La diplomazia è una figlia diretta della politica, più propriamente della politica internazionale per come si è sviluppata nei secoli. Se vogliamo trovarne una definizione precisa, si può dire che la diplomazia è “un’arte del possibile” come la sua “madre politica”, ma più propriamente si può affermare che essa si identifica in una attività particolare: tenere le relazioni internazionali tra gli Stati per mantenere una situazione di pace, per evitare conflitti di ogni tipo, principalmente di carattere militare, ma anche commerciale e di altra natura. Quindi, nel ricercare anche i compromessi possibili.
Naturalmente, per svolgere una simile attività occorrono uomini di levatura intellettuale che conoscano storia, usanze e costumi di altri Paesi, che abbiano dimestichezza con la lingua parlata in altri Stati. La lingua classica della diplomazia era il francese, almeno fino alla Seconda guerra mondiale. Oggi il francese è stato soppiantato dall’inglese. Persino in Oriente si teneva ben presente il francese e la sua cultura. Il ministro degli esteri di Mao Tse Tung, il famosissimo Ciu En Lai, si laureò in Giappone, ma aveva studiato a lungo in Francia, oltre che in Inghilterra e Germania. Pol Pot, che non aveva certo una vocazione diplomatica, prima di diventare leader dei Khmer rossi della Cambogia ebbe anche lui un’educazione francese durante gli anni giovanili a Parigi, ed era sempre stato un grande ammiratore della rivoluzione del 1789 e del 1968, che studiò approfonditamente.
Per superare la sfiducia che viene dalla realtà
Interessante è anche l’etimologia della diplomazia, che viene dal greco diploos, doppio, ossia un documento piegato in due. Da che cosa derivava? Per provare la legittimazione conferitagli dal proprio sovrano per trattare a suo nome, l’ambasciatore in antichità aveva un “diploma”, un documento ripiegato che provava questa legittimazione.
In breve, la diplomazia è una scienza e una pratica delle relazioni internazionali: i procedimenti e le attività che uno Stato attuava per mantenere e gestire i rapporti con altri Stati e soggetti di diritto internazionale, nel rispetto di norme e convenzioni. Questo richiede personale e uffici in varie parti del mondo, quali ambasciate e consolati, attraverso cui uno Stato esercita queste funzioni: quella principale della diplomazia è attuare la politica estera del Paese che si rappresenta, soprattutto salvaguardando i propri interessi e i propri cittadini che vivono in un determinato Paese estero.
Ma è evidente che tutto quello che si è descritto sinora è la teoria, l’impianto istituzionale e formale della diplomazia di uno Stato, persino la speranza che questa attività abbia come obiettivo sempre la pace e in tutti i casi la coesistenza di un rapporto tra uno Stato e un altro, oppure la costituzione di un ordine mondiale che possa garantire, anche attraverso alleanze interstatali o rapporti bilaterali tra potenze, la pace o la coesistenza pacifica.

Foto di Valentin Lacoste
La storia ci insegna invece che sia in questi anni, con la costituzione di grandi organismi internazionali, sia nei secoli passati, la diplomazia riesca solo a limitare i contrasti, ma l’ordine costituito per un periodo spesso va in frantumi e gli organismi internazionali quasi sempre, a un certo punto, collassano.
Pessimismo? Realismo, piuttosto, che è sempre stato presente nella storia degli uomini. Si può aggiungere che proprio nell’arte del possibile, nella politica, la diplomazia rappresenta la speranza di superare la sfiducia che viene dalla realtà.
L’economia del dono e i matrimoni “diplomatici”
Guardiamo un poco quello che capitava in tempi antichissimi. Secondo gli studi di alcuni economisti, in arcipelaghi oceanici si sviluppò la cosiddetta “economia del dono”, che dura ancora oggi sotto diverse forme. In quegli arcipelaghi c’erano isole nelle quali si poteva coltivare, esistevano fonti di acqua potabile. Insomma ci si poteva vivere. Ma in altre isole vicine, la natura era impietosa e, per sfamarsi, gli abitanti ogni tanto davano l’assalto a quelle che si potevano definire le “isole della vita”. Finché quelli che possiamo chiamare, con un eufemismo, i benestanti organizzarono periodiche spedizioni per donare cibo, viveri e acqua a chi abitava nelle isole aride. Era una prima forma diplomatica di convivenza: i conflitti si limitarono e alcuni sparirono definitivamente.
Presso le antiche corti cinesi, può sembrare paradossale il numero di mogli e concubine dell’ imperatore. Il numero ufficiale includeva tre mogli primarie, nove secondarie e ventisette di terzo rango, a cui si aggiungevano concubine non ufficiali, che a volte erano più di 20mila, come durante la dinastia Han. Questo alto numero di mogli e concubine era legato alla diplomazia: l’istituzione dell’harem era utilizzato per stringere alleanze con altre potenze o per consolidare il potere all’interno dell’impero, attraverso matrimoni con donne di famiglie nobili o di influente lignaggio. Matrimoni e unioni tra imperatori e principesse di altri regni o tribù erano strumento per stringere alleanze politiche, pacificare territori e rafforzare i legami tra le diverse entità dell’immenso impero cinese.
Questa “attività diplomatica” si trasferì nel corso dei secoli in altri Paesi e arrivò anche in Europa. Dal 1400 in avanti, quando si delineò una forma precisa di diplomazia europea, si possono contare matrimoni “convenienti” in varie parti dell’Occidente.
Se arriviamo al Settecento, il matrimonio dei re Borboni di Francia era sempre collegato a una regina che arrivava dall’impero austriaco asburgico. Lo stesso Napoleone Bonaparte, diventato imperatore nel 1804, dopo aver divorziato da Giuseppina di Beauharnais sposò Maria Luigia d’Austria il 1 aprile del 1810 per arrivare a un’alleanza politica tra Francia e Austria, sancita a seguito di rapporti diplomatici e dopo la sconfitta dell’Austria nella battaglia di Wagram. La rivoluzione francese e la sorte di Maria Antonietta di Asburgo-Lorena, moglie di Luigi XVI, era stata ormai dimenticata.
Politica e diplomazia tra nuovi messianismi e arte del possibile
L’articolo di Evandro Botto e Onorato Grassi
La grande regina Vittoria d’Inghilterra era imparentata con quasi tutte le famiglie regnanti europee, tanto da essere sopranominata “Nonna d’Europa”. Ebbe nove figli che sposarono membri di altre case reali: così si creò una vasta rete di legami familiari tra le monarchie continentali, inclusa la Germania, la Russia e la Spagna. L’ultima zarina, Alessandra Romanova, era una nipote di Vittoria. Anche Cavour inviò a Parigi Virginia Oldoini, la contessa di Castiglione, con l’obiettivo di sedurre Napoleone III e ottenere il sostegno della Francia alla causa dell’unità d’Italia.
Tutto questo, che è stato solo accennato, offre un’immagine del limite sconfinato su cui si muove la diplomazia come arte del possibile, figlia preferita della politica di uno Stato che vuole ottenere o difendere i suoi interessi. Ovviamente i tempi e i costumi sociali cambiano e gli “strumenti” della diplomazia mutano secondo esigenze in realtà del tutto differenti.
“L’economia del dono” e la moltiplicazione delle parentele non riuscivano anche nei tempi antichi a raggiungere del tutto l’obiettivo voluto. Col passare dei secoli, la diplomazia divenne più raffinata, dotata di altri strumenti e altri protagonisti, a volte centrando il bersaglio, a volte non riuscendo a risolvere i problemi sul tappeto. La grande difficoltà resta e restava sempre la natura umana complicata, nel suo insieme di desiderio di pace e benessere e di quello che Nietzsche chiamava “volontà di potenza”.

L’abilità di Metternich
Proviamo a esaminare alcuni periodi storici in cui si alternarono successi e disastri. E forse ancora oggi perdurano le conseguenze negative di questo antico alternarsi di buona diplomazia e completa assenza o cattiva diplomazia.
La Riforma protestante fu un movimento religioso del XVI secolo che portò alla scissione del cristianesimo occidentale tra cattolici e protestanti, innescato dalle critiche di Martin Lutero contro la Chiesa di Roma. Tutto iniziò nel 1517 con l’affissione delle novantacinque tesi di Wittenberg dove si criticava, tra l’altro, la vendita delle indulgenze.
Quali conseguenze ebbe tale protesta? Dopo quella scissione, l’Europa fu teatro di una serie di conflitti tra cui spiccano le guerre religiose francesi (1562-1598), la lunga rivolta olandese contro la Spagna (1568-1648) che portò alla nascita delle Province Unite, e la devastante Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Tra questioni religiose e interesse degli Stati, l’Europa centrale fu sconvolta. L’ elenco dei Paesi coinvolti è lungo: i boemi si ribellarono al potere cattolico degli Asburgo, poi entrarono in guerra Svezia, Danimarca, Francia contro gli Asburgo di Austria e Spagna. Rivolte e conflitti si conclusero solo nel 1648 a Westfalia dove si sancì il principio di sovranità statale e cambiò l’equilibrio di potere in Europa, portando al declino della Spagna e all’ascesa della Francia.
Per più di cento anni, la cosiddetta riforma protestante provocò un autentico disastro che non si concluse nemmeno nel 1555 con la pace di Augusta, che sancì il principio del cuius regio, eius religio, che significa “di chi è la regione, di lui sia la religione”.
In sostanza, si stabiliva l’obbligo per i sudditi di conformarsi alla religione del proprio sovrano. Questo principio permetteva ai governanti del Sacro romano impero di “scegliere” tra cattolicesimo e luteranesimo, anche se inizialmente escludeva il calvinismo. Ci volle una grande attività diplomatica e altri conflitti per arrivare alla pace di Westfalia, che tranquillizzò un poco l’Europa per gran parte del Settecento, anche se covavano sempre guerre e rivolte. In tutti i casi, Westfalia fu un passo avanti.
Ma passato il Settecento, in Francia esplose letteralmente la rivoluzione del 1789. Fu uno sconvolgimento che cambiò il mondo, che era stato previsto dagli scrittori illuministi. Le conseguenze furono impressionanti. In vari passaggi (secondo Francois Furet in Francia ci furono tre rivoluzioni in pochi anni) produsse il Consolato di Napoleone Bonaparte, poi il suo impero, e per quindici anni l’Europa fu di nuovo travolta dalle guerre. Quando Napoleone perse a Waterloo, l’18 giugno 1815, sembra per gli Stati europei la fine di un incubo. Ma proprio in una circostanza tanto difficile, dove tanti rapporti tra gli Stati dovevano essere ricostituiti, la diplomazia raggiunse un grande prestigio e dimostrò tutta la sua indispensabilità.
Conservatore sin che si vuole, è il Principe austriaco Klemens von Metternich a riportare l’ordine in Europa. Fu Metternich l’artefice del Congresso di Vienna, sostenendo il ritorno delle dinastie legittime spodestato da Napoleone, di fatto ripristinando l’Ancien Régime. Allo stesso tempo sostenne la creazione di un equilibrio di potere per impedire che una singola nazione diventasse troppo potente, evitando così nuove guerre. In conclusione, ridisegnò la mappa dell’Europa. Con un’abilità diplomatica fino allora sconosciuta, Metternich riuscì a inserire la stessa Francia al Congresso di Vienna e fece in modo che non venisse trattata solo come una nazione sconfitta, ma come una potenziale pedina fondamentale per ristabilire l’equilibrio europeo. Grazie al suo operato, di concerto con l’abile ministro degli esteri francese Talleyrand, riuscì a far riconoscere la Francia come vittima e non solo come colpevole.
Di fatto, secondo la maggioranza degli storici, questo “miracolo” diplomatico durò sino ai primi moti rivoluzionari del 1848. Grande conservatore e anche reazionario, Metternich non poteva certo entrare in sintonia con le visioni liberali e la nascita dei primi moti operai. Nonostante i grandi moti dell’Ottocento, c’è però chi sostiene che la tragedia della Prima guerra mondiale arrivò nel 1914 e l’ultimo sovrano dell’Austria e del Sacro romano impero – anche se morì nel primo anno di guerra – fu Francesco Giuseppe. In questo modo, qualcuno ritiene che l’ordine mondiale dettato da Metternich durò, con alcuni mutamenti, quasi cento anni. Certamente una forzatura, anche se la sua abilità diplomatica non può essere messa in discussione.
La profezia da brividi di Keynes
Chi letteralmente pensò di reincarnare Metternich fu, molti anni dopo, Henry Kissinger. Nato in Germania nel 1923, emigrò negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni naziste, in quanto ebreo. In America studiò ad Harvard Scienze politiche e si laureò con una tesi sulla diplomazia del Congresso di Vienna e i suoi protagonisti, tra cui ovviamente Metternich e il segretario di Stato britannico Lord Castlereagh. La carriera di Kissinger è nota: fu consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato di due Presidenti degli Stati Uniti, Richard Nixon e Gerald Ford, tra il 1969 e il 1977. Fu un protagonista della gestione dell’ordine mondiale durante la Guerra fredda.
Durante il conflitto del Vietnam fu protagonista di un riavvicinamento tra America e Cina, in un momento delicatissimo, quando i rapporti tra cinesi e sovietici erano abbastanza burrascosi, benché entrambi i Paesi appoggiassero il Vietnam. Il personaggio Kissinger apre anche il lato ambiguo della diplomazia. Per raggiungere il risultato che si proponeva – riavvicinare America e Cina, dividere ancora di più Cina e Russia – qualsiasi mezzo era possibile. Nel suo saggio Cina [edito in Italia da Oscar Mondadori nel 2011, NdR], Kissinger spiegò come lui e Ciu en Lai concordarono che Taiwan, problema perenne dopo Mao, “non esisteva” e quindi non costituiva un problema per i rapporti tra Washington e Pechino.
L’arte del compromesso e del possibile a volte “dimentica” qualsiasi principio etico. Lo stesso Kissinger, anni prima, aveva operato cattiva diplomazia per gestire il colpo di Stato in Cile contro Salvador Allende.

Certo, la diplomazia, anche oggi, ha una grande importanza per salvaguardare la sicurezza e la pace. Ma non bisogna mai dimenticare gli interessi che i grandi diplomatici fanno esclusivamente per i loro Stati.
È difficile dimenticare quello che scrisse John Maynard Keynes dopo aver partecipato alle trattative di pace a Versailles nel 1919, dopo la Prima guerra mondiale. Keynes presiedeva la commissione economica e riteneva che i vincitori non avrebbero dovuto umiliare anche finanziariamente i vinti, cioè i tedeschi. Alla fine, Keynes si dimise e affermò che chi aveva vinto questa guerra non stava preparando la pace, ma stava preparando, senza saperlo, una nuova guerra mondiale. Una “profezia” da brividi.
Quale può essere la conclusione sull’arte del compromesso e del possibile? La diplomazia è indispensabile, ma a volte il suo realismo provoca ingiustizie storiche che si pagano anni dopo.

