Un libro che dovrebbe essere adottato da tutte le scuole e dai corsi universitari, quello che lo psicoanalista Luigi Zoja (il più conosciuto professionista italiano del settore al mondo, ha insegnato presso il C.G. Jung Institut di Zurigo, è stato presidente dell’International Association for Analytical Psycology, è autore di numerosi libri) ha pubblicato nel 2011, recentemente ristampato in edizione aggiornata: Paranoia. La follia che fa la storia, per Bollati-Boringhieri. Uno studio voluminoso (quasi 400 pagine), approfondito, ricco di documentazione che dà un nuovo contenuto alla storia dell’umanità, rivelandone aspetti inediti e spiegandoci, ad esempio, come i tedeschi, nel giro di pochi anni, si siano potuti trasformare da cittadini borghesi cresciuti nei valori tradizionali dell’Occidente come cultura e religione, in spietati criminali di guerra, massacratori di donne e bambini. O anche le tante menzogne diffuse dagli Stati Uniti d’America, ad esempio a proposito delle bombe atomiche sganciate sul Giappone, assolutamente non necessarie per porre fine al conflitto, ma usate solo per testarne le capacità distruttive e spaventare la Russia di Stalin.
Dall’olocausto dei nativi americani alla Grande Guerra, ai pogrom, dai totalitarismi del Novecento alle recenti guerre preventive delle democrazie mature, l’autore ci svela cosa ha portato ai più grandi genocidi della storia: “Mentre i trattati di psichiatria dicono che i disturbi mentali collettivi appartengono a secoli lontani e non alla modernità, in realtà invece la nostra è un’epoca in cui è particolarmente agevole una versione persecutoria di quella che Jung ha chiamato ‘infezione psichica collettiva’. È infatti facilitata dai mezzi di comunicazione e dalla semplicità con cui, a differenza di altri disturbi mentali, il messaggio paranoico può esser diffuso dai leader, come contagio mentale dall’alto in basso”. La “follia che fa la storia” ha alla base uno stile di pensiero privo di dimensione morale, è la cancellazione dell’io e della presa in carico delle responsabilità del singolo rovesciando le colpe di ogni evento sugli altri, con una forte contagiosità sociale. Come diceva Sartre: “L’inferno sono gli altri”.
Da tempo Lei si occupa di paranoia collettiva e di quale impatto essa ha sulla società e sulle masse. Significativo è il sottotitolo del suo libro, “la follia che fa la storia”. Quale è stata la scintilla che l’ha spinta a scrivere questo libro? Perché ritiene necessario questo tipo di lettura degli eventi?
Vivevo a New York e dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 ho visto la paranoia diffondersi anche tra i miei colleghi, persone che in teoria avrebbero divuto essere più distaccate. Nessuno andava più a Manhattan se non era strettamente necessario perché si erano diffuse molte voci, cosa di cui mi sono occupato per cominciare il mio libro (“Sia l’individuo psichiatricamente malato sia la massa politicamente malata si lasciano guidare da ‘voci’ che raccontano eventi i quali finiscono col costituire la loro rivelazione”) che dicevano che, ad esempio, il Lincoln Tunnel era minato, sarebbe saltato in aria. Questa è la diffusione della paranoia.
Il tema di questo numero della rivista è la paura, che avvertiamo essere sempre più incidente nella realtà. Nelle vicende quotidiane di ciascuno di noi come nelle questioni “macro”. Insomma, la si vive ciascuno a suo modo; ci si convive, come dovrebbe essere naturale oppure la si subisce con tutte le conseguenze del caso? Lei dice che “si parla di terrore quando la paura diventa una emozione che sconvolge e non si limita al momento della minaccia”. C’è un nesso tra paranoia e paura?
C’è una parziale sovrapposizione tra l’idea di paura e quella di paranoia. La paura è un concetto più largo, la paranoia è un caso specifico e focalizzato di paura. La paranoia in qualche modo è ineludibile, si ha paura di qualche tipo di nemico e si soggiace a dei processi mentali che fanno sì che questo nemico sia sempre presente, come ad esempio nel caso degli immigrati, un fenomeno che ha una tendenza di lungo periodo dovuta a squilibri mondiali economici ma anche climatici di cui non vediamo la fine. L’immigrazione continuerà e la paranoia da immigrazione continuerà.
In sostanza, cos’è la paranoia che lei definisce “la follia che fa la storia”?
L’origine della paranoia può essere un ragionamento fondato, qualcosa di non irrazionale. Ci troviamo di fronte alla paranoia dal punto di vista patologico quando quel meccanismo mentale che ci porta a temere una data cosa finisce con nascondere o cancellare o avere la precedenza su tutti i processi mentali. Stiamo parlando di una psicopatologia a livello collettivo. Chiunque non solo lo psichiatra o lo studioso ma anche il cittadino medio, approfondendo l’argomento, può capire qualcosa di più dei nostri sentimenti persecutori, perché a volte esageriamo, perché è un fenomeno che si diffonde, perché diventa una proiezione dell’errore all’esterno, perché si perde la capacità critica, al punto in cui automaticamente viene suscitata la reazione di vedere dei nemici ovunque.
Anche un personaggio come Hitler, che lei analizza a fondo come caso di esempio di paranoia alle estreme conseguenze, partiva da rivendicazioni anche giuste pensando a come la Germania era stata ridotta in povertà e umiliata con il Patto di Versailles. Poi però è arrivato a commettere crimini indicibili influenzando tutto il suo popolo a seguirlo.
Alla base c’era l’argomento che gli ebrei in Germania erano l’1% della popolazione, però poi, se si andavano a vedere le banche, i proprietari ebrei erano più dell’1% o magari lo erano i titolari di cattedre universitarie. Questo era vero statisticamente ma derivava da una sorta di radicalismo socialdarwiniano che sosteneva che la società maturava con la selezione dei migliori. Questo darwinismo veniva però contraddetto perché se la legge di natura non solo negli animali ma anche nelle popolazioni evolute prevedeva che emergessero i migliori, gli ebrei in media studiavano di più e per questo arrivavano alle cattedre universitarie. Bisognava solo far loro i complimenti. C’è una metastasi dell’argomento, che rimane sottesa.
Sia Hitler che Stalin avevano bisogno di creare sempre nemici esterni, perché il paranoico, lei dice, rifiuta di guardare dentro di sé e assumersi responsabilità, le cerca negli altri. Lei indica una data precisa come tappa fondante nella storia della paranoia europea, il 14 febbraio 1349, giorno della strage di Strasburgo. Ci può dire cosa successe e perché fu una svolta?
La strage di Strasburgo è all’interno del capitolo del mio libro che spiega cosa è l’antisemitismo, attualissimo anche oggi in un periodo in cui ci si interroga su che cosa sia Israele. È un fenomeno storico importante nell’Occidente, che chiamiamo appunto antisemitismo, anche se oggi i principali protagonisti di questo fenomeno sono gli arabi che sono a loro volta popolazioni semitiche. Come fenomeno culturale, o come soluzione di default delle maggioranze o anche della Chiesa quando aveva un potere politico, l’antisemitismo veniva usato come fattore di semplificazione. Se uno va a vedere tutte le tappe dell’antisemitismo, la strage di Strasburgo in cui vennero uccisi più di duemila ebrei è il momento in cui cominciano anche le razionalizzazioni.

Cioè?
Non c’erano più solo i ghetti dove gli ebrei erano autorizzati a vivere e utilizzati per farsi imprestare i soldi perché i cristiani non potevano farlo. Nasce il cosiddetto capro espiatorio. È un momento di passaggio storico perché si comincia ad accusare gli ebrei non più di essere dei diversi, ma anche di avere sparso la peste intenzionalmente, come farà anche il Manzoni utilizzando un altro caso storico di paranoia collettiva. Si instaura una pseudo razionalizzazione della paura, dell’inimicizia, del linciaggio, questo meccanismo di difesa paranoica si prepara alla modernità in cui abbiamo incamerato diverse tipologie. Tornando all’esempio degli immigrati che facevamo prima, definiti da molti come “quelli che vengono a portarci via il lavoro e le case e a compiere crimini”, se non ci fossero loro la pulizia delle strade non la farebbe nessuno, fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. La razionalità dovrebbe contestare la paranoia, invece la paranoia è troppo arcaica e nelle classi con meno istruzione ha delle fiammate e riparte con semplificazioni storiche e culturali che creano falsi storici e anche violenza.
Lei accusa i mezzi di comunicazione di diffondere la paranoia nelle masse. In che modo lo fanno?
I mezzi di comunicazione hanno la loro responsabilità, in Italia ne hanno più che altrove perché da noi la qualità dei mezzi di informazione ha cominciato a peggiorare prima che nel resto del mondo. Una grande colpa l’ha avuta dapprima la cosiddetta televisione commerciale a cui la televisione di Stato si è allineata per cercare anche lei di avere grande audience. Poi la comunicazione cartacea si è adeguata a questi modelli andando sempre più sullo scandalistico. I giornali di massa hanno adottato uno stile di comunicazione dove la notizia viene sempre più compressa, pensata in modo breve e superficiale per le masse.
Indica anche nel fenomeno dei social un uguale tipo di messaggio, è così?
Quando Internet è diventato di uso comune abbiamo assistito al cosiddetto “paradosso di Internet”. Inizialmente, nei primi anni Novanta, sembrava che fosse di grande aiuto, ad esempio potevamo consultare i cataloghi delle biblioteche di tutto il mondo senza prendere l’aereo, si velocizzava il processo di conoscenza. Già nella seconda metà degli anni Novanta la qualità di Internet smette di accrescere la nostra competenza e accresce la nostra confusione. I social, infine, come i giornali di massa, comprimono sempre più le notizie, le rendono sempre più paranoiche, diffondendo contenuti spesso mistificatori.
A proposito di social, ne siamo diventati dipendenti, soprattutto le generazioni più giovani. Lei usa le efficaci espressioni di “tossicodipendenti dell’immediato, astinenza dalle notizie immediate”. A quale bisogno profondo dell’uomo corrisponde questo comportamento?
Siamo diventati sempre meno autonomi. Statisticamente si esce di casa molto più tardi rispetto a una volta, ci sono genitori che hanno ancora figli quarantenni in casa. I social e Internet influiscono poi anche sull’attività sessuale. Siamo passati dall’interiorizzazione della libertà sessuale agli eccessi di ogni tipo di sessualità, compresa quella fluida e altre esagerazioni. Negli ultimi due decenni del Duemila l’attività sessuale è crollata, l’ho scritto nel mio ultimo libro (Il declino del desiderio, Einaudi, Torino 2022). Il bassissimo livello di natalità è dovuto alla più semplice delle ragioni.
Quale?
Che la gente vive male e di notte dorme invece di praticare attività sessuale. L’uso sconsiderato dei social e dei siti porno ha portato a non conoscere più il corpo dell’altro. I bambini della seconda elementare sono già dipendenti dai porno e quando poi crescono e passano alla realtà non sanno più che fare.
Tornando al tema principale di questa intervista, nel suo libro si legge che “la nascita delle istituzioni democratiche è paradossalmente anche la nascita di istituzioni paranoiche”. Può spiegarci questo passaggio?
Quando c’era l’autorità assoluta non costituzionale si faceva quello che diceva l’autorità. Con la democrazia si deve essere eletti e quindi comincia quello che oggi, semplificando, chiamiamo il populismo. Alla gran parte delle persone si vende una semplificazione della politica: la Democrazia Cristiana ha paura dei comunisti, i comunisti hanno paura del capitalismo, che invece ha portato l’unico vero boom economico.
Oggi si assiste a un fenomeno che molti chiamano “morte della democrazia”: la gente non va più a votare, è crollata ogni fiducia nelle istituzioni. Verso che tipo di società stiamo andando?
Non stiamo andando in una buona direzione. Tutti diffidano della politica, è un fenomeno paranoico, che nasce in America con le teorie delle cospirazioni. Siccome le tendenze culturali europee riproducono quelle americane e quelle italiane quelle europee, di fatto anche da noi si assiste a un peggioramento della situazione. Siamo passati dal timore delle cospirazioni al timore paranoico della politica. Quello che ci minaccia sono sempre complotti segreti. Ho sentito personalmente alcuni intellettuali americani condizionati da una tradizione di diffidenze verso i servizi segreti dire che l’invasione dell’Ucraina sia un complotto della CIA. Se si legge invece qualunque ricerca sulla storiografia russa tutto quello che sta succedendo oggi c’era già ai tempi dello zarismo e poi nello stalinismo.
A inizio libro lei esamina la tragedia greca e alcune figure simbolo come precursori della paranoia. Nell’episodio del suicidio di Aiace, lei si chiede cosa sarebbe successo se Aiace, invece di sfidare gli dei, avesse provato ad abbracciare gli uomini e si risponde che, forse, nessuno aveva mai abbracciato lui, neppure simbolicamente. Quanto di questa riflessione su tale dinamica è centrale oggi?
Purtroppo, con i social la solitudine aumenta. Le statistiche ci dicono che in America sono crollate le gravidanze involontarie nelle classi basse ma questo succede perché i giovani comunicano con lo smartphone, in sostanza non ci abbracciamo più. L’identità maschile poi è variata anche troppo, è venuto a cadere l’equilibrio giusto dell’affettività. Il nostro secolo è traumatizzante più per i maschi che per le femmine. Il femminismo ha portato all’equiparazione dei diritti ma non quelli veri perché i femminicidi e la volgarità nei confronti delle donne sono aumentati. La gestione dell’affettività maschile è diventa più complessa, tutto si sovrappone, le app per incontri portano a meno incontri reali e a meno relazioni. È diventato tutto troppo astratto.

