È presto per dirlo, ma forse in futuro l’ottobre 2015 passerà agli annali come una tappa importante della storia cinese recente. A quella data, infatti, risale la legge che archivia, anche se terribilmente tardi, la “politica del figlio unico” che la Cina ha perseguito per decenni, a partire dal 25 settembre 1980. Il più drastico esperimento di ingegneria sociale – come l’ha definito qualche osservatore – realizzato in epoca moderna.
Finalmente, anche se timidamente, i risultati della svolta (ora sono due i figli concessi per nucleo familiare) si cominciano a vedere: secondo i dati della National Health and Family Planning Commission, la struttura incaricata di monitorare la crescita demografica, i bambini nati nel 2016 (primo anno dell’entrata in vigore della politica del secondo figlio) sono 17,5 milioni, ossia quasi un milione in più (950mila per l’esattezza) rispetto all’anno precedente. Un incremento del 5,7 per cento che ha permesso alla rivista Caixin di parlare di “mini baby-boom”. Stando alle previsioni degli esperti, la crescita è destinata a proseguire: la curva dovrebbe attestarsi attorno ai 20 milioni di nascite, il che porterebbe la popolazione cinese a quota 1,45 miliardi entro il 2030. A dare la spinta a questa inversione di tendenza sono soprattutto le aree toccate da maggior benessere, le grandi città. Nella sola Pechino si sono registrate 400mila nuove nascite nel corso del 2016, il doppio rispetto ai numeri degli ultimi cinque anni.
Ottanta milioni di controllori
“Non penso che il governo cinese abbia capito le proporzioni della catastrofe causata dalla pianificazione familiare”. Il caustico giudizio – pubblicato sul sito del settimanale Internazionale a gennaio 2017 – è di Yang Shishu, un docente di diritto che nel 2010 è stato sospeso dal suo lavoro e pesantemente multato per aver avuto un secondo figlio, quando ancora la politica del figlio unico era applicata in Cina nella sua forma più drastica.
Il rigido controllo demografico era stato introdotto per rallentare la crescita della popolazione nelle aree urbane, dopo che il Paese aveva oltrepassato la soglia del miliardo di abitanti. Siamo nel periodo in cui – a soli tre anni dalla morte di Mao – l’allora primo ministro Deng Xiaoping lanciava le famose “quattro modernizzazioni”, che avrebbero spinto il Paese verso uno sviluppo economico prima sconosciuto. Le autorità politiche si misuravano con i rischi di una eccessiva crescita demografica e le problematiche correlate. Ma la via scelta non è certo stata rispettosa dei diritti umani.
La legge varata, infatti, proibiva alle coppie di generare più di un figlio; valeva per l’etnia Han (largamente maggioritaria, corrisponde a oltre il 90 per cento della popolazione) e altre etnie numerose (tra quelle minoritarie), ossia i Zhuang e i Manciù. Per le altre, Tibetani e Uiguri inclusi, i limiti erano molto meno stringenti. Anche le famiglie contadine erano esentate dal divieto, se la prima figlia fosse stata femmina. Le punizioni per i disobbedienti? Pesanti multe e discriminazioni sul lavoro. L’applicazione dei provvedimenti è avvenuta tramite un’organizzazione capillare che poteva contare su oltre 80 milioni di addetti. A ogni provincia, città, villaggio veniva fissata una quota annuale di nuove nascite; per rispettare tale obiettivo, i rappresentanti dell’Ufficio per la popolazione non esitavano a ricorrere ad aborti forzati (anche al nono mese), sterilizzazione delle donne e dei maschi, multe da capogiro.
Negli anni Ottanta e Novanta l’applicazione di tale legge è stata accompagnata non solo dal furore ideologico, ma spesso anche dalla violenza. Nel maggio 2015 la presidente della “Women’s rights without frontiers”, Reggie Littlejohn, ha presentato una relazione sulla questione demografica alla Commissione esecutiva sulla Cina del Congresso americano in cui ha affermato: “La politica del figlio unico è iniziata come un mezzo di controllo brutale e distorto della popolazione. Il terrore per gli aborti forzati e le sterilizzazioni involontarie sono stati un sottoprodotto. […] Alcuni di questi aborti forzati sono stati così violenti che talvolta le donne stesse sono morte insieme ai loro piccoli al termine della gravidanza. L’aborto forzato è così terribile che le vittime talvolta cadono in malattie mentali e la Cina ha il più alto tasso al mondo di sucidi fra le donne. Anche gli uomini sono terrorizzati. Alcuni sono stati uccisi o mutilati a vita. Altri hanno perso il controllo e hanno ucciso gli impiegati del family planning. Alcuni uomini hanno deciso il suicidio per protestare contro le multe troppo alte imposte dal governo”.
Ha scritto il direttore dell’agenzia AsiaNews, Bernardo Cervellera: “La storia della Cina contemporanea è piena di racconti terribili di bambini soffocati appena nati perché fuori della quota; di genitori torturati perché impossibilitati a pagare la multa; di rapimenti di donne per costringerle alla sterilizzazione”. Di numerose e terribili storie di quel genere siamo venuti a conoscenza, in Occidente, proprio grazie all’agenzia del Pime.
Da anni varie voci cinesi si sono alzate per denunciare all’opinione pubblica mondiale le derive della “politica del figlio unico” e le forme, severe se non disumane, in cui spesso è stata applicata. Harry Wu, direttore della Laogai Foundation, da anni in esilio a Washington, ha pubblicato nel 2009 Strage di innocenti. La politica del figlio unico in Cina (Guerini): una documentata analisi del fenomeno, corredata da testimonianze di prima mano e da confessioni di ex funzionari di Pechino addetti alla politica demografica.
Ma il caso più noto è quello dell’avvocato cieco, il coraggioso Chen Guangchen, divenuto famoso per aver fornito assistenza legale, tra le altre, alle vittime di una massiccia campagna di sterilizzazione forzata attuata nella contea di Linyi nel 2005. Chen è poi stato condannato a quattro anni di prigione, oggi vive anch’egli negli Stati Uniti.
Il femminicidio nascosto
La “legge del figlio unico” è stata archiviata dal quinto plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista, nell’ottobre 2015, dopo che già a partire dal 2013 erano stati introdotti via via una serie di “allentamenti” alla normativa.
Quali siano stati (e quali saranno nel medio termine) gli effetti di tale enorme sforzo – a lungo lodato dall’Onu e dalle agenzie collegate – non è facile stabilirlo. Ma alcune cifre possono aiutare a comprendere. Si parla di circa 400 milioni di aborti effettuati e 196 milioni di sterilizzazioni, nell’arco di 37 anni. Non solo: la possibilità di avere un solo figlio ha fatto sì che per anni sia stato operato, su vasta scala, un femminicidio che con ogni probabilità non ha precedenti nella storia dell’umanità. Il che ha determinato una situazione assolutamente anomala, come spiega una giornalista, Mei Fong, vincitrice del premio Pulitzer nel 2007, che ha pubblicato nel 2016 One Child. The Story of China’s Most Radical Experiment. Con la legge sul figlio unico – scrive – il governo cinese “ha creato una popolazione fortemente squilibrata: essenzialmente troppi uomini e troppo anziani. Costrette a limitare il numero di figli, molte famiglie hanno preferito avere soltanto figli maschi, e di conseguenza adesso la Cina è sovrappopolata da uomini scapoli, circa 30 milioni di individui che non riusciranno a trovare moglie, né a costruire famiglie tradizionali”.
Nello stesso libro Mei Fong denuncia anche il mercato nero di bambine che si è sviluppato nel tempo: in alcuni casi gli ufficiali preposti al controllo delle nascite hanno requisito i bambini nati fuori dalle quote previste dalla legge, che sono poi finiti in orfanotrofio e infine adottati all’estero – anche se i loro genitori non li avevano abbandonati né volevano farlo – dietro il pagamento di mazzette (si parla di tremila dollari per adozione).
Quando le bambine non sono state abortite, spesso non sono state riconosciute. Tuttora in Cina, secondo la Thomson Reuters Foundation, vivono 13 milioni di persone non registrate all’anagrafe (per lo più femmine): non possono ricevere un’istruzione né condurre una normale esistenza, perché, sotto il profilo legale, semplicemente non esistono.
Ma non è tutto. La limitazione pesante delle nascite ha determinato una popolazione di età assai elevata: entro il 2050 un cinese su quattro sarà pensionato, e per sostenere questo enorme numero di anziani, ci saranno soltanto lavoratori in età avanzata. I demografi cinesi da tempo disegnano scenari cupi, con pensantissime ripercussioni sul sistema pensionistico e della sanità pubblica. Entro il 2020 la Cina passerà da 944 a 920 milioni di lavoratori. Poi si assisterà a un crollo: la forza-lavoro conterà solo 877 milioni di persone entro il 2030, che scenderanno a 823 nel 2040. Se è vero che, per effetto dello squilibrio di genere, mancano all’appello circa 50 milioni di donne (mai nate o uccise in quanto figlie non volute), in Cina manca e mancherà sempre di più anche chi si prende cura degli anziani, ovvero le figlie e le nuore.
Tra gli “effetti collaterali” indesiderati della politica del figlio unico ce n’è un ultimo, non meno significativo. In una società come quella cinese, plasmata da una mentalità di stampo confuciano che attribuisce molta importanza all’autorità degli anziani e ai giovani impone rispetto e obbedienza verso i genitori, si sta affermando ormai da anni un esercito di “piccoli imperatori”: è la generazione dei figli unici, viziati e coccolati. Il punto è che, come ha osservato il giornalista Federico Rampini, per loro “genitori e nonni sono disposti a sacrifici immensi ma in cambio pretendono una estrema dedizione allo studio, risultati scolastici eccellenti, carriere professionali brillanti. Questo accentua lo stress di una società già estremamente selettiva e competitiva. Per il giovane cinese del XXI secolo essere figlio unico ha un rovescio della medaglia opprimente: guai a deludere le attese degli anziani che hanno puntato tutto su di te”.
La legge e le scappatoie (per i ricchi)
Naturalmente, come spesso capita, anche in Cina ha funzionato il detto “fatta la legge, trovato l’inganno”. La parte più benestante della popolazione ha trovato diverse scappatoie per sfuggire alla mannaia del figlio unico. Come raccontava una corrispondenza di Rampini qualche anno fa: “I più sfacciati corrompono i medici per ottenere la certificazione che il primo figlio è affetto da gravi malattie congenite. In questo caso scatta l’autorizzazione ad averne un secondo. Un’escamotage più semplice si chiama Hong Kong. L’ex colonia britannica, pur essendo tornata a far parte della Cina, non ha un controllo delle nascite e mantiene anche un registro separato dell’anagrafe. Sicché un bambino nato a Hong Kong ‘non figura’ a Pechino o Shanghai. Questo provoca una costante migrazione di ricche mogli nelle cliniche di maternità di Hong Kong. […] Altri Paesi asiatici sono entrati di recente in questo business redditizio. Per chi ha i mezzi non è difficile ottenere un secondo passaporto in Thailandia o in Malesia e mandare la futura mamma a partorire in una clinica privata di Bangkok o Kuala Lumpur”.
La politica del figlio unico, titanico e prolungato esperimento di controllo sociale e demografico, ha lasciato tracce anche in ambito letterario. Un autore cinese importante come Mo Yan, nel 2009 ha scritto un libro, Le rane, che si ispira a un personaggio reale: Wan Xin, ginecologa e comunista convinta, che, quando il Partito vara il controllo delle nascite, ne diventa un’implacabile esecutrice. Finirà, però, per terminare la sua vita tra rimorsi e tormenti interiori e ossessionata di notte dal gracidio delle rane simile al vagito dei neonati (il termine “Wa” significa sia “rana”, sia “bambino”), raccogliendo in una sorta di santuario le statuine di tutti i piccoli mai nati.
Nel 2012, inoltre, è stato pubblicato I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto (Edizioni e/o), un racconto di Éric-Emmanuel Schmitt, tra gli autori contemporanei francesi più prolifici e noti. Il libro rimanda alla politica del figlio unico e al tema dell’aborto in generale, in una prospettiva decisamente pro-life. Il protagonista infatti, dopo un iniziale rifiuto, accoglie il figlio della sua compagna dopo aver conosciuto in Cina la signora Ming, impedita dalla legge nel suo desiderio di maternità. Intervistato da Avvenire all’indomani dell’uscita del volume, lo scrittore francese, cattolico, dichiarava: “Le politiche demografiche della Cina si basano su una razionalità matematica: si limitano le nascite perché, si dice, altrimenti non ci sarebbero i mezzi per mantenere i nuovi nati. Ma tale razionalità è triste: vedere che non sono nati 400 milioni di bambini è una tragedia”.
Un percorso inevitabile?
Prima del 1980, in Cina era stata adottata una politica di pianificazione demografica che incoraggiava le persone a sposarsi tardi, ad avere meno figli e a distanziarli tra loro di almeno tre-quattro anni. In quel periodo il numero medio dei componenti delle famiglie è passato da sei a tre bambini per famiglia. Secondo alcuni esperti la popolazione cinese si sarebbe comunque ridotta numericamente per effetto di quel programma, senza bisogno della drastica politica del figlio unico. In altri Paesi asiatici (Corea del Sud, Taiwan, Thailandia) è accaduto, per effetto della progressiva educazione delle donne e del processo di urbanizzazione.
Non solo. In Cina, già negli anni Ottanta, era stato anche introdotto in via sperimentale e con risultati positivi l’utilizzo del cosiddetto “metodo Billings”, dal nome dei due coniugi che l’hanno ideato: un metodo naturale e rispettoso della dignità della persona, in quanto basato sulla capacità delle donne di riconoscere il proprio periodo di fertilità. Nel 2004, durante un’assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, i coniugi John ed Evelyn Billings avevano descritto il cammino intrapreso, dopo i primi contatti col governo cinese nel 1986. Ebbene, secondo i dati esposti nell’occasione, in Cina più di tre milioni e mezzo di coppie fertili stavano utilizzando, in quel momento, il metodo Billings per evitare le gravidanze con una percentuale di successo pari al 99%.
Davanti a una scelta politica tanto brutale quale la legge sul figlio unico e a alla vicenda dolorosa che ne è seguita, la domanda è inevitabile: davvero non c’era alternativa? Mettendo al centro la persona, i suoi desideri più profondi e giusti, non si sarebbe potuto trovare un’altra soluzione assai meno traumatica? Chissà, forse una rilettura critica di quanto accaduto aiuterà le autorità cinesi, in futuro, a “servire il popolo” in maniera più autentica.