Quadrimestrale di cultura civile

 Il declino del soft power
e l’ascesa del brutalismo politico

Siamo nella stagione dell’hard power dove la rudezza a tutto campo ne rappresenta il tratto distintivo. Il segnale di questo mutamento lo si vede nella lingua che utilizza il presidente degli Stati Uniti: brutalista, antiestetica, volgare. E quando il brutalismo prevale ne fa le spese la democrazia. Che regredisce. Si è giunti a tale regressione per eccessi di ottimismo a fine avvenuta dell’Unione Sovietica. Ma l’ottimismo occidentale si è rivelato nella realtà un’illusione. E questo ha fatto perdere di vista il dato preoccupante del progressivo deperimento della democrazia. Con il risultato che oggi l’Occidente è in minoranza. Mentre va crescendo l’alleanza fra Paesi (Brics) dichiaratamente anti – occidentali. La strada per una ripresa di credibilità dell’Occidente è, per così dire, obbligata. Ed è quella che prevede la costruzione di una “democrazia dell’integrazione”

Il termine soft power fu coniato da Joseph Nye, politologo e decano della John F. Kennedy School of Government presso la Harvard University, nel suo saggio del 2005 The Means to Success in World Politics. Esso definisce la capacità di un governo di avere successo internazionale mediante l’uso di strumenti immateriali, quali la cultura, la musica, i film, la letteratura e lo stile di vita, in contrapposizione all’utilizzo della forza politica, economica e bellica. Secondo Nye, il soft power consiste nella «capacità di un Paese di persuadere gli altri a fare ciò che vuole senza forza o coercizione», plasmandone a lungo termine atteggiamenti e preferenze tramite le istituzioni della società civile. Negli Stati Uniti il soft power non si è mai completamente dissociato dall’hard power. Il giornalista francese Pierre Haski ha evidenziato che gli Usa nel Ventesimo Secolo hanno organizzato o favorito attivamente quarantuno cambi di regime in America Latina, non sempre in senso democratico.

Oggi, il soft power è considerato un “caro estinto” e prevale l’hard power. Un segnale di questo mutamento è la lingua del presidente Trump, descritta come “brutalista, antiestetica e volgare”. Questo brutalismo richiama l’architettura degli anni ’50 che combatteva l’eleganza del Movimento Moderno con la “rudezza del cemento a vista”. Il cambiamento della lingua in politica «denuncia il cambio dei contenuti e dei caratteri della politica»; quando il brutalismo prevale, la democrazia regredisce.

Foto Library of Congress

L’età dell’hard power

La transizione verso l’hard power è sostenuta negli Stati Uniti da nuove correnti intellettuali reazionare. Curtis Yarvin, intellettuale vicino alla presidenza americana, ha teorizzato che la democrazia sia solo una “debole aristocrazia di intellettuali” e che i governi dovrebbero adottare il modello delle grandi aziende, che sono “monarchie in miniatura” dove “qualcuno comanda e gli altri eseguono”. Peter Thiel, co-fondatore di Palantir, ritiene che l’11 settembre abbia incrinato il quadro politico fondato sulla deterrenza armata e la diplomazia, e che il riordino verrà dalla tecnologia (“dominio dell’uomo sulla natura”) e dall’uso razionale della violenza.

Queste posizioni sono condensate nel “Project 2025” della Heritage Foundation, codice del pensiero politico reazionario, redatto in circa 1000 pagine. Tra gli obiettivi principali: imporre il rispetto delle tradizionali norme di genere, decimare i funzionari statali, effettuare deportazioni di massa degli immigrati, ridurre la regolamentazione delle imprese e delle tutele dei lavoratori, imporre il “comando unico” che permetta al presidente di intervenire in tutti i campi dell’amministrazione, prevalendo su Congresso, Magistratura e singoli Stati. Siamo nell’età dell’hard power, dove “la forza è l’unica cosa che conta”, sia a livello interno sia in politica estera.

Siamo giunti a questa fase di regressione democratica per un eccesso di fiducia maturata nell’età post-sovietica, quando si credeva che globalizzazione, multilateralismo e occidentalizzazione si sarebbero imposti ovunque. Non ci siamo accorti del “progressivo deperimento della democrazia”. Diverse previsioni occidentali sono state smentite: l’esportazione armata della democrazia è fallita con la vergognosa fuga da Kabul; la convinzione che l’espansione dei mercati avrebbe generato una classe media liberale è stata smentita, poiché la democrazia ha bisogno del mercato, ma il mercato non ha bisogno della democrazia; infine, Internet, concepito come forza liberale inarrestabile, oggi ha bisogno di limiti e regole proprio per la difesa di fondamentali diritti democratici. L’Occidente, che pensava di trionfare grazie alla sua superiorità culturale, è oggi in minoranza.

Tirannie elettive e democrazie senza elettori

L’alleanza anti-occidentale

La sfida principale proviene dai Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti), un’alleanza guidata da Russia e Cina che si compatta sull’antioccidentalismo.

In base alle valutazioni del Fondo monetario internazionale, il blocco Brics supera il G7 in parametri critici:

-      Detiene il 32% del Pil misurato sulla parità di potere d’acquisto (Ppp), contro il 29% del G7.

-      Controlla il 41% della produzione mondiale di petrolio, contro il 29% del G7.

-      Rappresenta il 44% della crescita economica globale, contro il 20% del G7.

-      Comprende il 45% della popolazione mondiale, contro il 30% del G7.

I Brics richiedono un ruolo per Africa, America Latina e Caraibi nei processi decisionali globali e propongono una riforma delle organizzazioni internazionali (come il Consiglio di Sicurezza Onu, l’Omc, il Fmi e la Banca per la ricostruzione) basata sulla rappresentanza geografica.

L’attuale filosofia autoritaria si basa su prepotenza, concentrazione del potere, immediatezza delle decisioni, marginalizzazione della diplomazia. La guerra e il conflitto economico sono i principali strumenti di regolazione dei rapporti. La novità è che la forza cerca una “legittimazione extrapolitica, di carattere religioso”, che richiama l’investitura divina dei Re del XVI secolo e sottrae le decisioni alla libera discussione.

Questo fenomeno è evidente in diversi contesti:

Stati Uniti. Una preghiera nella Sala ovale definisce Trump come “unto per un momento come questo” da Dio. I gruppi cristiani tradizionalisti (definiti “cristofascisti”) indicano come montagne da scalare educazione, famiglia, governo, media, religione; sostiene che bisogna mettere veri cristiani a capo di ciascuna di queste realtà.

Russia. Il Codice dell’Uomo Russo di Serghiei Kagaranov, del quale Putin si è affermato come assiduo lettore, sostiene che la Russia è investita di una missione particolare davanti a Dio.

Turchia. L’Akp di Erdoan fonde islamismo e nazionalismo, basandosi su populismo islamista, vittimismo competitivo e retorica anti-occidentale.

Israele/Hamas. Netanyiahu ha paragonato i palestinesi agli Amaleciti, popolo che fu sterminato su ordine di Saul. L’assolutismo di Hamas si fonda su una lettura bellica dell’Islam.

Questo retroterra religioso conferisce esecutività e indiscutibilità alle decisioni di questi leader, sottraendole al dibattito democratico.

La democrazia sta perdendo la sua capacità emotiva e propulsiva, riducendosi a puro proceduralismo a causa dello smarrimento del suo fondamento valoriale. Mentre Putin motivava l’aggressione all'Ucraina come lotta contro l’Occidente “immorale” (per unioni omosessuali e manifestazioni Lgbt), l’Europa ha risposto con le sanzioni, ma ha taciuto sui propri valori, come il rispetto della persona e la garanzia dei diritti umani. Quando mancano valori da realizzare, le regole e le procedure diventano rami secchi.

Foto Humberto Chavez

L’assenza di una deterrenza efficace

Nel dopoguerra lo sviluppo democratico fu sostenuto da due leve: lo stato sociale (che garantì benessere e integrò le masse) e la deterrenza nucleare (che bilanciò le forze e dissuase Usa e Urss da avventure militari). La deterrenza fu cruciale nel 1961, quando Kennedy rifiutò il supporto aereo per i volontari anticastristi a Cuba per timore di scatenare un conflitto nucleare, e nel 1983, quando un ufficiale russo, Stanislav Petrov, evitò la guerra nucleare globale non segnalando un falso allarme missilistico antisovietico. Oggi, l’attenzione alla giustizia sociale è diminuita, non esiste una deterrenza efficace, manifestazioni di forza e di vassallaggio dilagano.

L’uso della forza è evidente nelle azioni militari: il Ministero della Guerra americano (ex Difesa) ha lanciato un’operazione militare contro il Venezuela (il primo paese al mondo per riserve di petrolio), dispiegando la Uss Gerald Ford. In questa operazione, almeno cinque barche venezuelane sono state distrutte e 27 persone sospettate di essere narcotrafficanti sono state uccise senza prove. I nuovi mantra geopolitici sono: guerra anziché pace; minaccia anziché diplomazia; affari anziché trattati. Se gli Usa possono minacciare il Venezuela e ucciderne impunemente i cittadini, viene meno il principio per cui Russia, Netanyahu o Cina dovrebbero astenersi dall’invadere l’Ucraina, fare guerra ai palestinesi o appropriarsi di Taiwan.

La prepotenza sta generando forme di “volenteroso vassallaggio” (Vassalaje hermoso). Gli esempi non mancano: Ursula von der Leyen ha incontrato per ragioni istituzionali il presidente Trump su un suo campo da golf; imprenditori svizzeri, per indurre Trump a negoziare sui dazi, hanno offerto al presidente un Rolex, forse non di acciaio, e un lingotto d’oro; il presidente argentino Javier Milei si è recato tredici volte negli Stati Uniti per ottenere finanziamenti. Per una sorta di legge del contrappasso, anche Trump si è comportato da “vassallo felice” (Vasallaje hermoso) accogliendo Putin in Alaska con il tappeto rosso.

“Se vuoi la pace, prepara la pace”

Per superare la stanchezza verso la complessità democratica, è necessario costruire una “democrazia dell’integrazione”. Gli obiettivi per l’integrazione includono:

- Porre la giustizia sociale come priorità.

- Varare un programma di formazione del capitale umano per i giovani economicamente più deboli, risolvendo il problema dei 2,2 milioni di posti di lavoro vacanti per mancanza di competenze (nonostante il 18% di disoccupazione giovanile).

- Risolvere l’incapacità di decidere causata spesso dall’eccesso di regole; notava Tacito: «La vita è insidiata da leggi, come una volta lo era dal mal costume».

L’esigenza di concretezza si estende alla difesa militare. L’avvertimento di J.D. Vance agli europei – «Non sperate che la Nato vi proteggerà se voi imponete limiti alle nostre piattaforme digitali» – propone il vassallaggio digitale in cambio di sicurezza; non è un futuro dignitoso. È necessario prepararsi a partecipare autonomamente a un processo di deterrenza per difendere le libertà. «Se vuoi la pace, prepara la pace» dev’essere il nuovo motto: la pace deve essere costruita e si deve essere in grado di dissuadere chi potrebbe privarcene. È in gioco la sovranità nazionale. L’obiettivo primario non è la pace fine a sé stessa (che può derivare da sottomissione), ma la vita, la libertà, l’autonomia, la sovranità e la giustizia sociale. Machiavelli affermava che la pace «non consiste nella mancanza di guerra, ma nell’unione ossia nella concordia degli animi» e che «se schiavitù, barbarie e desolazione fossero chiamate pace, non vi sarebbe per gli uomini maggiore miseria della pace».

Luciano Violante è un ex magistrato e politico italiano, parlamentare alla Camera dei deputati dal 1979 al 2008, dov’è stato presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 1992 al 1994 e presidente della Camera dal 1996 al 2001.

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