dovrebbe disporre, potrebbe essere vittima di un indicibile  sfruttamento (manodopera a basso costo) da parte di grandi aziende straniere o multinazionali. Qualora invece, nel frattempo, si rafforzassero i meccanismi di “state building”, l’Africa potrebbe davvero trasformarsi in un Eldorado. Difficile, francamente, fare previsioni. Tra l’altro, qualora dovessero permanere gli stessi meccanismi del nostro attuale mercato globale, si genererebbero flussi migratori senza precedenti. Molto dipenderà dalla forza della politica nel consesso delle nazioni, sia nel Nord che nel Sud del mondo, per impedire un’iniqua sperequazione tra ricchi e poveri.
La sfida della sostenibilità del pianeta, naturalmente, non può prescindere dai consumi energetici, in quanto, crescendo la popolazione mondiale, maggiore sarà la richiesta di energia su scala planetaria. Secondo l’International Energy Agency (Iea), entro il 2035, la domanda energetica a livello planetario crescerà di un terzo e il 90 per cento dell’incremento sarà generato da Paesi non appartenenti all’Ocse, cioè da Paesi emergenti le cui economie sono in rapida ascesa (in particolare la Cina). Un simile scenario richiederà, da parte dei governi, una disponibilità al compromesso sulle delicatissime questioni ambientali che gli scarsi risultati riportati finora in sede internazionale fanno ritenere lontana dal realizzarsi. Se il sovrasfruttamento ambientale dovesse inasprirsi, saranno molte le vittime dell’impatto ecologico e l’Africa, continente ricco di “commodities”, continuerebbe a essere penalizzato. Ecco che allora sarebbe auspicabile che cominciassimo davvero a mettere in pratica gli insegnamenti di Papa Francesco che nell’enciclica Laudato Si’ ha disegnato la “road map” di uno sviluppo sostenibile secondo il Vangelo di Gesù.