La Colombia sta cercando la sua via per la pace dopo decenni di un conflitto, quello tra le Farc-Ep (Forze armate rivoluzionarie della Colombia - Esercito del Popolo) e gli organi dello Stato, che ha causato più di 200.000 morti.
Dopo l’Accordo di pace dell’Avana del 2016, si è vissuta l’illusione che la firma di un accordo, da sola, fosse sufficiente a garantire una pace duratura e giusta. Non è stato così.
Le ragioni politiche che hanno portato alla percezione di un fallimento dell’Accordo sono molte. Oltre al disarmo, il testo prevedeva altri passi, come lo sviluppo dell’agricoltura, la lotta al narcotraffico, la reintegrazione dei membri dei gruppi armati e, soprattutto, investimenti in campo sociale ed educativo nelle aree rurali, insieme alla presenza, in questi luoghi, delle istituzioni statali.
La mancata attuazione ha favorito l’occupazione degli spazi destinati alle istituzioni da parte di altri attori, che non hanno lavorato a favore della pace. Lo Stato avrebbe dovuto essere più presente, soprattutto nelle zone rurali segnate da lunghi periodi di conflitti, ma ciò non è avvenuto. E, come spesso accade, i gruppi armati sono diventati l’alternativa allo Stato.
Il panorama della sicurezza in Colombia è stato storicamente segnato dall’interazione complessa di vari attori armati. Anni prima dell’Accordo di Pace del 2016 con le Farc-Ep, si svolse un processo di smobilitazione dei gruppi paramilitari, principalmente le Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), nel quadro della Legge di Giustizia e Pace (Legge 975 del 2005).
Sebbene molti gruppi si siano smobilitati, il processo ha presentato gravi carenze. Diversi leader furono successivamente estradati negli Stati Uniti per narcotraffico. Tuttavia, una parte significativa della struttura non smobilitata, o ritornata alla criminalità, si è riorganizzata in nuove bande criminali formate da poliziotti di gruppi scelti che si sono alleati con i narcos (Bacrim). Da queste strutture sono nate organizzazioni come il Clan del Golfo – noto anche come Agc (Autodefensas Gaitanistas de Colombia) – considerate oggi la maggiore minaccia criminale del Paese, con il controllo di vaste rotte del narcotraffico e l’utilizzo di violenza estrema.

Cimitero di Palmira
Successivamente, come già si è scritto, con la firma dell’Accordo di Pace dell’Avana tra lo Stato colombiano e le Farc-Ep nel 2016 si è cercato una cessazione definitiva del conflitto. Ma l’attuazione parziale o carente di diversi punti dell’accordo, unita alla presenza storica delle Bacrim e della guerriglia dell’Eln (Esércjto de Liberación Nacional), ha generato un vuoto di potere in molti territori.
Il vuoto è stato rapidamente colmato dagli attori armati illegali. Sia le dissidenze che si sono allontanate dall’Accordo di Pace (note come “dissidenze delle Farc”) sia i gruppi già esistenti, come il Clan del Golfo e l’Eln, si sono espansi o hanno consolidato il loro dominio in luoghi strategici. Tra questi ci sono zone ricche di miniere e coltivazioni illegali, indispensabili per finanziare le loro operazioni e mantenere il controllo territoriale.
Questa sovrapposizione di attori – i paramilitari riorganizzati (come il Clan del Golfo), le dissidenze uscite dall’accordo, l’Eln e i gruppi che non hanno firmato la pace – ha provocato nuove conflittualità e un’intensificazione della violenza nei territori. In questo contesto complesso, la società civile (leader sociali, difensori dei diritti umani, comunità etniche e contadine) è stata ed è, ancora una volta, la più colpita dalla violenza, dagli sfollamenti e dalle violazioni dei diritti umani.
Come ho detto, anche alcuni gruppi guerriglieri rifiutarono l’Accordo al momento della firma o non ne proseguirono l’attuazione per sfiducia nella sua reale possibilità di successo e per la mancanza di impegno effettivo e attivo da parte del presidente nella sua realizzazione.
In seno all’Accordo furono creati tre organismi molto importanti. Innanzitutto, la Comisión de la Verdad, istituita per indagare e chiarire le violazioni dei diritti umani durante il conflitto armato colombiano, con lo scopo di promuovere la riconciliazione e la non ripetizione. La commissione è stata chiusa il 28 giugno 2022, con la presentazione del rapporto finale dal titolo C’è un futuro se c’è verità. Poi, la Jurisdicción Especial para la Paz (Jep), componente della giustizia di transizione, incaricata di indagare, giudicare e sanzionare i crimini più gravi del conflitto, e infine l’Unidad de Búsqueda de Personas dadas por Desaparecidas (Ubpd o Unidad del Busqueda), incaricata di cercare le persone scomparse, localizzando i desaparecidos, recuperandone i corpi, facilitando la loro identificazione e restituendoli alle famiglie.
Alla Jep si deve la redazione di un importante rapporto, pubblicato il 18 febbraio 2021, nel quale si evidenzia il fenomeno dei falsos positivos, morti fatti passare per guerriglieri della Farc, in realtà appartenenti alla popolazione civile, contadini, spesso giovani innocenti.
In questo contesto di grande violenza, perpetuata da gruppi armati che utilizzano il denaro del narcotraffico per finanziarsi, emergono attori che complicano il cammino verso la pace. Tra questi, l’Eln, un gruppo guerrigliero che non ha firmato l’Accordo di pace. L’Eln ha una struttura più complessa delle Farc, decentralizzata con comandi di zona autonomi, che si confrontano con altri gruppi per il controllo del narcotraffico, la cui economia è diventata il combustibile della guerra.
Questa è la dinamica della guerra oggi. Gli stessi ex “compagni” che non hanno firmato la pace considerano traditori coloro che l’hanno firmata. Oggi più che mai, coloro che continuano a scommettere sulla pace sono i più perseguitati. Nonostante questo clima di violenza e paura, esistono ancora gruppi che credono fermamente nel cammino di pace iniziato con l’Accordo.
Con loro la Chiesa ha deciso di camminare, ponendosi al servizio di ogni possibilità di dialogo e riconciliazione. Soprattutto nelle zone rurali, la gente fa fatica a fidarsi. Tanti presunti amici non si sono dimostrati tali. Le istituzioni statali che avrebbero dovuto garantire il rispetto dei diritti umani a volte sembrano disinteressarsi o, purtroppo, sono corrotte. La presenza di una realtà terza rispetto al conflitto, come la Chiesa, da sempre presente in quelle zone anche con un lavoro sociale capillare, favorisce la possibilità di una ripresa del dialogo.
La ricerca degli scomparsi
Uno dei grandi temi, soprattutto tra coloro che continuano a credere nel cammino della pace, è la ricerca dei desaparecidos. L’istituzione incaricata è l’Unidad de Búsqueda, che cerca le persone scomparse prima del dicembre 2016. Si tratta di un’agenzia statale che ha visto spesso frustrate le proprie speranze a causa del doloroso riemergere del conflitto in territori in cui non si è saputo approfittare del momento di grazia offerto dall’accordo, mentre altri gruppi illegali lo hanno fatto.

Come Chiesa sappiamo che non ci può essere alcuna riconciliazione senza la ricerca della verità; e quanto la ricerca delle persone scomparse faccia parte di questo cammino di verità. Per questo, con la Diocesi di Palmira, abbiamo deciso di sostenere attivamente il lavoro della Unidad de Búsqueda, mettendoci anche a disposizione per accompagnare le famiglie nel grande dolore che comporta la ricerca, ma anche nel momento del ritrovamento, durante le “consegne dignitose”.
Celebrando l’Eucarestia nelle zone rurali abbiamo iniziato a parlare alla gente dell’importanza di cercare insieme la verità. Sono moltissime le famiglie che ancora cercano i loro scomparsi: madri di persone che hanno partecipato a gruppi armati, madri di soldati, madri e padri di persone provenienti da queste zone. L’Unidad de Búsqueda cerca tutti, indipendentemente dal gruppo di appartenenza. Il fatto che l’Unidad fosse accompagnata dalla Chiesa ha reso più facile, per la gente, percepirla come un’agenzia di natura umanitaria e non come l’ennesima istituzione che arriva e se ne va senza aver cambiato nulla.
È stato subito evidente che i protagonisti di questo processo di ricerca avrebbero dovuto essere le vittime. Abbiamo così incontrato un gruppo di donne chiamato Las Madres Buscadoras, che opera nella Valle del Cauca e in varie parti della Colombia, che lavorano instancabilmente per trovare i loro cari. Si è coinvolta anche Reencuentros, un’organizzazione di firmatari dell’Accordo di pace, e un’organizzazione di membri della Forza Pubblica.
I ricercatori dell’Unidad de Búsqueda si sono messi al lavoro nella valle del Cauca, con il proprio metodo di indagine basato sull’utilizzo di informazioni provenienti dalle comunità, dai membri della Forza Pubblica e dai gruppi dei firmatari, per poi incrociare i dati raccolti. Confrontando le informazioni ottenute con i registri presenti nei cimiteri, gli investigatori si sono resi conto che, nel contesto della guerra, molte persone vittime del conflitto, dichiarate scomparse, venivano sepolte nei cimiteri come non identificate. E che molte persone scomparse, probabilmente più di seicento, erano sepolte nel cimitero di Palmira. Che è la seconda città del dipartimento della Valle del Cauca, la cui capitale è Cali. In questo cimitero sono sepolti i defunti di molte zone rurali e città vicine. In città si trova anche il dipartimento di medicina legale, destinatario dei morti dei conflitti.
Uno spazio di lavoro comune
A questo punto abbiamo capito che bisognava iniziare a lavorare insieme, con tutte le persone che stavano cercando i loro cari e che forse li avrebbero trovati sepolti lì, a Palmira. Abbiamo iniziato a chiederci: come uniremo queste persone che si sono sparate durante la guerra, perché lavorino insieme? È necessario uno spazio di lavoro comune in cui si possa esprimere il desiderio che certi fatti non si ripetano e che favorisca il riconoscimento dell’umanità dell’altra persona.
Abbiamo iniziato anche a progettare e realizzare un Toar (Lavori, Opere o Attività con Contenuto Riparatore o Restaurativo), uno strumento della Jep in cui ex combattenti, agenti dello Stato e terzi realizzano opere e attività riparative per le vittime o le comunità, come progetti ambientali, infrastrutture, oggetti di memoria storica, sminamenti, in cambio di benefici nelle loro sanzioni giudiziarie.
Quest’opera materiale, da costruire insieme, sarebbe stato un ossario, che più che un’opera materiale ha fornito l’occasione per lavorare insieme e creare uno spazio dove fare emergere la riconciliazione.
Per iniziare a lavorare insieme sono stati necessari due anni di incontri, anche con psicologi, esperti legali e poi con i vari gruppi coinvolti nel processo. In questo percorso ha avuto spazio anche la dimensione spirituale perché ogni persona, indipendente dal credo professato, aveva necessità di riflettere sul senso delle cose per iniziare un percorso di riconoscimento dell’umanità degli altri, anche essi sofferenti, anche essi persone. Tutti abbiamo iniziato a lavorare con un bisogno di riparazione, di riconciliazione; con un desiderio di non ripetizione. L’obiettivo del gruppo si identificava con la frase “ci uniamo finché non li troviamo, scompare solo chi viene dimenticato”.
A poco a poco, in questo lavoro comune, durante questi dialoghi restaurativi, è iniziato a emergere il dolore reciproco e, con esso, la consapevolezza che gli altri sono padri e madri come me, che tutti siamo vittime, non carnefici. Tra i partecipanti ha iniziato a prendere forma una comunità.
Intanto continuavano a emergere storie di ragazzini giovanissimi reclutati per la guerra, da entrambe le parti. Le riunioni di lavoro si sono sempre tenute lì, nel cimitero, con noi presenti per evitare che le tensioni interrompessero il percorso. Man mano gli ossari venivano costruiti – frutto di co-progettazione tra le parti – e si trasformavano in depositi di memoria, e così abbiamo iniziato a chiamarli. Perché dobbiamo ricordare? Per non ripetere. Da questa consapevolezza sono nati i percorsi della memoria: racconti realizzati con scuole, università e altri gruppi, aiutati dal teatro o dall’arte, per narrare ciò che è accaduto.

Cimitero di Palmira
Un cammino di riconciliazione
Quali sono i fattori che stanno permettendo questo cammino di riconciliazione? Il punto di partenza è certamente l’impegno di molte persone e gruppi nel rispettare l’Accordo e nel non voler tornare alla guerra. Hanno preso l’Accordo sul serio e non si sono arresi di fronte alla sfiducia generata dagli atteggiamenti tiepidi dei governi.
Per molti questo percorso ha costituito l’alternativa alla giustizia ordinaria. Anche per gli ufficiali e gli ex guerriglieri che si sono presentati davanti alla Jep era chiaro cosa rappresentasse questo cammino di giustizia riparativa: il contributo alla verità era la grande alternativa a un sistema giudiziario che produce solo impunità. Era uno spazio dedicato alla verità, alla costruzione, al riconoscimento reciproco e al perdono.
Non è facile far comprendere tutto questo. Molte persone chiedono condanne esemplari, pene lunghissime, ma ciò non aggiunge nulla alla verità, che è l’obiettivo di questo percorso di giustizia restaurativa. A tema non c’è solo la punizione per chi ha commesso il crimine, ma anche il contributo alla verità, l'impegno alla non ripetizione e la riparazione. Per questo si chiama cammino restaurativo: offre la possibilità di ripristinare ciò che è stato fatto, anche se simbolicamente. Non si può restituire la vita di un padre o di una madre assassinati, ma questa giustizia riparativa deve essere presente in un contesto di pace; è ciò che più assomiglia al vangelo di Gesù.
In questo percorso, la presenza della Chiesa ha portato fiducia. Ha ricordato che il bene comune non può essere al di sotto degli interessi politici individuali, tanto diffusi in un contesto fortemente polarizzato come la Colombia. Indipendentemente dalle bandiere, occorre mettersi al lavoro per quel bene superiore rappresentato dalla pace.
In tanti durante il processo si sono stupiti di iniziare a vedere come persona “quello con cui scambiavo colpi di arma da fuoco in montagna”.
Ciò che ci ha dato la forza di stare dentro tanto dolore è la consapevolezza che questo è il posto della Chiesa. Non quello di essere una parte, non essere tra quelli che chiedono duecento anni di carcere per un guerrigliero o un ufficiale.
Nel cimitero di Palmira vogliamo collocare una riproduzione del Cristo di Bojayá.
Bojayá è un paese dove, durante un attacco di rappresaglia tra Farc e forze paramilitari dell’Auc (Autodefensas Unidas de Colombia) per il controllo del territorio, un cilindro bomba lanciato dalle Farc-Ep cadde su una chiesa dove si erano rifugiati moltissimi civili, in gran parte donne e bambini, uccidendo circa cento persone.
Quando si cercarono i resti, l’unica cosa che fu trovata fu un Cristo con il busto intatto e gli arti spezzati. Il parroco dell’epoca raccolse il Cristo e, quando Papa Francesco venne in Colombia e incontrò le vittime e i responsabili del conflitto armato, glielo portò. Papa Francesco lo chiamò “il Cristo rotto”, il Cristo delle vittime.
Le vittime oggi non sono solo i morti o coloro che hanno perso i loro cari, ma anche tutti quelli che continuano a credere nella via della pace. Tante volte abbiamo sentito affermazioni del tipo «chi si sta nella selva perde la prospettiva di una possibile uscita dalla guerra. Ma quando siamo qui e vediamo l’altro, vediamo un uomo, un contadino come noi. Poveri colombiani che uccidono altri poveri colombiani». O altri raccontare: «Quando mi guardo con questo compagno, chi siamo? Siamo contadini che si uccidono tra loro».
Questo è il perverso circolo della guerra. Perciò il centro del nostro lavoro è riconoscere l’umanità dell’altro. Quando l’altro è riconosciuto come uomo, indipendentemente dal gruppo di appartenenza, diciamo: «Lui o lei è un essere umano come me».
L’unico modo per generare una comunità è il lavoro congiunto, fatto di incontri e azioni riparative. La firma di un accordo di pace non genera automaticamente una comunità, non genera riconciliazione. La riconciliazione è il livello più alto a cui il perdono può arrivare.
Noi insistiamo sul fatto che il perdono dell’altro è innanzitutto un bisogno personale. Il perdono lo concediamo per guarire noi stessi, indipendentemente dal fatto che l’altro me lo chieda o meno. Molte persone in Colombia e nel mondo, per interessi economici e politici, non vogliono che il sussurro della pace sia più forte di quello della guerra. Perciò questo lavoro per la pace non viene diffuso. C’è un grande clamore intorno al guerrigliero che ha rinnegato l’Accordo ed è tornato a combattere. Ma non attorno al lavoro per la pace.
Per noi, come Chiesa, questo lavoro ci ricorda che il cristianesimo è umanità vera e che il Vangelo è la vera fonte di ogni diritto umano. Qui tocchiamo la carne viva di Cristo, presente nei contesti verso i quali Papa Francesco stesso ci invitava a camminare: per andare verso tutti, per ascoltare tutti, per andare ai margini, non sono solo geografici ma esistenziali. Queste sono le periferie esistenziali di oggi.
