Si parla sempre più spesso delle paure nei ragazzi e nei giovani, soprattutto dopo la recente pandemia, cui sono seguite guerre, stragi e violenze che spaventano chi cerca nel futuro motivi di speranza. Senza contare i drammi personali o familiari.
Ovviamente l’area di interesse è molto vasta: si può partire dai ragazzini appena usciti dall’infanzia – i preadolescenti di oggi hanno ansie sconosciute ai loro “predecessori” – e arrivare a chi si appresta a entrare nell’età adulta e lavorativa. Ma quali sono le loro paure? Senso di inadeguatezza, rapporti con i genitori e con gli adulti, difficoltà ad avere amici; e poi, crescendo, i problemi dell’ambiente, il futuro del nostro pianeta, la difficoltà di trovare lavoro, ma prima ancora la ricerca di un “posto” nel mondo. E c’è chi va in crisi sulle grandi domande dell’esistenza, del senso della vita, dell’esistenza di Dio. Mentre scarseggiano gli adulti all’altezza di tali dubbi.
Il cinema affronta da sempre i temi del loro disagio: almeno da Gioventù bruciata del 1955 (titolo originale, Rebel without a Cause: e in quel “senza un motivo” c’era un’incomprensione delle loro inquietudini). Negli ultimi anni si sono prodotti tanti film sul lockdown e sulla pandemia, ma sono pochi i film sui traumi generati nei giovani: al massimo si è cercato di sfruttare il momento, ma nessuno ha ancora saputo leggere le problematiche e i drammi di quel periodo e le sue conseguenze.
Qui, in questa veloce carrellata, ripercorriamo alcuni film e serie tv, recenti e non, che hanno affrontato paure e ansie di ragazzi e giovani. Ovviamente, se ne potrebbero citare molti altri.
Emozioni e libertà
È uscito il sequel di un film di animazione (Inside Out) che anni fa fece clamore, per come riusciva a unire divertimento per bambini e riflessioni anche complesse per adulti. Anche Inside Out 2 non è da meno e risulta prezioso come focus sulle ansie dei giovani. La protagonista Riley è cresciuta: ha compiuto 13 anni, è una vera adolescente in procinto di entrare al liceo. Crescendo, aumentano le sue emozioni. La pubertà scatena un terremoto nella sua testa: divertente la scena dell’entrata in campo di una squadra di demolizioni che distrugge tutto ciò che c’era prima per creare una “nuova lei”; e così la vecchia “console” di gestione delle emozioni lascia il posto a una più grande: a Gioia, Rabbia, Paura, Disgusto e Tristezza si aggiungono Ansia, Imbarazzo, Invidia e Noia. E saranno proprio queste quattro, guidate dalla prima, a prendere il controllo della situazione fino a esiliare le cinque precedenti. Che ovviamente non ci stanno, in particolare Gioia.
Se il primo film spiazzava per l’inventiva degli autori e per la sensibilità di mostrare le dinamiche infantili e genitoriali con la trovata delle emozioni personificate, in questo secondo episodio non si parla più solo di gioia o tristezza, ma di chi si è veramente. Il punto è infatti la costruzione del “senso di sé”, rinnovata con l’inizio dell’adolescenza. Stavolta i genitori sono sullo sfondo, ci si concentra sulle amicizie, ma le scene più profonde e vere riguardano ancora mamma e papà; e il sospetto che siano solo le emozioni a determinare le scelte umane è spazzata via dalla considerazione, che farà proprio Gioia, che loro non potranno far altro che assecondare le libere decisioni di Riley.
Una pericolosa… Euphoria
È una serie tv uscita nel 2019 su Sky, con un seguito nel 2022. Molto amata, ma anche molto angosciante per i nostri gusti, la serie fa della confusa ricerca di identità – anche sessuale – la sua cifra. L’adolescente Rue esce da un centro di riabilitazione e torna a casa, in un paesino della California. Disintossicata ma non guarita, la ragazza – interpretata da Zendaya, nuova star lanciata proprio da questo ruolo – crede che solo le droghe possano combattere le sue ansie e le sue crisi di panico. Con lei vediamo altri coetanei in preda a desideri, angosce, tentazioni, eccessi, in un vortice che mescola domande profonde e risposte limitate e travianti (oltre alla droga, il sesso in diverse varianti e perversioni, l’alcol, la violenza). Lo sguardo degli autori della serie, di grande qualità tecnica, è fin troppo compiaciuto. Euphoria è diventata un cult per ragazzi e ragazze – anche se la serie è vietata ai minori, il divieto è stato una foglia di fico – che escono dall’infanzia e cercano il proprio posto nel mondo, un mondo che li blandisce ma se ne vuole impadronire. Prodotti del genere, come pure l’analogo (e peggiore) Tredici (Thirteen Reasons Why, 2017) proposto anni prima da Netflix, cavalcano le angosce giovanili per fare scalpore e audience.
Disconnect
Ben diverso questo film del 2012, in cui si vedono alcuni personaggi che vivono una serie di drammi e difficoltà. Non solo giovanissimi, anzi. Ma proprio la relazione tra ragazzi e adulti – non solo genitori – è messa al centro delle problematiche dei numerosi protagonisti.
Una coppia di coniugi vive in modo differente la morte del figlioletto: le distanze tra loro si acuiscono, tanto che lei cerca aiuto in un’amicizia in rete (e chatta allo sconosciuto “è bello avere qualcuno con cui parlare”…). Un ragazzino introverso e isolato dai compagni di classe viene ingannato da due coetanei che creano il falso profilo di una ragazza con cui lui intreccia un abbozzo di amicizia virtuale, senza sapere che non esiste. Un investigatore privato sa capire i due coniugi in crisi derubati da un cyber truffatore di soldi e segreti, ma non capisce la situazione di suo figlio. Un giovane adesca donne mature via web: per lui è solo un gioco, ma non si rende conto di chi lo sfrutta… Vite di adulti e di ragazzi, nel mondo di oggi (anche se è di una dozzina di anni fa). Disconnect è un film contemporaneo come pochi: tutti chattano, consultano i cellulari, si annullano in comunicazioni virtuali (anche toccanti, perché si desidera sempre essere amati o capiti, anche online), ma sono sempre sconnessi da se stessi e non sanno guardare in faccia chi hanno di fronte.
Un tema delicato e fondamentale è il disvalore che i giovanissimi assegnano alla propria vita, a causa di una non stima da parte di un genitore. Il finale apre, per fortuna, a una speranza.
Amore e morte
Un altro film di dieci anni fa è il capostipite di un genere sfruttato negli ultimi anni in modo bieco: il “cancer movie”, quel genere ricattatorio in cui due ragazzi si innamorano, ma una malattia mortale fa capolino. Era già così 50 anni fa con Love story, ma negli ultimi anni letteratura e cinema hanno dato il peggio, puntando su leve emotive di facilissimo guadagno. Colpa delle stelle (2014) si distingue non solo per essere il primo del rinnovato filone, ma anche per essere più onesto e sincero di molti altri titoli. Hazel e Augustus si incontrano in un luogo molto particolare: lei, 17enne, da anni combatte con forme tumorali che le riducono le aspettative di vita e le causano crisi respiratorie; lui, 18enne, ha perso una gamba per un cancro alle ossa e vive un po’ meglio, ormai abituato alla protesi. Il luogo dove avviene il loro incontro è un improbabile centro di supporto a ragazzi malati, dove Hazel va di malavoglia. Ma Augustus, spiritoso e affascinante, le regala un’amicizia vera e profonda, in cui può essere se stessa, sopportando i suoi sbalzi di umore e condividendo le sue scoperte. Supportato da una bella sceneggiatura che alterna dramma e momenti umoristici e dalle buone prove degli interpreti (Ansel Egort ma soprattutto Shailene Woodley), questo film di grande successo – tratto dal best seller di John Green – è un commovente ritratto di due ragazzi belli e vitali, che vogliono essere trattati da persone, non da malati. E descrive bene la dimensione di infinito, di “per sempre” che possono chiedere alla vita e a un sentimento reciproco due ragazzi che non sanno quanto gli sarà concesso stare insieme e che si interrogano a vicenda su paure e speranze, dubbi continui e fragili certezze.
Ancora più spiazzante è Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015). All’ultimo anno di liceo, a Pittsburgh, Greg evita ogni tipo di scontro ma anche coinvolgimenti con chiunque (l’amico di infanzia Earl per lui è un “collaboratore”: nei loro filmini rifanno in modo comico i classici del cinema). Per scuoterlo dall’apatia, la madre gli chiede di star vicino a una compagna di classe a lui estranea, ammalata di leucemia. Ma Greg non è capace di slanci umani e si rivela un vero disastro di goffaggine. Poi, però, insieme a Earl iniziano a stringere un’amicizia a tre con la dolce Rachel. Il film è un curioso mix di commedia per teenager e filone “cancerogeno” che evita i toni melodrammatici e la facile strada della storia d’amore; l’ironia blocca sul nascere la retorica. Greg e Earl sono adolescenti alle prese con problemi più grandi di loro, con gli sbalzi di umore che connotano l’età, ma riescono a far compagnia a Rachel in un frangente difficile, tra chemioterapia, disagi fisici e autostima a zero. Un film brillante ma profondo, con un finale commovente e sincero.
Noi siamo infinito
Tra i tanti film sulla “ricerca di sé”, è ormai un classico questo delicato adattamento del 2012 del best seller Ragazzo da parete da parte dello stesso autore del romanzo, Stephen Chbosky (in seguito regista del celeberrimo e ottimo Wonder). L’impaurito Charlie, timido, introverso e psicologicamente instabile (anche per un dolore nel suo passato), al liceo trova, in mezzo a ostilità e incomprensioni, due amici e un insegnante attento. Una bella storia, raccontata con realismo e delicatezza, su tre ragazzi sul punto di smarrirsi, differenti ma con lo stesso desiderio di essere compresi e amati per sempre – io sono infinito – e con le stesse difficoltà di rapportarsi con gli adulti. Rimane nel cuore la ricerca continua dei protagonisti di un rapporto che non muoia mai, in mezzo al dolore e alla paura di sbagliare.
Io e te
Un bel film italiano molto sottovalutato. Lorenzo è un ragazzo problematico: a 14 anni ha i brufoli, nessun amico vero, va dallo psicologo, ha una mamma soffocante e un padre assente. La sua carenza affettiva si traduce in un misto di ingenuità e ribellione. Lorenzo finge di andare alla settimana bianca della scuola, si tiene i soldi dell’iscrizione e con quelli fa incetta di prodotti per sopravvivere in autonomia una settimana, poi si rinchiude nella cantina di casa. Dotata di tutto: letto, divano, servizi igienici: una reclusione che è per lui una grande libertà. Nessuno lo scopre, finché non arriva, irrompendo nella sua vita da cui non è mai stata presente, la sorellastra Olivia che lui conosce appena. Più grande, in età che dovrebbe essere già matura, ma non meno problematica: dotata di talento artistico, dura e sicura di sé in apparenza ma in realtà fragile e sofferente (per storie di uomini e per la dipendenza dalla droga). E bisognosa di affetto. Per i due giovani, figli dello stesso padre ma di diversa madre, è la prima volta in cui stare davvero in relazione dopo una distanza non solo fisica (lei imputa alla madre di lui di averle portato via il padre).

Dal romanzo di Niccolò Ammaniti, nel 2012 Bernardo Bertolucci ricava per il suo ultimo film, un’opera vitale come quella di un esordiente in cui succede poco ma avviene tutto. Diversissimi ma entrambi in crisi con se stessi e con il mondo, Lorenzo e Olivia si aprono e possono guardarsi in faccia, alla ricerca di un conforto e di un abbraccio. Due giovani soli, che ammettono di non bastare a se stessi e cercano di darsi coraggio, tentando di imparare a dire “io”, a dire “tu”.
Lady Bird
Un bellissimo film sulle ansie di una ragazza che sta crescendo mettendo in discussione i valori della famiglia è il film che ha segnato nel 2017 il passaggio dell’attrice Greta Gerwing alla regia (sono seguiti poi Piccole donne e Barbie). Christine (la bravissima Saoirse Ronan) è una diciassettenne esplosiva che rifiuta il suo nome di battesimo e impone a tutti di chiamarla con il “nickname” Lady Bird. Vive a Sacramento ed è costretta a frequentare l’ultimo anno del liceo in un istituto di suore; il suo desiderio di vivere avventure straordinarie si scontra con la noia della cittadina, con genitori affettuosi ma poco comprensivi, ristrettezze economiche e disavventure adolescenziali. Ogni cosa sembra cospirare contro la sua gioventù piena di speranze; e invece sarà proprio quella insopportabile routine che porterà Lady Bird a desiderare una fuga verso New York, per mettersi in gioco e andare alla scoperta di sé.
Una storia di formazione che racconta di una ragazzina cresciuta nell’affetto dei genitori, con cui va progressivamente in urto, in un processo di ribellione che coincide con la negazione delle proprie origini (il rifiuto del nome). In particolare, viene messo in luce il bel rapporto di amore/scontro con la madre, una roccia alla quale la figlia può tornare anche con le sue insolenze, oltreché con le sue fragilità. Un film in parte autobiografico, che parla di quanto sia bello e difficile essere figli e genitori e quanto l’appartenenza alla famiglia sia determinante, se ne viene riconosciuto il valore.
Altri film per storie “sensate”
Citiamo en passant alcuni altri titoli molto significativi. Into the wild (2007) di Sean Penn, narra la fuga dalla società e viaggio alla ricerca di se stesso di un ragazzo che alla fine troverà una paradossale consapevolezza di sé quando sembrerà troppo tardi. Un grande film che restituisce la complessità delle domande di senso di un giovane. In alcuni incontri che farà, lungo la strada, troverà un inizio di risposta e di pacificazione, anche rispetto a una famiglia respinta come parte dei suoi problemi.
Più leggero 17 anni e come uscirne vivi (2016), in cui la protagonista Nadine rompe con la migliore amica Krista sorpresa insieme a suo fratello. Nadine ha un faro nel professor Bruner, che gioca a provocare con minacce di suicidio: una ragazza sola, senza amici, con un linguaggio piuttosto scurrile, sempre in lotta con il mondo intero (soprattutto con la madre) e invidiosa di un fratello bello e vincente, che non fa niente per farsi accettare dagli altri che considera stupidi e superficiali. Una ragazza che non si trova per niente nel mondo contemporaneo e che evidenzia nei dialoghi con il suo professore il suo bisogno di un rapporto con una figura adulta.
Nel filone post 11 settembre ci sono tanti film ma pochi davvero significativi. Ci ha provato Molto forte, incredibilmente vicino (2011), diretto da Stephen Daldry, ma è rimasto solo alla superficie del romanzo di Jonathan Safran Foer da cui è tratto nonostante la bravura degli interpreti: Tom Hanks, Sandra Bullock, Max Von Sydow e il piccolo e bravissimo protagonista, Thomas Horn. Oskar è un ragazzino di New York lievemente autistico, molto intelligente ma con problemi a relazionarsi con gli altri. Il padre è morto perché si trovava in una delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001: Oskar, che aveva un rapporto speciale con lui, convive a fatica col trauma. Quando tra gli effetti del padre trova una busta con una chiave e un nome, decide di far di tutto per risolvere l’enigma. Non mancano gli spunti di interesse, ma non convince la riduzione di una grande tragedia in chiave sentimentale.
È infine una paradossale e bella famiglia quella disfunzionale di Little Miss Sunshine (2006). In questo viaggio on the road per un assurdo concorso infantile di bellezza, ci piace mettere in luce la figura dell’adolescente che da un anno non rivolge più la parola a nessuno e si esprime solo scrivendo: immagine forte e indimenticabile delle difficoltà di comunicazione di chi non trova adulti all’altezza delle proprie domande, ma tutto sommato non scappa dal rapporto con loro.
Ci sarebbero tanti altri “sottotemi”, come la paura dell’altro che diventa violenza (viene in mente American History X, 1998), su un neonazista che si redimerà dopo la morte del fratello, diretto da Tony Kaye autore anche di un altro bel film: Detachment (2011), uno dei tanti film ambientati nel mondo della scuola che mettono in scena le fragilità spesso drammatiche dell’adolescenza e il rapporto con un adulto appassionato.
