Quadrimestrale di cultura civile

Il nuovo carattere sociale eterodiretto
e la sfida della cultura sussidiaria

La domanda è dirimente: la vita personale e sociale degli individui come si svilupperà nell’arco temporale del terzo millennio? Di sicuro avrà caratteristiche diverse rispetto a quella novecentesca, così come sarà differente da quelle ancora più lontane nel tempo. I cambiamenti sono nelle cose. Tuttavia, oggi pare proprio essersi depauperata la centralità dell’io. Si assiste in una progressiva situazione di complessità a un “di meno” dell’umano, soggetto impaurito e quasi completamente asservito a un potere che lo dirige. Partecipe più o meno consapevole di un pericoloso fenomeno di eterodirezione. Riflessione, con appunti sussidiari, a partire dalla rilettura di un libro fondamentale del sociologo statunitense David Riesman dal titolo La folla solitaria

Come sarà la vita personale e sociale dell’uomo che affronta il terzo millennio? La sua esistenza non potrà essere uguale a quella del passato remoto e nemmeno a quella del secolo scorso. Ciò che dipende dalla tradizione e dalla religione, dai valori della famiglia, del clan, di una piccola o grande comunità ha per lungo tempo formato non solo il carattere individuale dell’uomo, ma anche quello che viene chiamato “carattere sociale”; così come in un periodo che grosso modo intercorre tra Umanesimo e Rinascimento, arrivando all’appuntamento con il Settecento (il periodo in cui si elaborò e in alcuni casi si realizzò la democrazia), avvenne una grande trasformazione sociale, dove l’uomo si impegnò a esaltare la sua autonomia e la sua individualità.

Dopo l’ultima Guerra mondiale e il profondo cambiamento nel mondo del lavoro, con un benessere migliore, una maggiore sicurezza politica e sociale, è cominciato a prevalere il fascino del consumismo, delle relazioni sociali ripetitive, di un certo conformismo di vita sviluppatosi di pari passo con il nascente neoliberismo.

Insomma, si è affermato e si sta ancora affermando un altro “carattere sociale” che, al posto di curare l’autonomia dell’uomo, sembra che lo voglia assoggettare a un potere che lo dirige, facendolo così diventare un eterodiretto.

È probabile che questo stia avvenendo non solo per il formarsi di grandi poteri economici, soprattutto, ma anche di nuovi poteri culturali, mediatici e parallelamente in seguito a sconvolgenti progressi tecnologici, fino a quella che viene chiamata “Intelligenza Artificiale”.

Infine, i grandi cambiamenti geopolitici accanto alle grandi innovazioni tecniche – le “rivoluzioni nel mondo” del lavoro, le “rivoluzioni politiche e sociali “, la tragedia del ritorno delle guerre che fanno ripensare probabilmente al concetto espresso da von Clausewitz: “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (anche se in molti non ci credono) – quanto hanno cambiato il carattere dell’uomo nei vari aspetti della sua vita?

Un pubblico anonimo

Nel 1950, poco tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il sociologo americano David Riesman scrisse un libro che suscitò grande interesse. Il titolo era inquietante La folla solitaria (The Lonely Crowd, New Haven 1950; ed. it. Il Mulino, Bologna 1956). Perché inquietante? Ti faceva pensare a una società occidentale, quella europea e americana in particolare, che appariva come un paradossale “grande omogeneizzato”, con plotoni di persone che pareva avessero anche lo stesso volto. Eppure, era una società che aveva raggiunto un benessere più ampio che in passato!

Lo studio di Riesman era ovviamente complesso e, se lo si legge oggi, appare anche datato rispetto ad altri studi più ampi e approfonditi usciti in seguito. Eppure, riletto con attenzione anche dopo sessant’anni, si nota che alcuni concetti di base non erano stati ben compresi e oggi appaiono invece illuminanti e di straordinaria attualità.

David Riesman aveva ben presente – anzi fu probabilmente uno dei primi a elencarli – i tre periodi che, a grandi linee, hanno caratterizzato l’evoluzione del “carattere sociale”. Ma ciò che in fondo questo studio e questa analisi stimolavano era una domanda: quale poteva essere il periodo migliore in cui l’uomo aveva la possibilità di pensare a un progetto e a un futuro positivo della società umana? E quali erano i pericoli?

Nei periodi tratteggiati dall’analisi di Riesman, l’uomo dimostrava sia aspetti positivi sia negativi e soprattutto sembrava, in maggioranza, saper affrontare la paura del cambiamento. Il senso della paura, l’angoscia per certi aspetti dei mutamenti tecnologici, dell’organizzazione del lavoro, magari della scomparsa del lavoro che facevi, sono elementi fondamentali di una vita, spesso più della stessa morte.

Fin dall’antichità ci si poneva questa domanda. Ad esempio, nel De rerum natura di Lucrezio, l’uomo appariva come una creatura solitaria che deve combattere per sopravvivere: era un’aggregazione di atomi che poi si disgregano e non può contare neppure sull’aiuto degli dei. L’uomo supera prove terribili e la paura fa parte del suo Dna culturale. In questa visione pessimistica e materialistica di Lucrezio, collegata alla filosofia di Epicuro, guardando la storia, la paura è tuttavia quella che spesso ti accompagna nella crescita. Anche nei momenti più difficili da superare e anche nelle scoperte che ti forniscono una più ampia conoscenza che rimette in discussione ciò che ti guidava nella tua vita di prima. Crescita e paura alla fine si sono sempre incrociate tra loro.

In fondo, solo 60 anni fa, lo si poteva chiedere ai primi viaggiatori nello spazio, fuori dalla terra, a coloro che misero i piedi sulla luna. Essi ricordavano quel “viaggio” con un orgoglio che nasceva da una paura controllata e superata. Gli uomini che Riesman vedeva e studiava, in base alla loro storia, sembravano tuttavia aver ridotto anche il senso della paura e la fine delle guerre e il progresso ottenuto parevano aver raggiunto un nuovo tipo di umanità. Mentre, appunto, avanzavano il progresso e una relativa sicurezza, si evidenziava questo nuovo “carattere sociale”. Gli uomini apparivano soprattutto come conformisti, consumatori di una società opulenta, schiavi della televisione e della pubblicità. In altre parole, un pubblico anonimo come evocava il titolo del libro.

Nacque così anche il paradossale concetto di “flagello dell’umanità”, che era rappresentato addirittura dall’individuo ben socializzato. Nel suo studio, Riesman aveva posto un presupposto fondamentale: in termini sociologici si tratta della funzionalità. Insomma, tutte le società, per sopravvivere adeguatamente, hanno bisogno di un certo grado di conformità degli individui. Questo risultato può essere raggiunto in modi molto differenti. Un “carattere sociale” largamente condiviso in modo eterodiretto non assicura una coesione e una conformità che può essere funzionale e rassicurante?

I perché dell’assenteismo politico e sociale

Concentriamoci sul periodo storico che stiamo vivendo. Ed ecco che ci appare una sorpresa: dovremmo essere migliorati e invece, come nessuno pensava, all’ombra del conformismo e del consumismo, pare che prenda piede un forte pessimismo sociale, nonostante tutte le conquiste che sono state raggiunte col progresso.

Guardiamo a fondo questa svolta epocale che si presenta agli uomini di oggi, alla possibilità che si affermi definitivamente il nuovo “carattere sociale” eterodiretto. Come si è detto, è circondato da sfiducia, individualismo non autonomo ma esasperato, diffidenza e assenteismo nelle istituzioni della democrazia fino a una progressiva e continua non partecipazione. Chiediamoci il perché.

Sotto gli occhi di tutti oggi esiste una disillusione diffusa verso la società in cui viviamo, che ti porta a un individualismo che conduce di nuovo alla paura.

Sta prevalendo, insomma, un “carattere sociale” prevalentemente eterodiretto e che, nella sfiducia generale, fa pensare neppure a una società di massa, ma a una società democraticamente postmoderna, che da secoli non corrisponde al desiderio dell’uomo e sembra riportarti indietro nell’orologio della storia, alle epoche che intellettuali come David Riesman hanno descritto come una “folla solitaria”. E non c’è dubbio che conformismo, consumismo, invadenza mediatica di ogni tipo stiano favorendo l’assenteismo politico e sociale.

In questo quadro sociale e politico, emerge però un fatto nuovo rispetto alle epoche passate. Il benessere che era stato raggiunto sta lentamente scemando ma, soprattutto, produce diseguaglianze insopportabili, vissute come profondamente ingiuste.

Avanza quindi l’etero-direzione, ma cresce di pari passo anche la disillusione. Cosa chiedono prevalentemente i disillusi dei nostri giorni nel mondo occidentale? Sanno che dovranno adattarsi allo “tsunami tecnologico” ancora in corso fino all’attuazione dell’IA; conoscono il ruolo perso dai parlamenti, dalle ideologie che ispiravano i partiti.

Vista la situazione senza ipocrisia, gli uomini della società eterodiretta, quella delle grandi disuguaglianze, della globalizzazione affrontata con una superficialità senza senso, sanno di aver perso tanti diritti conquistati, tante idee che davano un senso alla società in cui vivevano e alla speranza di un miglioramento continuo. E cominciano a pensare di aver perso la loro caratteristica principale: la capacità critica.

È vero quindi che si vive nella disillusione, ma è una disillusione mal sopportata contro la società che ti ha regalato conformismo, benessere e relativa tranquillità e che, appunto, come si diceva, ti ha tolto la tua personalità, il tuo “io”, la capacità critica che sta nel Dna umano, come la paura da combattere.

Einstein, senza crisi non ci sono sfide

È raro vedere nella storia, come si nota invece in questa epoca, un disinteresse e una condanna, al tempo stesso, del presente rispetto al passato prossimo dove c’erano grandi contraddizioni, meno benessere ma sostanzialmente si viveva meglio. Non si tratta di nostalgia, ma appunto di voglia di non restare una “folla solitaria”.

C’è una frase di Albert Einstein che è un segnale della disillusione che si trasforma in una risposta positiva di ribellione. Vale la pena di riprenderla. Diceva il grande scienziato: “La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni. Perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte scura. È nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza, il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia”.

Alla fine, emerge che di fronte anche al benessere che, in modo diseguale, il grande potere concentrato ti assicura o potrebbe assicurarti, gli uomini vogliono essere socialmente protagonisti, desiderano scoprire il loro “io”, vogliono conquistare un “carattere sociale” di sfida, e rifiutano qualsiasi “agonia” e qualsiasi specie di “folla solitaria”.

Di fronte alla supponenza del grande potere che vuole instaurarsi ancora di più al centro di una società, non si è alzata solo la voce di Einstein ma anche i veri difensori di una società democratica, con tutti i suoi valori ancora più profondi e più ampi; gli studiosi di economia e sociologia che guardano per prima cosa alla sfida dell’impresa e non alla speculazione della finanza; i riformisti e i liberal-socialisti che misurano con giusto criterio i passaggi epocali; il cattolicesimo sociale con la sua sensibilità di grande umanità solidale; coloro che vogliono difendere i tradizionali valori della democrazia e migliorarli di fronte ai grandi cambiamenti, senza svuotarli del loro significato storico, politico e sociale.

Sul pericolo e l’avversione alla “folla solitaria” si concentrò persino Friedrich Engels, che la vedeva da marxista come un’atomizzazione dell’umanità spinta all’estremo che la borghesia ricca voleva imporre soprattutto nelle grandi città dell’Ottocento.

Possiamo citare ancora studiosi come Raghuram Rajan con il suo The Third Pillar (Il terzo pilastro, 2019) nel quale spiega che lo Stato e i mercati hanno dimenticato la cosa più importante: la comunità.

Infine, ci si lasci citare, non per un interesse pubblicitario, la cultura sussidiaria a cui lavora e si ispira questa rivista: la sussidiarietà è la negazione più radicale della “folla solitaria”. È la nostra sfida, fatta dominando la paura. Non crediamo di sbagliare pensando che la salvezza dell’uomo del futuro stia in questa grande sfida epocale.

Gianluigi Da Rold è giornalista e scrittore italiano. È stato inviato speciale del “Corriere della Sera” e condirettore della rete regionale della Rai a Milano. Nel 1978, con Tobagi, promuove la fondazione di Stampa Democratica, nuova corrente sindacale del giornalismo italiano.