Il titolo del suo ultimo saggio non è rassicurante: Le metamorfosi degli imperi. Nuove guerre e catastrofe del diritto (Solferino, 2025). Del resto Pier Paolo Portinaro, filosofo della politica, già allievo di Norberto Bobbio, è un realista, non un idealista.
Io mi definisco “realista critico”, non dogmatico. Realismo dogmatico è quello che di solito viene spacciato come realpolitik: credere che solo il linguaggio della forza conti in politica, e il diritto sia fuori gioco. Questo non è vero. Il diritto ha un suo spazio: se la comunità umana non vuole andare verso il baratro, deve necessariamente impegnarsi nella ricerca di soluzioni che perseguano una stabilizzazione del quadro politico attraverso il diritto. Essere “realisti critici” vuol dire non delegittimare totalmente la sua capacità di dare un ordine alle relazioni umane, sia all’interno degli Stati che tra gli Stati stessi. A partire dal riconoscimento – non si può essere ciechi – che la logica della sopraffazione, del ricorso alla violenza o, in altri casi, alla frode, all’inganno, è una costante della storia. Se si è ciechi di fronte a questi aspetti, si finisce inevitabilmente per essere travolti e non disporre delle capacità cognitive per affrontare i problemi. Io definisco il realismo come una fenomenologia del potere e un’archeologia del potere: ci fa capire cioè quali sono le radici lontane delle situazioni critiche che viviamo oggi. Ed è anche una “criptologia del potere”: ci mostra i suoi aspetti nascosti, ciò che non appare evidente e che bisogna, attraverso le analisi, scoprire e valutare nel suo giusto peso. Il realismo politico è dunque anche una diagnostica del potere: se la diagnosi è ben fatta, può consigliarci come agire. Negli ultimi trent’anni, l’Occidente ha sicuramente peccato di scarso realismo: non ci voleva molto a capire che un fondo di revanscismo covava all’interno della leadership russa; non ci voleva molto a comprendere che un’eccessiva dipendenza energetica dalla Russia avrebbe posto l’Europa in una situazione difficile in caso di un risorgere di conflitti, come è accaduto. Si arriva poi a un punto in cui ci si rende conto che bisogna recuperare molto terreno perduto, e non è facile: Machiavelli ci insegna che le patologie vanno individuate quando sono all’inizio del loro sviluppo, lì le devi affrontare. Se le lasci crescere, non le governi e non le curi più. Quando parla la forza parla la forza, a quel punto il realismo ti può soltanto dire che, se non vuoi soccombere, devi anche tu dotarti di strumenti di forza che possano impedire ad altri di sovrastarti.
La diplomazia è stata a lungo uno strumento per tentare la soluzione di controversie tra gli Stati, non sempre efficace, naturalmente, ma essenziale. Oggi si ha l’impressione che sia in fuorigioco.
È vero. La diplomazia in effetti è un prodotto, almeno nelle sue forme più elaborate, della politica degli Stati moderni. Antecedenti li possiamo trovare in Grecia o a Roma, c’era già tutto in nuce, però così come l’abbiamo conosciuta e ha funzionato, essa è figlia anch’essa della statualità. Ha sempre svolto la funzione di trasformare relazioni di potere in relazioni di diritto. Quando si sottoscrivono dei trattati, si negozia su certi interessi per prevenire conflitti armati, o quantomeno porre fine a guerre già avviate. E questo strumento era mosso dagli Stati, così come li abbiamo tradizionalmente concepiti. Se i soggetti politici in campo oggi sono invece imperi autocratici, che non hanno nessun interesse, o un marginale interesse, a piegare la logica della potenza a quella del diritto, e usano questo soltanto per i loro fini egoistici revanscisti ed espansionistici, è chiaro che la diplomazia diventa uno strumento che gira a vuoto. Quando Sergej Lavrov, in quanto ministro degli Esteri della Federazione russa, fa le sue dichiarazioni usa il linguaggio del diritto, ma si vede benissimo che è soltanto una copertura rispetto al codice dominante del comportamento: l’affermazione brutale dei propri interessi. I diplomatici possono anche incontrarsi ma se dall’altra parte c’è uno che impone con la forza la sua volontà, lo spazio per il negoziato non c’è più.
Perché ha focalizzato, in questo saggio, la sua attenzione sugli imperi?
Gli imperi sono potenze che dispongono di grandi estensioni territoriali, ne controllano le risorse e tendono a considerare i loro confini inviolabili verso l’interno ma sempre espandibili verso l’esterno, in forza di qualche “missione culturale” da compiere. La storia globale è storia di imperi e al suo interno il protagonismo degli Stati nazionali, sorti in età moderna e oggi in evidente declino, rappresenta solo una parentesi. Che anche i sistemi politici maggiori di oggi siano degli imperi lo riconoscono un po’ tutti. Io ho voluto sottolineare quanto il crollo, o anche semplicemente il declino più o meno strisciante di queste formazioni, abbia degli effetti molto pesanti sulla configurazione dei sistemi internazionali. Gli imperi sono costitutivi di un ordine ma possono diventare molto pericolosi quando perdono il controllo di quell’equilibrio che pretendevano di aver stabilito. Noi siamo abituati a ragionare su Stato e mercato, e sul loro bilanciamento, ma non dobbiamo perdere di vista che proprio le strutture imperiali svolgono una funzione essenziale nella configurazione dei mercati internazionali: sono queste che dettano le regole. Lo vediamo con gli Stati Uniti e la presidenza Trump: voler ridisegnare il commercio internazionale e dettare regole nuove attraverso i dazi è una tipica modalità di politica imperiale.
La guerra è improvvisamente ricomparsa nel cuore dell’Europa.
Gli imperi giocano guerre asimmetriche: sono potenti, hanno risorse che gli altri attori non hanno e, nel costituirsi, devono sottomettere aree periferiche, popolazioni deboli, con i quali instaurano soggetti relazioni tipicamente diseguali. Il caso del conflitto in Ucraina è diverso perché è tornato a essere una vecchia guerra di logoramento inter-statale, ma possiamo dire che è un’eccezione, perché la norma degli ultimi decenni è stata quella delle guerre asimmetriche. Il caso estremo è la questione Israele-Palestina.
Sembrano conflitti minori, ma sono spesso efferati.
Nelle guerre asimmetriche, i soggetti che le combattono violano sistematicamente il diritto internazionale perché, da una parte, abbiamo una forza rivoluzionaria che non si riconosce nell’ordinamento attuale e si ritiene vittima di un sopruso, dall’altra una potenza che, disponendo di ampio vantaggio militare, è indotta a usarlo fino in fondo, il che porta inevitabilmente al fatto che si commettono periodicamente, sistematicamente crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nelle relazioni asimmetriche, i soggetti politici spesso non si riconoscono a vicenda. La forza del diritto fra gli Stati era che essi si riconoscevano come soggetti legittimi, nella pace e anche nella guerra. Erano, dicevano i giuristi, iusti hostes, nemici che avevano tuttavia il diritto, in certe situazioni estreme, di tutelare i propri interessi anche con la forza. Nelle guerre asimmetriche di oggi, questo riconoscimento reciproco manca: da una parte i deboli accusano gli Stati più potenti di essere oppressori, colonialisti, tiranni; dall’altra, la potenza superiore squalifica i suoi oppositori e non li riconosce dichiarandoli “terroristi”. Quando si entra in questa logica di misconoscimento reciproco, naturalmente i “terroristi” si comportano da terroristi e gli altri, proprio facendo la guerra ai terroristi, adottano loro stessi metodi terroristici, dunque si avvolgono in una spirale da cui non escono.

Lei denuncia quella che definisce come una vera e propria “catastrofe” del diritto internazionale.
Direi che esso si trova in uno stato comatoso, e ciò è in connessione con la crisi del diritto costituzionale: sono due facce della stessa medaglia. Io credo che ci troviamo non soltanto davanti a un passaggio d’epoca, ma anche a una transizione molto pericolosa: stiamo andando verso un nuovo ordine multipolare, nel quale i poli sono chiaramente definiti come imperi.
I tribunali internazionali condannano i premier in guerra, emettono mandati di cattura, ma l’effetto appare pressoché nullo. Ci manca un “sistema giuridico” all’altezza del nuovo assetto?
È un punto importante su cui cerco di fare luce. Non c’è dubbio che il sistema del diritto internazionale, così come lo conosciamo oggi, sia figlio dell’epoca della prima modernità. Non a caso parliamo di “Sistema di Westfalia”, alla fine della Guerra dei trent’anni, nel 1648, quei trattati configurarono una sorta di primo ordine globale – eurocentrico ben inteso, perché allora era qui il potere – figlio delle logiche e dell’ideologia di soggetti politici che erano al tempo stesso Stati e Imperi: il Sacro romano impero era uno dei grandi protagonisti della politica internazionale, ma anche l’Inghilterra o la Spagna erano Stati coloniali espansi in vaste aree del mondo. Quel diritto internazionale si è formato nella consapevolezza che gli Stati hanno due facce: la faccia della potenza e quella del diritto. Questa coppia concettuale è stata molto studiata, soprattutto dagli storici e dai sociologi tedeschi tra fine Ottocento e metà Novecento. Con la fine della Seconda guerra mondiale noi ci siamo però illusi che in virtù di una trasformazione graduale degli Stati che si erano venuti democratizzando, questi fossero soltanto più “Stati di diritto”, obliando la dimensione della potenza, che invece continuava a essere centrale. Se i soggetti della politica globale fossero degli Stati di diritto, funzionerebbe tutto benissimo: per esempio, tutte le garanzie sacrosante che distinguono militari e popolazioni civili sarebbero rispettate. Se invece si comportano da imperi guidati da autocrati, salta tutto. Questo è il problema di fondo. Perciò mi spingo a usare questa espressione un po’ contundente di “catastrofe del diritto internazionale”: se i soggetti si muovono in una direzione opposta a quella che le norme del diritto internazionale presuppongono e pretendono, il sistema crolla, le relazioni internazionali non funzionano più se non in termini di logica di sopraffazione, di ricatto e di violenza. È quello che sta avvenendo. Certamente non ci possiamo illudere che questa transizione sia rapida e indolore, e dopodomani si arrivi a un ordine multipolare, multi-imperiale tranquillo e pacifico. Certo è che siamo in un brutto guado: governare il sistema è e sarà sempre più difficile. Dobbiamo auspicare che i soggetti anche imperiali esibiscano una certa prudenza, nella consapevolezza che altrimenti finirebbero per auto-danneggiarsi; che quel tanto di razionalità che governa le loro azioni li porti a riscrivere regole che producano un ordine internazionale di tipo diverso da quello del passato, ma comunque un ordine e non un disordine. Noi come Europa non possiamo illuderci di passare indenni attraverso questa trasformazione, non possiamo pretendere di continuare a presentarci come “potenza civile” del mondo, come una trentina d’anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino: l’Europa, pensavamo, è un soggetto diverso rispetto alle grandi potenze, perché usa il soft power e non l’hard power... Oggi ci stiamo rendendo conto che non avendo l’hard power, o non avendo la capacità e la volontà politica di usarlo, rischiamo di essere schiacciati dalla competizione inter-imperiale in atto. Ed è a proposito di questo che butto lì l’idea – è un po’ una provocazione – dell’“impero democratico” che dovremmo diventare: l’Unione europea deve essere in grado di attrezzarsi, proteggendo i propri mercati e interessi economici e commerciali, ma al tempo stesso non scivolando lungo quella china che porta gli imperi a essere sempre più autocratici. Lo vediamo in modo macroscopico in Russia, ma con Donald Trump adesso anche negli Stati Uniti, o nell’involuzione nazionalista e autoritaria della Cina di Xi Jinping. Dovremmo tentare di contrastare queste logiche e dar vita a un “impero democratico” (detto così suona come un ossimoro, gli imperi storicamente sono sempre stati autoritari), a un nuovo “impero del diritto”, per favorire la transizione dall’attuale disordine a un ordine multipolare riequilibrato. È indubbiamente una grandissima e difficile sfida. Del resto, già durante la Seconda guerra mondiale le democrazie si sono salvate in un contesto di conflitti imperiali, hanno saputo non solo mantenersi in quanto tali ma anche rilanciare e potenziare lo sviluppo della democrazia nel mondo.
Nel suo saggio, lei parla dei Balcani come di un luogo di potenziale crisi per il futuro.
I focolai di crisi possibili sono generosamente distribuiti su tutto il pianeta, non dobbiamo farci illusioni. Potremmo parlare anche del Congo, dove tra guerre e guerre civili si va avanti ormai da più di trent’anni; o del Medio Oriente, o del Sudan, o di Taiwan... I Balcani sono in una situazione ancora di grande fragilità, certi conflitti non sono stati ricomposti e possono diventare un punto di estrema vulnerabilità laddove non riuscissimo il più presto possibile ad arginare e porre fine al conflitto russo-ucraino. Nelle logiche degli imperi, va anche tenuto presente il loro funzionare da chiuse rispetto ai processi migratori: i Balcani, assieme al Mar Mediterraneo, sono la porta principale di questi flussi, lì possono succedere tante cose che risulterebbero destabilizzanti per noi.

Foto di Emael El-Beyed
