Quadrimestrale di cultura civile

Modernità e denatalità: il corso americano

di Mattia Ferraresi / Giornalista

Nel 2013 il giornalista Jonathan V. Last ha pubblicato un libro sul calo demografico americano intitolato What to Expect When No One’s Expecting?. Il sottotitolo parlava di “un prossimo disastro demografico” americano, e ha attirato qualche critica per toni giudicati eccessivamente apocalittici. L’analisi di Last contraddiceva il luogo comune secondo cui gli Stati Uniti sono un bastione di resistenza occidentale al calo della popolazione, un’oasi tiepida nell’inverno demografico che spira dall’Europa. L’osservazione dei dati aveva condotto l’autore al di fuori del perimetro delle spiegazioni socio-economiche. L’America non ha smesso di fare figli perché è più povera o l’ascensore sociale si è inceppato, ma perché “c’è qualcosa nella modernità stessa che tende a farci avere meno figli”, una certa concezione antropologica domina il rapporto con la prole degli americani, che pure fra gli occidentali sono storicamente quelli che fanno più figli, sostenuti anche da un sentimento religioso diffuso che sembra alimentare la natalità. Le tendenze degli ultimi anni hanno dimostrato che il giornalista del Weekly Standard non era una Cassandra, ma un realista. A metà degli anni Zero il tasso di fertilità in America è tornato sotto la soglia di 2,1 figli per donna, la quota necessaria per garantire il ricambio generazionale, e l’invecchiamento dei baby boomer è entrato nella sua fase più acuta.
Il comportamento delle famiglie ispaniche è un altro fattore importante nell’inquadrare la crisi demografica: a lungo l’allargamento della comunità dei latinos, che hanno storicamente tassi di fertilità mediamente più alti dei bianchi, ha “drogato” le statistiche, ma tutto dice che nel giro di poche generazioni gli ispanici tenderanno a conformarsi ai bassi livelli di natalità dei bianchi americani. È, appunto, una costante della modernità, non un accidente passeggero.
Per illustrare la correlazione fra modernizzazione e detanalità, Last usava l’esempio di Singapore, uno Stato che nel giro di una generazione è passato dalla povertà all’agiatezza, rimodellandosi come una società aperta sul modello occidentale. Per scongiurare il dramma maltusiano della sovrappopolazione, negli anni Sessanta il governo imponeva alle famiglie un massimo di due figli, ma quando il Paese ha preso a correre verso il boom economico, la politica è radicalmente cambiata: “Fate tre o più figli, se potete” è diventato lo slogan di riferimento. Nessun altro Paese ha messo in piedi un piano di incentivi per la natalità paragonabile a quello di Singapore, che fra sgravi fiscali, bonus bebè, generosissime condizioni per il congedo parentale, accesso facilitato alle scuole per chi ha più di un figlio, ha riconfigurato l’assetto dello stato sociale per promuovere le nascite. Risultato: il tasso di fertilità era all’1,48 nel 1999, oggi è all’1,29. La domanda di Last è la domanda dell’Occidente intero, e pure dell’Oriente che ha abbracciato il paradigma della modernità occidentale: “Se Singapore, con il suo governo autoritario e la sua abbondanza natalista – bonus economici, edilizia convenzionata, maternità pagata... – non riesce a convincere il suo popolo moderno e sofisticato a fare più figli, quante speranze hanno gli altri?”. Gli Stati Uniti non hanno nemmeno una rete di sostegno alla natalità a cui aggrapparsi.
Se il bacino della forza lavoro americana oggi è ai minimi dagli anni Settanta non dipende soltanto dalla ripresa anemica dell’economia dopo gli anni della recessione, ma dal fatto che la più vasta delle generazioni del secolo scorso sta andando in pensione. Il simultaneo rallentamento del flusso dell’immigrazione, trend che precede ampiamente l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e le sue iniziative per restringere l’accesso al Paese, ha generato una situazione dove le forze che danno linfa alla nazione di immigrati per eccellenza sono sempre meno in grado di fare da contrappeso a uno scenario dominato dalle culle vuote. I dati del Census Bureau dicono che la popolazione americana nel 2016 è cresciuta dello 0,7 per cento, il dato più basso dai tempi della Grande Depressione, e la percentuale di crescita sarebbe anche inferiore a quella degli anni Trenta se non fosse per l’immigrazione. L’analogia con quel frangente storico è suggestiva. L’economista canadese Clarence Barber ha trovato un collegamento fra il declino della crescita della popolazione e la depressione. Nei suoi studi, ha osservato che negli anni che hanno preceduto il crac del 1929 il tasso di crescita della popolazione è calato di un terzo nel nord Europa e di circa metà negli Stati Uniti. La crescente secolarizzazione e l’emancipazione delle donne, che in quegli anni hanno avuto accesso alla forza lavoro, hanno rallentato la natalità e ristretto drasticamente le dimensioni delle famiglie, cosa che ha portato a un sostanziale congelamento delle costruzioni residenziali. Il blocco del mercato immobiliare ha avuto ripercussioni pesanti sul ciclo economico.
In concomitanza con questi cambiamenti della società, il Congresso ha approvato nel 1924 una serie di misure per controllare l’immigrazione: in meno di dieci anni, il numero di immigrati che sono entrati negli Stati Uniti è calato del 97 per cento. Il crollo della domanda che questa crisi demografica ha determinato è stato, secondo Barber, un acceleratore fondamentale della depressione, che l’economista non interpreta come la pura conseguenza di un cataclisma finanziario né come l’onda lunga della Grande Guerra. Pur non legandoli esplicitamente alla crisi del 1929, John Maynard Keynes aveva già accennato nel 1937 agli effetti nefasti della denatalità sull’economia, mettendo in guardia chi temeva il “demone” della sovrappopolazione dall’arrivo di altri e ben più pericolosi demoni. L’America si è però dimenticata degli avvertimenti e della depressione quando, dopo la Seconda guerra mondiale, c’è stato un boom delle nascite, accompagnato da un’analoga tendenza migratoria.
È sulla scorta di questi dati di crescita che in America si è rivitalizzato il mito della sovrappopolazione, riproposto con forza persuasiva dal saggio The Population Bomb del biologo Paul Ehrlich, che ha creato una scuola composta da serissimi studiosi ma anche da adepti di un culto pseudoscientifico che non vedeva l’ora di addossare all’uomo tutte le colpe della progressiva distruzione del pianeta e del deterioramento della qualità della vita dei suoi simili. Il controllo delle nascite era la sovrana soluzione del problema. Grazie ai baby boomers e all’immigrazione, gli Stati Uniti hanno fatto nel dopoguerra la parte del fratello vitale di un’Europa stanca e in crisi demografica, ma la fotografia dello stato della natalità oggi dice che si trattava in larga parte di un’illusione ottica. Non soltanto la “population bomb” non c’è stata, ma il nuovo mondo si è allineato agli standard di denatalità di quello vecchio. Nel 2016 sette Stati americani hanno visto la propria popolazione diminuire, tre – Maryland, Massachusetts e Rhode Island – avrebbero condiviso la stessa sorte se non fosse stato per l’arrivo degli immigrati. 34 Stati hanno visto più arrivi dall’estero che dall’interno degli Stati Uniti, ché nel frattempo gli americani hanno visto svanire anche la “wanderlust”, quella spinta al continuo movimento che per generazioni li ha portati a esplorare in lungo e in largo le vastità del proprio Paese, saltando di opportunità in opportunità, di sogno in sogno. Senza l’innesto di 118mila stranieri, lo Stato di New York avrebbe avuto un saldo negativo della popolazione alla fine dello scorso anno. Va notato anche che i flussi migratori diminuiscono non soltanto per le politiche restrittive messe in atto dai governi, ma anche perché molti Stati di provenienza degli immigrati mostrano segni di denatalità. È uno dei grandi paradossi della questione: i Paesi che si sviluppano fanno meno figli, ma la tendenza conduce a ostacolare lo sviluppo economico. L’eccezione nel trend americano è rappresentata dallo Utah, che nel 2016 è cresciuto di oltre il 2 per cento, un record dovuto alla presenza dei mormoni, che hanno una media di figli imparagonabile a quella degli altri americani. Le isole che si oppongono alla tendenza declinista dilagante sono dovute a convinzioni religiose e stili di vita che esibiscono un rapporto problematico con la modernità, che Last individuava come il nocciolo del problema della decrescita demografica. Come si è accennato, stabilire se le culle vuote generano tasche vuote è questione su cui si sono affannate generazioni di economisti, senza riuscire a stabilire un rapporto di consequenzialità certo. Il caso dell’America, che nella fase del massiccio invecchiamento dei baby boomers e della Grande Recessione s’è allineata all’infertilità europea, suggerisce alcuni elementi per abbozzare una risposta.
La crisi del 2007 è stata anticipata da eventi demografici simili a quelli che hanno preceduto la grande depressione, e il blocco del mercato immobiliare è stato l’apripista di un disastro che si è poi travasato sui mercati finanziari, e da lì si è diffuso nell’economia reale. A livello macroscopico, l’economia americana ha recuperato il terreno perduto, ma un’osservazione più attenta segnala la permanenza di gravi ferite nell’economia reale, ferite che molti americani oggi non credono potranno mai rimarginarsi. Una di queste ferite è la denatalità. E le previsioni fosche tendono a influenzare negativamente i fenomeni reali che descrivono. Un demografo degli anni Trenta osservava: “C’era il senso che la spopolazione fosse imminente, un sentimento alimentato dalla pubblicazione di proiezioni demografiche, molte delle quali davano già per assunto un’ulteriore diminuzione della fertilità”.