Per quanto umanamente comprensibile, la paura è stata a lungo considerata un sentimento irrazionale. Liberarsi dalla paura e vivere senza paura costituiscono le fondamenta dello Stato moderno, la ragione prima dell’obbedienza verso le istituzioni, garanti di ogni sicurezza del singolo. Il “cedere alla paura”, l’essere “in preda della paura” sono stati sempre giudicati come dei veri e propri atti di resa emotiva, altrettanti cedimenti della ragione, sia per quanto possa concernere il singolo individuo, sia per quanto possa invece caratterizzare l’intera collettività. Relegata fino a qualche decennio fa alle fasce deboli, come potevano essere i bambini e gli anziani, la paura non sembrava affatto rientrare tra le categorie dell’agire collettivo.
Da qualche anno non è più così e la paura costituisce una dimensione sempre meno marginale nello scenario contemporaneo. L’affermarsi di una percezione inquietante della realtà, tale da generare paura, si fonda su una percezione della realtà della quale è possibile intercettare le ragioni.
Volendo qui compiere una schematizzazione molto semplice ancorché efficace, restando nel perimetro del mondo moderno e dell’Europa, queste ragioni possono essere accreditate ad almeno tre diversi generi di esperienza. La prima è data dalla perdita dei riferimenti morali sul piano della società civile, la seconda dall’incertezza dello scenario prossimo venturo, la terza dall’imprevedibilità crescente dei comportamenti individuali. Nessuna di queste genera dì per sé paura ma tutte e tre, una volta sommate tra loro, vi contribuiscono in modo crescente.
La perdita dei riferimenti morali
La perdita dei riferimenti morali è la ragione di più antica data e se ne possono rintracciare le basi nella Francia di fine Ottocento, all’indomani della rivoluzione industriale e della formazione della Terza Repubblica. Secondo Émile Durkheim, senza un ambiente con riferimenti morali condivisi, ma con tanti atomi individuali, si sarebbe andati verso il più fragoroso sfacelo. Una vera e propria morte sociale: “Una società composta da una miriade di individui disorganizzati, che uno Stato ipertrofico si sforza di abbracciare e di dominare, costituisce un’autentica mostruosità sociologica. […] Una nazione sussiste soltanto se tra lo Stato e i privati cittadini si intercala tutta una serie di gruppi secondari abbastanza vicini per attirarli fortemente nel loro campo d’azione, e per coinvolgerli così nel torrente generale della vita sociale”1.
Qualche anno più tardi, in modo molto meno distaccato ed empaticamente vicino a questi “gruppi secondari”, Charles Péguy, scriveva che: “[…] lo si creda o no, siamo cresciuti nel seno di un popolo allegro. A quei tempi un cantiere era un luogo della terra in cui gli uomini erano felici. Oggi un cantiere è un luogo della terra dove gli uomini recriminano, si rimproverano, si picchiano: si uccidono […]. Un tempo gli operai non erano schiavi. Lavoravano. Avevano un onore, assoluto, come deve essere un onore”2. Péguy vedeva una comunità all’opera, nella quale l’onore del lavoro ben fatto era parte dell’identità dell’operaio all’interno del suo ambiente morale.
Si trattava di una società di interconoscenza nella quale le relazioni umane invitavano ciascuno a onorare l’ambiente del quale si sentiva parte, mostrando un comportamento degno della stima altrui. Non c’era spazio per il recriminare o per picchiarsi, si viveva in “un mondo felice”. Tutta la collettività, l’ambiente morale nel quale il soggetto sceglieva di situarsi, voleva praticare la cordialità dei rapporti e non la competizione. I riferimenti morali, cattolici o socialisti che fossero, avevano in comune l’onore dei legami di solidarietà che erano il tessuto connettivo di quell’ambiente. Di quel mondo che Durkheim proponeva di ricostruire Péguy, dieci anni più tardi, ne avrebbe denunciato la scomparsa.
Da questi testi è trascorso un secolo, nel quale i tentativi di ricostruzione degli ambienti morali si sono susseguiti senza sosta. La storia, con buona pace di Marx, non è storia delle lotte di classe, ma storia dei mille tentativi di ricostruire un “mondo felice”, cioè di collettività dotate di principi, e quindi di identità e di memoria.
In Italia più che altrove questo sentimento si è sempre accompagnato con la percezione di un futuro migliore. Nel secondo dopoguerra, con lo sviluppo economico, nell’Italia in grande ripresa e con la promessa di un benessere imminente aperto a tutti, si era diffusa la convinzione di poter chiudere definitivamente la scatola degli orrori della guerra e dei totalitarismi, per entrare in una fase storica definitivamente promessa allo sviluppo. Ma, soprattutto, era sembrato possibile archiviare il senso di precarietà e di timore che era rimasto ancora presente nelle fasce sociali più deboli, attraverso le prime affermazioni dello Stato sociale e delle politiche di sostegno per l’occupazione, la sanità, la casa e la scuola. Chi emigrerà, lo farà oramai sempre di più dirigendosi verso la Lombardia e il Piemonte, piuttosto che oltrepassare le Alpi o l’Atlantico.
L’Italia di quegli anni, ancora povera ma profondamente attraversata da un tessuto religioso condiviso, non vedeva la paura. A differenza di quella dell’infanzia di Péguy, non viveva in cantieri in cui gli uomini erano felici, ma comunque lavorava in cantieri nei quali si coltivava la speranza di un futuro felice, di una famiglia liberata dalla precarietà e dalla miseria.
Gli episodi di criminalità non venivano affatto rubricati come una forma di degrado morale e civile. Al contrario, erano visti come schiuma di superfice, angoli oscuri di una società sana e serenamente avviata verso il miglior benessere possibile.
L’Italia avrebbe continuato a lungo a non avere paura degli atti di violenza. Gli atti di criminalità la lasciano stupita e sorpresa. Lo stesso attentato di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 verrà interpretato come l’orrida strage di una mano criminale, e non come l’inizio di una strategia della tensione che avrebbe ingabbiato la vita degli italiani e distrutto quella delle persone per dieci anni.
In pratica, esisteva, è esistita ed è stata ben resistente una fiducia di fondo che basava la propria sicurezza sulla fiducia non solo verso la classe dirigente, quanto anche e soprattutto verso un futuro che sembrava promettente e ineludibile. E questo non certamente a caso. Lo sbarco sulla luna del 20 luglio 1969 seguito in mondovisione ne costituisce una prova palmare. Con Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11 che, prima di posare la navicella sul suolo lunare, declama il prologo del Vangelo secondo Giovanni, il Santo Padre e i capi di Stato di tutto il mondo che applaudono, fino agli stessi enti pubblici che autorizzano gli impiegati a entrare la mattina del giorno successivo un’ora dopo l’orario previsto, in quanto non solo era giusto ma quasi doveroso restare incollati al video della televisione in bianco e nero per seguire in diretta un avvenimento che si riteneva mutasse definitivamente il volto della terra, tutto testimonia ampiamente l’estensione di questo clima di indiscutibile fiducia.
L’incertezza dello scenario prossimo venturo
La perdita dei riferimenti morali e il lento salire di uno stato di incertezza si affermano progressivamente con il venir meno della fiducia nella classe politica, nella scienza e nella collettività a seguito della materializzazione degli interessi e delle aspirazioni, propria di quella cultura del disincanto che prenderà il sopravvento negli anni Settanta del Novecento, accompagnata dalle ideologie dello scontro politico e dalle crisi ripetitive che scuoteranno l’economia del Paese dal 1972 in poi.
Con il progressivo avanzare delle crisi economiche e della perplessità verso l’universo politico viene meno l’ottimismo, assieme alla fiducia in un futuro migliore. E sono le reazioni alle pandemie a mostrare le dimensioni della paura che alberga oramai nel Paese.
Il confronto è tanto utile quanto inevitabile3. Durante la pandemia del 1957 e quella del 1969 la fiducia nelle conoscenze mediche e nel sistema ospedaliero, una volta inserita nel quadro di una società universale volta verso il migliore sviluppo possibile, rendeva marginali agli occhi dell’opinione pubblica dell’epoca le migliaia di decessi che pur si erano verificati. La paura del contagio appariva subordinata alla convinzione di potervi comunque sopravvivere. Se molte erano le vittime, molte di più erano quante avevano contratto “l’asiatica” prima e “la spaziale” poi, ed erano guarite senza andare al di là di qualche giornata a letto, sotto le cure dei medici di base, allora visti da tutti come meravigliosamente competenti. In pratica, la paura per una pandemia, pur rischiosa, non solo non aveva bloccato le fabbriche, né le scuole, ma la stessa società italiana l’aveva attraversata quasi senza accorgersene.
Completamente diverso è quanto accadrà in Italia cinquant’anni dopo, nel caso della pandemia da Covid-19. Dinanzi alla catastrofe sanitaria, al mancato aggiornamento dei protocolli, all’assenza di protezioni adeguate per i medici e gli operatori sanitari, le istituzioni sanitarie, in pieno accordo con quelle di governo, decidono – non senza ragione – di ricorrere proprio alla paura, come unica risorsa accessibile per convincere gli italiani alle vaccinazioni. Dalla presentazione in prima serata dei camion militari fermi e carichi di bare, ai bollettini dei decessi ripetuti ogni sera; dalle misure draconiane quanto disumane adottate negli ospedali (che purtroppo non serviranno a salvare le vite del personale medico sanitario) all’interruzione dei riti funebri; dall’irruzione nelle case private per contare il numero dei commensali al rigoroso divieto di uscita dalla propria abitazione, tutto è stato gestito e supportato facendo ricorso alla paura.
L’impossibile – lo spegnere metaforicamente la luce a ogni relazione umana diretta – si è rivelato possibile. L’obbligo della distanza fisica, opportunamente edulcorato con il termine, preso a prestito da una sociologia mai compresa, di “distanza sociale”, è stato applicato oltre ogni possibile paranoia. Si è pertanto penalizzato il bagnante solitario sulla spiaggia vuota di Rimini, multate le persone in bici, redarguite le coppie di coniugi sposati da una vita che camminavano per strada sottobraccio, fermata la coppia in automobile colpevole di viaggiare assieme al loro unico figlio minorenne.
E la paura ha premiato. Il realismo pratico delle nostre agenzie istituzionali si è rivelato efficace. La società si è rinchiusa in casa, tutto si è spento e l’Italia del 2020 ha dato un’immagine radicalmente diversa da quella del 1969 con i suoi 20.000 morti, che aveva attraversato i mesi della pandemia nella più scoperta indifferenza. Nulla prova in modo altrettanto chiaro come la paura, una volta alimentata consapevolmente dai media, abbia finito con lo svolgere per questa strada un ruolo decisivo.
L’imprevedibilità del comportamento altrui
Se la paura del contagio ha avuto così tanto seguito è quindi perché non solo era caduto da tempo il mito della capacità della scienza di prevedere e di riassicurare. Ma anche perché, da diversi decenni, ci si è oramai abituati a una collettività non essenziale, facilmente surrogabile nei contatti on line. L’Italia, terzo mercato mondiale nel possesso di cellulari dopo Hong Kong e la Corea del Sud,4 aveva già di fatto surrogato la collettività dei rapporti diretti con l’universo dei social, al punto tale da ritenere che tutto il mondo della relazione con l’altro fosse riassumibile nelle comunicazioni via smartphone.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi solo all’oggettivo timore verso un virus minaccioso e alla paura maestra di vita, volta a suggerire un atteggiamento di prudenza, per quanto radicale nelle sue conseguenze e ai limiti della sicurezza sanitaria questo potesse essere, visto che i vaccini erano ancora in corso di sperimentazione. Esiste una disgregazione della collettività che nasce dall’interno e sfocia in un’oggettiva esperienza di insicurezza sulla quale la paura trova ulteriori radici per affermarsi. Queste ultime risiedono nella possibile irragionevolezza degli altri.

L’uso di sostanze allucinogene gode di una domanda sempre più estesa. L’Istat denuncia la presenza di otto milioni di consumatori abituali di cannabis e, all’interno di questi, due milioni di consumatori abituali di eroina e cocaina. Che lo si voglia o no, l’assunzione di droga determina atteggiamenti incontrollabili e deliri di onnipotenza rispetto ai quali il nostro normale sistema di autodifesa si rivela spaventosamente inefficace. La percezione di insicurezza quando si è per strada, una volta messa in relazione diretta agli omicidi stradali provocati dall’assunzione di sostanze stupefacenti da parte degli automobilisti, non può che aumentare.
Accanto all’uso di droghe, l’uso dei cellulari come protesi comunicativa ha le sue responsabilità e produce almeno due conseguenze negative. In primo luogo, disabitua alla comunicazione ordinaria, all’incontro quotidiano con gli altri, sostituendo questi ultimi con la ben più facile comunicazione on line. Si arriva così a generazioni il cui desiderio di comunicazione e di relazione resta annichilito e rattrappito dentro il facile scenario del mondo virtuale. Ma in secondo luogo, l’universo smartphone crea spazi virtuali presso i quali qualsiasi esasperazione egotica trova il proprio terreno di coltura.
Se a questi fattori si aggiunge lo scenario sempre più vasto di quanti sono sganciati dal contesto esterno e vivono oramai in realtà marginali autoreferenziali, si può comprendere quanto alla paura non manchino le ragioni per affermarsi in modo sempre più esteso.
NOTE
1. É. Durkheim, La divisione del lavoro sociale, Prefazione alla seconda edizione, Edizioni di Comunità, Milano 1999 [ed. or. 1894], p. 33.
2. C. Péguy, L’argent, in “Cahiers de la Quinzaine”, XVI, 6, 16 febbraio 1913; trad. it. Il denaro, a cura di M. Antonellini e F. Marchi, Raffaelli Editore, Rimini 2010.
3. Per un’analisi dettagliata del fenomeno S. Abbruzzese, Società in cerca di respiro. L’Italia e le pandemie, Morcelliana, Brescia 2021.
4. ÉSi veda a tal proposito L. Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano 2020.
