“Storicamente, la paura si è intrecciata alle riforme sociali. Nel XIX secolo, ad esempio, molte delle riforme che consideriamo ‘umanitarie’ erano originate in realtà dalla paura – paura di disordini urbani, paura della diffusione delle malattie nelle città industriali, o paura delle rivoluzioni”. Questa pillola di pensiero la si ritrova nel dialogo avuto con Robert Peckham, che è stato accademico presso l’Università di Hong Kong in qualità di docente MB Lee di Scienze umanistiche e Medicina; dove è stato anche Presidente del dipartimento di storia e direttore oltre che fondatore del Centre for the Humanities and Medicine, un polo di ricerca interdisciplinare incentrato sulle dimensioni sociali, culturali e storiche della salute e della malattia. Ha accettato questa conversazione per riprendere alcune delle importanti questioni affrontate nel suo ultimo lavoro editoriale: Fear: An Alternative History of the World (Paura: una storia alternativa del mondo).
Professor Peckham, nel suo libro più recente, pubblicato nel 2023, racconta come la paura abbia plasmato le società dal XIV secolo fino ai giorni nostri, dall’Europa occidentale all’Asia e oltre. Può spiegare il suo interesse per la paura come tema centrale e cosa distingue il suo approccio rispetto agli studi precedenti?
La paura mi ha affascinato per la sua duplice natura. Ho voluto esplorare come essa operi su due livelli distinti. In primo luogo, c’è l’idea della paura come strumento di accentramento, spesso usato da governi e istituzioni per controllare o manipolare la gente. Lo si vede nel corso della storia, nei momenti in cui la paura è diventata uno strumento esplicito di governo. Ma c’è anche un altro aspetto, più diffuso: la paura si diffonde attraverso sistemi come il capitalismo, l’industrializzazione e persino la schiavitù. Diventa radicata nel tessuto della società e si perpetua attraverso varie strutture. Trovo questa dualità avvincente perché non si tratta solo della paura come forza dall’alto verso il basso, ma anche di come essa può permeare la vita quotidiana delle persone.
Il mio libro alterna queste due modalità, esplorando come la paura possa essere accentrata e come possa diffondersi. Questa distinzione è fondamentale rispetto ai lavori precedenti sull’argomento, nei quali la paura è spesso vista in una prospettiva negativa. Io ho voluto invece esaminarla come qualcosa di più complesso.
Lei parla addirittura di paura come di qualcosa di creativo. Come si concilia la paura con qualcosa di positivo?
È un punto molto interessante, perché quando si pensa alla paura, spesso la si associa a qualcosa di puramente negativo, una forza che limita la libertà e opprime. Nel libro, invece, osservo la paura nella sua complessità, in particolare esploro il modo in cui essa può fungere da catalizzatore per il cambiamento. La paura ha la capacità unica di sconvolgere lo status quo, di mettere in discussione le certezze che diamo per scontate e, in alcuni casi, riesce ad aprire nuove possibilità. Questo processo di rottura è spesso il preludio a un cambiamento significativo, sia a livello personale che collettivo.
A livello personale, quando sperimentiamo la paura – che si tratti di una minaccia per la salute o di un pericolo immediato – spesso raggiungiamo un nuovo livello di chiarezza. In quei momenti, le nostre priorità cambiano improvvisamente. Iniziamo a vedere ciò che conta davvero nella vita, spesso cose che prima davamo per scontate. Questa nuova consapevolezza può non durare a lungo, ma offre una sorta di illuminazione temporanea. Credo che l’arte, in molti modi, ci aiuti a ricordare questi momenti evocando quella chiarezza in modo indiretto, permettendoci di riconnetterci con quelle esperienze.
E come vede questo stesso processo su scala sociale? La paura può nello stesso modo chiarire le priorità per un’intera società?
Assolutamente sì. Possiamo ritrovare questa dinamica anche su scala collettiva e storica. Ad esempio, dopo la Seconda guerra mondiale, le società hanno subito uno shock pazzesco, che ha costretto a rivalutare ciò che era importante, spingendo a dare priorità alla salute pubblica e al benessere collettivo in modi impensabili fino a quel momento. Ciò che è interessante è che la paura può essere sia repressiva che liberatoria. Se da un lato la paura può sicuramente bloccarci, dall’altro può anche spingerci a ripensare il nostro mondo e a esplorare nuove opportunità.
Storicamente, la paura si è intrecciata alle riforme sociali. Nel XIX secolo, ad esempio, molte delle riforme che consideriamo “umanitarie” erano originate in realtà dalla paura – paura di disordini urbani, paura della diffusione delle malattie nelle città industriali, o paura delle rivoluzioni.
Queste paure hanno spinto i movimenti borghesi ad affrontare problemi come la povertà e la sanità pubblica, non solo per compassione, ma innanzitutto come misura protettiva.
E qui entra in gioco quella che chiamo paura benefica. La paura non ci inibisce soltanto, ma può anche proteggere ciò che conta per noi. Storicamente, pensatori come Tommaso d’Aquino hanno discusso di come amore, speranza e paura siano intrecciati. Quando amiamo profondamente qualcosa, temiamo di perderla e questa paura ci spinge a salvaguardare ciò che ci è caro. In questo senso, la paura ha un ruolo importante nel proteggere ciò che amiamo. Ecco perché sostengo che la paura può avere anche un risvolto positivo e protettivo, motivandoci ad agire per preservare ciò che conta di più.
Quindi, in questo senso più ampio, la paura non è solo uno strumento coercitivo. Può servire a porre un freno al nostro autocompiacimento, spingendoci ad agire quando altrimenti potremmo rimanere immobili. La paura è complessa: può chiudere alcune strade ma anche aprirle, spingendoci verso nuove direzioni e opportunità che prima non sembravano possibili.
Questa dinamica per cui la paura storicamente ha agito da catalizzatrice di cambiamento può continuare a essere valida anche oggi, soprattutto nel contesto delle paure politiche moderne e delle sfide che dobbiamo affrontare?
Viviamo in un’epoca in cui la paura è al centro del discorso politico, soprattutto in Paesi come gli Stati Uniti. La paura domina la conversazione, che si tratti della paura degli immigrati, del collasso economico o della catastrofe ambientale. È pervasiva e ciò che mi colpisce particolarmente è il modo in cui i politici usano la paura come strumento per manipolare o motivare il pubblico.
Siamo entrati in un periodo in cui la politica aspirazionale – la politica che aspira al valore – è stata sostituita da una retorica basata sulla paura. Il pericolo è che si crei un circolo vizioso. Una volta presentato uno scenario spaventoso, anche coloro che desiderano contrastarlo sono intrappolati nel discorso sulla paura. Per rispondere, qualsiasi controargomento finisce per dover prendere in considerazione quella paura, e dunque la discussione rimane all’interno di quel contesto di timore. Questo rende incredibilmente difficile andare oltre una politica basata sulla paura, anche quando dobbiamo concentrarci su obiettivi aspirazionali e orientati al futuro, come quando si affrontano le questioni sociali e ambientali, dove è necessaria un’azione urgente e piena di speranza.
Un altro tema chiave del suo libro è il rapporto tra paura e libertà. Può approfondire questo aspetto?
Questo rapporto tra paura e libertà è uno dei punti più complessi che affronto nel libro. Tradizionalmente, tendiamo a pensare alla paura e alla libertà come opposte: quando abbiamo paura, non siamo liberi. Invece a me interessava capire come paura e libertà interagiscano in modi più complicati. Kierkegaard offre un punto di partenza interessante per questa indagine. Egli parla della paura come prezzo della libertà. Quando ci troviamo di fronte alla libertà, alla possibilità di scegliere, la paura di fare la scelta sbagliata può essere paralizzante. Quindi la libertà genera paura, in un certo senso. E questo è oggi particolarmente significativo, perché mai come in questi tempi abbiamo avuto davanti così tante scelte, eppure questa libertà ci può sopraffare. Che si tratti di politica, di tecnologia o di decisioni personali, ci troviamo di fronte a innumerevoli decisioni da prendere in un senso o nell’altro, e con esse nasce un nuovo tipo di paura: quella di fare la scelta sbagliata, la paura dell’ignoto.
È qui che la paura può diventare paralizzante. Quando le persone sono sopraffatte dalle scelte che la libertà comporta, spesso desiderano che qualcuno intervenga e prenda quelle decisioni per loro. È così che le figure autoritarie conquistano il potere. Si presentano come coloro che possono alleviare il peso della scelta, offrendo certezza in un mondo di incertezze. Ma, naturalmente, questo ci riporta a un’altra forma di paura, una forma più antica e oppressiva, in cui la libertà viene limitata in cambio della sicurezza. Quindi, in realtà, paura e libertà sono profondamente intrecciate e la sfida sta nel destreggiarsi in questo loro rapporto.

Nel suo libro tocca anche il tema dell’Intelligenza Artificiale. Lei pensa che le paure che riguardano l’IA siano simili a quelle che le persone avevano durante la rivoluzione industriale?
Ci sono sicuramente delle somiglianze. Se guardiamo al XIX secolo, le persone erano profondamente preoccupate per l’alienazione dell’essere umano di fronte alla meccanizzazione. Si temeva che le macchine avrebbero sostituito il lavoro dell’uomo, che avrebbero preso il sopravvento. Scrittori come H.G. Wells avevano già immaginato scenari in cui le macchine acquisivano coscienza. In questo senso, i timori per l’intelligenza artificiale sono un’eco dei timori che si avevano durante la rivoluzione industriale.
Tuttavia, penso che le paure odierne riguardanti l’IA siano anche fondamentalmente diverse. Ora siamo connessi al mondo virtuale in un modo completamente nuovo. L’IA non è solo uno strumento; sta diventando un’estensione dei nostri processi cognitivi. L’integrazione dell’IA nelle nostre vite quotidiane è più intima, più personale. Stiamo già vedendo come l’IA sia in grado di plasmare il processo decisionale, persino la creatività, in modi che erano impensabili durante la Rivoluzione Industriale. Quindi, sebbene il linguaggio della paura che circonda l’IA siano un eco del passato, oggi le implicazioni sono di gran lunga più profonde.
Parlando di tecnologia si deve anche affrontare un altro grande problema: le disuguaglianze. Gran parte del mondo non è ancora connesso o non ha accesso ai vantaggi di tecnologie avanzate come l’IA. Parliamo di IA come di un fenomeno globale, ma vaste parti del mondo sono ancora oggi totalmente escluse da questa conversazione. Queste disparità creano diversi tipi di paura. In alcuni casi, si tratta della paura di rimanere indietro tecnologicamente; in altri, è la paura di perdere il controllo sui sistemi che modellano le nostre vite.
Lei ha sottolineato l’importanza di guardare alla paura attraverso una lente storica. Perché ritiene che questa prospettiva sia così importante per comprendere la paura oggi?
Quando ci occupiamo di paura, è fondamentale cercarne di capire la storia. La paura non appare all’improvviso, ma ha una storia, e questa storia influenza il modo in cui la sperimentiamo e rispondiamo ad essa oggi. Ad esempio, molte delle paure con cui abbiamo a che fare oggi – in politica, in economia o nella cultura – sono profondamente radicate in sistemi istituiti secoli fa. La paura era fondamentale per il governo degli imperi, soprattutto durante i periodi di colonizzazione, e questi retaggi si vedono ancora oggi. Capire come la paura è stata usata in questi contesti ci aiuta ad accorgerci di come continua a operare nel presente. Inoltre, ci permette di capire che la paura non è immutabile: è qualcosa che può essere modificato, che possiamo cambiare.
Senza una prospettiva storica, rischiamo di vedere la paura come una parte puramente biologica o strutturalmente intrinseca alla natura umana e questo sarebbe demotivante perché ci fa sentire vittime della paura. Ma se capiamo che la paura è stata prodotta e perpetuata all’interno di certi sistemi politici, sociali ed economici, allora possiamo iniziare a sfidarla e a reindirizzarla in modo diverso verso quella che io chiamo una “paura benefica”.
Uno dei temi principali che lei analizza nel suo libro è la commercializzazione della paura. Potrebbe spiegare come la paura può essere mercificata nella società odierna?
Questo è uno degli aspetti più inquietanti di come funziona oggi la paura; essa è diventata una merce. È qualcosa che ci viene “venduto” quotidianamente, nella politica, attraverso i media o i prodotti di consumo. Prendiamo l’industria medica, ad esempio; ci viene costantemente detto che dobbiamo temere l’invecchiamento, le malattie o il malessere. E queste paure vengono poi usate per venderci prodotti – farmaci, integratori, trattamenti – che promettono di alleviare tali paure.
Ma il problema è che questo non elimina la paura, anzi la amplifica. Più ci viene detto di temere qualcosa, più sentiamo il bisogno di accettare soluzioni che spesso sono più orientate al profitto che ad affrontare realmente le nostre preoccupazioni. È così che la paura diventa un ciclo che si autoalimenta. In politica accade più o meno la stessa cosa: i leader che promettono di liberare la società dalla paura spesso lo fanno introducendo nuove paure. Storicamente, personaggi come Stalin o Mao affermavano di voler liberare le loro nazioni dalla paura, ma lo facevano creando una nuova serie di paure, spesso più insidiose di quelle precedenti. La paura è sia lo strumento che il prodotto di questo ciclo.
Diceva che oggi la paura è più diffusa, ma questo significa che siamo più paurosi oggi rispetto al passato?
È una domanda complessa. Per certi versi, sembriamo più timorosi perché la paura è molto presente nel discorso pubblico; non si può aprire un giornale o accendere la televisione senza imbattersi in contenuti basati sulla paura. La paura domina le nostre conversazioni. Ma questo non significa necessariamente che siamo più paurosi rispetto al passato. Ciò che è diverso è il volume: oggi la paura fa più rumore.
Esprimiamo le nostre paure più apertamente, il che potrebbe essere un buon primo passo per gestirle, ma, tuttavia, possiamo ritrovarci talmente consumati dalle nostre paure, soprattutto nel mondo occidentale, da dimenticare le paure molto più reali e tangibili vissute dalle persone in altre parti del mondo. Per esempio, mentre noi in Europa o in Nord America possiamo parlare all’infinito di paura, ci sono luoghi come la Cina o la Russia dove la paura è un’esperienza quotidiana di oppressione realmente vissuta, e non se ne parla nello stesso modo. Quindi, dobbiamo essere consapevoli del fatto che, mentre noi affoghiamo in discorsi sulla paura, ci sono luoghi in cui la paura è molto più acuta, ma meno apertamente riconosciuta.
Lei conclude il suo libro con una nota di speranza, che sembra sorprendente per un’opera incentrata sulla paura. Come riesce a mantenere questo sguardo pieno di speranza?
Credo che la chiave stia nel comprendere la duplice natura della paura. La paura può essere repressiva, ma può anche aprire nuove possibilità. La storia ci mostra che la paura ha spesso dato il via a cambiamenti necessari, come nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, quando la paura e il trauma collettivo vissuto durante la guerra hanno portato alla creazione di istituzioni come il Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito. Quindi, per molti versi, la paura ha il potenziale per dare chiarezza e guidare il progresso.
Direi che parte di ciò che dobbiamo fare è riappropriarci della paura come forza benefica – qualcosa che ci motiva a proteggere ciò che stimiamo e ad agire in modo proattivo, piuttosto che rimanerne paralizzati. La paura, se gestita correttamente, può spingerci verso riforme necessarie, ispirare innovazione e costringerci a confrontarci con verità scomode che richiedono azione.
Da quello che lei dice, sembrerebbe che la storia giochi un ruolo fondamentale nel passaggio da una visione del mondo incentrata sulla paura a una più proattiva e responsabilizzante.
Assolutamente sì. La storia ci fornisce gli strumenti per contestualizzare la paura, per capirne le origini e per vedere come è stata affrontata in passato. Imparando dalla storia, possiamo iniziare a rimodellare il nostro rapporto con la paura.
Come società dobbiamo diventare più consapevoli della storia, in modo da essere meglio attrezzati per affrontare le sfide che ci si aspettano oggi e in futuro, piuttosto che metterci sulla difensiva e cadere nella trappola di dare risposte guidate dalla paura. Dobbiamo affrontare la paura non come qualcosa da sradicare, ma come una forza che può guidarci verso un futuro migliore.

