Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. Conoscere e riconoscere la paura

Il caos del mondo beneficia della presenza assai invasiva della paura. Generata dalla crisi della coscienza dell’io. L’individualismo imperante ha prodotto il recidersi delle reti sociali. Il modello di globalizzazione che abbiamo conosciuto è stato luogo delle sconnessioni, del trionfo dell’individualismo, della messa in castigo delle relazioni. Il mondo polarizzato è il prodotto della dittatura della paura. Una tempesta perfetta. O quasi. Da dove ripartire per rendere la paura un fattore naturale? E quanto questa ripartenza ha a che fare con una domanda di vita, con un’idealità che alzi l’asticella sul terreno della ricerca di una soddisfazione piena e attraente? Mettersi in gioco dando una chance all’io in quanto soggetto che chiama alla relazione con l’altro è un passaggio culturale elementare e perciò sovversivo. L’io relazionale è radice che continuamente innerva i reticoli di comunità. L’io relazionale non ha paura di aver paura

C’è una dose massiccia di paura nel mondo. In questo mondo caotico, frammentato da mille incongruenze. Ma di cosa si ha paura? Di una situazione che ci è sfuggita di mano. Anticipo terribile di un possibile deragliamento catastrofico sempre più possibile. Il punto è che a esserci sfuggita di mano è proprio la paura. Siamo arrivati a subirla. Ci determina. E questo fa il gioco di chi è abile a utilizzarla per scopi ben poco nobili: la paura genera violenza. La paura del mondo è nella nostra paura fuori controllo. Così è una sconfitta dell’umano. E del suo desiderio di conoscenza. La non conoscenza è il terreno fertile su cui prospera la paura.

La paura in noi – quale condizione emotiva primaria – inizia quando iniziamo noi. Già quando mettiamo le radici. E nel metterle a terra la paura non sparisce. Né alla nostra alba e neppure in seguito. Ci accompagna. Combatterla, farla fuori, tentare di scacciarla dalla nostra vita quasi fosse un corpo estraneo è un tentativo inutile, vano, improduttivo, insoddisfacente. Per la semplice ragione che non è un corpo estraneo. Siamo fatti così, anche con la paura. Questa è una realtà. Tuttavia, quando la paura ci manda fuori giri vuol dire che abbiamo un problema grande.

Quando comanda la paura

Dunque, partiamo dal dato di realtà che abbiamo tutti paura. Gli esseri umani la conoscono così bene che nei secoli dei secoli si sono messi insieme. In comunità, in società, impegnandosi non tanto per vincerla (francamente impossibile) piuttosto per con-viverci. Non intralcio, non blocco, non spada di Damocle.

Se poi, come vediamo, le cose sono precipitate, significa che è venuta meno la fiducia del mettersi insieme per un ben-essere inteso nel significato più largo possibile. A entrare in crisi consolidata è la natura del comportamento umano per cui oggi si guarda all’altro come a quell’individuo che agisce per crearmi e creare problemi. Ho paura a fidarmi di lui. Nessun credito per lui.

Nessuna chance. La diversità è tutto un potenziale pericolo. Insomma: comanda la paura. Detta la linea. Diventa una grande montagna che ci opprime il petto. Estremizzando ma non troppo, la paura del mondo è la mia paura che si è presa il centro della scena, che esercita una sorta di dominio sempre e comunque sopra le righe. E la mia paura che comanda si alimenta della mia scelta a essere solo. La mia solitudine è uno strappo, un processo fallimentare perché viene eretta a sistema l’inutilità della relazione. In tal senso la paura è un fenomeno asociale. Con quel che ne consegue. E visto che l’individuo è per sua natura un animale sociale, i conti non tornano. Un rapporto perlomeno zoppicante con la paura fa compiere gesti alla prova dei fatti irragionevoli. Se il mondo, cioè gli altri, sono nient’altro che fonte di preoccupazione, di timore, di aggressione, allora mi vedo costretto a difendermi, a cercare, o a costruirmi, un rifugio sicuro. Un ambiente sicuro per me.

“La tana” di Kafka

Nel 1923 Franz Kafka scrive il racconto La tana, uno dei suoi ultimi lavori. Protagonista è un animale, con tutta probabilità un roditore. Consumato dalla paura di essere aggredito, si dedica con tutte le sue forze, e anche di più, alla costruzione di un rifugio che sia per davvero inattaccabile, inaccessibile al nemico. Eppure, quanto più si impegna in quel lavoro, tanto più monta in lui l’ansia; i dubbi lo incalzano, le obiezioni si moltiplicano in merito alla tenuta delle pareti, alla solidità degli sbarramenti, alle possibili modalità di ingresso nella tana del nemico. Alla fine, si arrende. Esasperato da dubbi e obiezioni, abbandona il rifugio. Esce all’aria aperta, preferendo un nemico visibile a uno invisibile. Una preferenza che magari potrebbe insinuargli dubbi di altro tipo. Ma su questo Kafka non scrive. Perché, in verità, il racconto risulta essere incompiuto. Quel che si può dire riflettendoci dopo la lettura è se l’autore, in fondo, ritenesse poco o per nulla soddisfacente il tentativo di nascondersi alla realtà, rifuggendo da essa nel perseguire l’illusione di edificare un rifugio sicuro a prova di aggressione dell’altro. Tutto sommato è preferibile uscire all’aria aperta. Poi si vedrà. La paura che aveva spinto il roditore a rintanarsi non ha rappresentato l’atto conclusivo. La paura non lo ha comandato fino a impedirgli una mossa a quel punto imprevedibile.

Ha disobbedito ai diktat della paura. Una risalita in superficie per misurarsi con la realtà all’aria aperta. Meno rifugio, meno tana, meno gabbia.

Tutti gli sforzi del roditore di frapporre fra sé e l’altro un rifugio inaccessibile si sono rivelati vani. Invece, accettare di voler conoscere l’altro senza dissolversi in esso, ma cercando un confronto critico e perciò avviando una relazione, si afferma quale metodo virtuoso che genera legami, edifica comunità, favorisce la convivenza. La buona vita. Il genio di Kafka butta lì un monito: la paura così debordante può renderci prigionieri, costruttori viziosi della nostra tana; ma al contrario – perché allarmati da quell’agire nello “sprofondo” – può materializzarsi un principio di ripensamento, un’azione rischiosa che si può giocare nella storia ordinaria accettando la presenza della paura come un’emozione primordiale, che attiene alla trama della vita umana. Che non ci rode dentro… Può diventare tossica, ma non è detto che succeda. Dipende. (F. Kafka, La tana, in Id., Tutti i racconti, vol. II, Mondadori, Milano 1984, pp. 224-255).

Oggi, metaforicamente parlando ma non troppo, la realtà sembra popolata di un’infinità di tane. Un mondo di soli. Di soli impauriti all’ennesima potenza. Siamo in un mondo dove si pensa male. Si può vivere, anzi sopravvivere, nella convinzione che tutto ciò che ci circonda è minaccia imminente? Un attacco concentrico alla nostra visione di benessere? Pensare male è proprio un tranello a questo livello. Pensare male è il trionfo della manipolazione. Della paurosa manipolazione. Pensare male è l’architrave dell’errore laddove è divenuta latitante l’idea del proprio bene, di quello degli altri e del bene della società. La paura che mostra i muscoli, che fa dell’individuo un suo suddito, è la regina dell’architrave dell’errore. È la benzina che mette in moto il pensare male. Il pensare “rintanato”.

La fiducia di Mandela e l’invocazione di Giovanni Paolo II

La paura, così vissuta, agisce per escluderci da noi stessi e quindi escluderci agli altri. Un arretramento dell’umano che fa paura. Questo sì. E allora? “Mandela separava sempre l’agente dall’azione, dimostrando di credere nelle possibilità positive insite in ciascuno. E il potere del suo contegno generoso e pieno di speranza era tale che, in realtà, il più delle volte suscitava un analogo comportamento. Mentre al suo funerale la processione attraversava le strade, un ufficiale di polizia bianco, con le lacrime che gli solcavano le guance, ricordò quando Mandela fu condotto per le vie in occasione dell’inaugurazione della sua presidenza nel 1994. La sua auto passò davanti a un gruppo di giovani reclute, fra cui il narratore, il quale si aspettava solo odio e disprezzo. Mandela scese dalla macchina e strinse la mano a tutti i giovani, sorridendo nel suo modo accattivante e dicendo: ‘La nostra fiducia è in voi’”. (Dal reportage della Cnn sul funerale di Mandela in Martha C. Nussbaum, La monarchia della paura, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 188-189). Fiducia versus paura. Non come antidoto, ma come metodo relazionale per conviverci.

Se ci riflettiamo, è sulla medesima frequenza d’onda la celeberrima esclamazione di Giovanni Paolo II pronunciata il 22 ottobre 1978 nel primo tragitto del suo itinerario papale: “Non abbiate paura”. In pratica: non ci si salva da soli ma insieme. La paura non è tolta dalla vita di ciascuno ma è compresa in quella promessa salvifica dove è linfa vitale l’esperienza della speranza alimentata dalla relazione fra l’uomo e il Dio che si è fatto uomo. Quindi Uomo con gli uomini: compagnia fiduciosa. Quando la paura ha la meglio su quel patto fiduciario l’uomo rischia di annegare. La tempesta lo sorprende nella sua vulnerabilità, la barca della vita può ribaltarsi se la paura prende il timone. Invece, non succede così. Gesù è lì. Presente, timoniere per eccellenza. Timoniere che alleggerisce la paura dei suoi fedelissimi. La barca non si ribalta pur con il mare in tempesta e i venti che soffiano all’impazzata (Mt 8, 23-27).

Roosevelt: “L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”

Certo, viviamo in un mondo in tempesta. La barca è quella che è. La paura fa il suo mestiere se la lasciamo libera di darci ordini, di guidarci penetrando in tutta tranquillità i nostri io “soli”. Le cose della vita non mentono. Ne era cosciente il presidente Franklin D. Roosevelt quando assunse l’incarico di guidare gli Stati Uniti negli anni della Grande Depressione. Lui, in quei momenti di assoluta drammaticità, pronunciò queste parole: “L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Eccolo il timoniere sulla barca USA sballottata dalla tempesta. Gli americani che stanno soffrendo di umanissime paure: della povertà, della disoccupazione, di non poter mantenere la propria famiglia, di aver dovuto abbandonare la propria casa e le proprie terre in cerca di qualche spiraglio che attenui il sentimento di disperazione. Il presidente Roosevelt ha di sicuro paura, tuttavia lancia la sfida della relazione con i cittadini impauriti di quella America in ginocchio. Un patto per ritrovare il passo cambiando indirizzo, però. In sostanza: abbiamo paura ma non possiamo darla vinta alla paura. Io e voi, da soli non possiamo farcela. Io e voi, insieme, possiamo. Cavalchiamo la speranza, domiamo la paura. È l’umano che si fa cultura. È l’ideale che si fa vita.

Andava tutto bene…

Chi ha raccontato in modo magistrale gli anni della Grande Depressione è John Steinbeck. Il romanzo Furore (Bompiani, Milano 2013) è lo sguardo partecipe su un popolo che annaspa attraverso una direttrice impervia. Più che affaticato. Sfinito come un pulcino bagnato. Eppure, la rassegnazione non demolisce quelle vite; la paura non deturpa quei volti che fulminano il presente. Non affligge oltremisura quell’incrocio di sentimenti, la ragionevole rabbia di quelle persone dissanguate. In loro c’è sì la paura che però non le fa sprofondare nella buca, nella tana che non libera alcuno. “Le donne guardavano gli uomini, li guardavano per capire se stavolta sarebbero crollati. Le donne guardavano e non dicevano niente. E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c’era stato; e non ci sarebbe mai stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore. Piccoli germogli d’erba cominciarono a sbucare dalla terra, e in pochi giorni le colline furono verdi di nuova vita”.

Piccoli fattori di comunità crescono.