Se c’è qualcosa che gli anni del Covid hanno portato a galla, è la percezione di una paura diffusa, capace di paralizzare e annichilire l’iniziativa, l’intrapresa, la generatività. Non a caso, alla radice di una crisi demografica crescente, sondaggi e indagini individuano un clima di paura che impedisce la progettazione e la scommessa sul futuro: non si fanno più figli, non ci si coinvolge in relazioni stabili, non si iniziano attività commerciali per una paura che tutti respiriamo. Questo clima di incertezza non può che influire sulle giovani generazioni, rendendole le prime vittime di una nuova pandemia della paura, che gli anni del Covid hanno semplicemente approfondito e diffuso. Da insegnante, da rettore di una scuola e scrittore di romanzi per ragazzi, non posso che rilevare l’esplosione di questo clima tra i giovani, trovandomi ad affrontare spesso casi di studenti che, attanagliati dalla paura, non si sentono più abilitati a vivere la quotidianità.
Un fenomeno rilevabile
Durante il periodo del lockdown, che sugli adolescenti ha avuto un effetto devastante, vedevamo espressa questa paura negli scritti di tanti alunni: “Purtroppo stanotte la paura dei miei genitori e dei miei nonni si è trasformata in dolore… mia zia ci ha lasciati. A questo punto mi sto chiedendo che ne sarà di noi? Io ho molta paura: dovrò vedere ancora molte lacrime?”. Oppure: “Ho paura di rivedere in televisione i camion dell’esercito che portano via le bare delle persone defunte per questo maledetto virus. Ho paura di non poter tornare a vivere normalmente, cioè a vivere una vita libera, senza la paura di abbracciare le persone a cui voglio bene. Ho paura di non poter più fare sport. Ho paura di non avere la forza di resistere a questa reclusione, di perdermi”. La paura, che in quel caso nasceva dall’imperversare di un elemento esterno come il virus, è però l’altra faccia della medaglia di domande e bisogni sui quali era possibile costruire una strada di scoperta dell’essenziale. Così non è stato raro durante il lockdown vedere emergere nei nostri alunni un desiderio più profondo: “Io desidero vivere, desidero essere come un piccolo bruco che esce dal suo bozzo e sprigiona la sua colorata farfalla. […] il mio cuore è assetato di vita. Cerco la vita in ogni cosa che incontro nel mio viaggio, piccola o grande che sia, cerco il mio tutto anche in quel minuto che passo con una persona a me cara”. Addirittura, l’impossibilità di uscire aveva permesso ad alcuni la riscoperta di un rapporto col reale pieno di stupore: “Spesso mi godo la fortuna che ho di avere un giardino in cui poter prendere un po’ di sole e aria fresca; sto scoprendo la natura che rinasce in tutta la sua bellezza. Sono tutte esperienze apparentemente banali, ma hanno un grande valore. Accorgersi di un fiore che sboccia, cucinare una torta assieme a mia madre, avere un dialogo in merito a un testo letto, ascoltare una canzone: questa è la libertà che ho scoperto in questo periodo”.
La paura che caratterizza gli anni post Covid sembra aver perso quel riferimento immediato al limite e all’impatto oggettivo con altro da sé, come può essere stata altra l’aliena presenza del virus. Sembra una paura autoalimentata, covata ed esaurita dentro di sé. Non c’è più bisogno di rimanere chiusi in casa, per essere al sicuro da minacce e pericoli esterni, e allora perché così tanti ragazzi soffrono di quella nuova patologia che viene definita “ritiro sociale”? Diventano incapaci di uscire dal proprio letto, di affrontare ciò che c’è fuori della propria stanza. Raggiungere la scuola, entrare nella propria classe per vivere insieme ai propri compagni il quotidiano, fatto di fatiche, prove, soddisfazioni e insuccessi, diventano improvvisamente imprese sproporzionate rispetto alle proprie forze che sentono ridotte al lumicino. Fino alle forme più estreme che vengono definite con la formula giapponese (non a caso) Hikikomori. A questo tema ho dedicato un romanzo (Too much man, San Paolo, Milano 2023) che racconta proprio il percorso di progressiva riapertura di un ragazzo che non riesce più a uscire dalla propria stanza, perché tutto quello che c’è oltre i confini della propria confort-zone lo spaventa a morte. Ma cosa fa loro tanta paura da renderli inabili al vivere la normalità? Di cosa abbiamo tanta paura, che sembriamo diventati incapaci di vivere, costruire, cambiare?

Paura, sì, ma di cosa?
Sull’enciclopedia Treccani, alla voce paura, si legge: “Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso”. Il pericolo, lo abbiamo già detto, durante la pandemia poteva considerarsi oggettivo, reale, esterno. Fuori di casa c’è il virus che potrebbe eliminarti. Addirittura, fuori dalla propria bolla di sicurezza, si annida il male: tanto che persino l’abbraccio a un parente potrebbe rivelarsi nocivo per sé e per l’altro. Ma ora che la pandemia è terminata, è rimasta la paura. Di cosa? Qual è il pericolo cui si cerca di sottrarsi? Su questo si potrebbe discutere a lungo. Io provo a rispondere alla luce della mia esperienza umana ed educativa. Abbiamo paura dell’Altro. Uso questa parola al maiuscolo seguendo il suggerimento del filosofo Byung Chul Han, che un amico, don Paolo Prosperi, mi ha fatto scoprire. Altro è ciò che è diverso da sé. Altro è un fattore al di là di sé, con cui entriamo in relazione, conflittuale o armonica. Ma è diverso da sé, perciò genera un’esperienza, una novità per sé. A pagina 80 del libro La società della stanchezza (Nottetempo, Milano 2020) si legge: “Il soggetto di prestazione tardo moderno non si dedica ad alcun lavoro obbligatorio. […] Non dipende dal comando dell’Altro. Piuttosto dà retta principalmente a se stesso. Si svincola così dalla negatività delle pretese altrui”. Ma ecco il punto critico, a pagina 81: “Questa libertà dall’Altro, però, non è soltanto emancipante e liberatoria. […] Il riferimento mancante all’Altro causa, in primo luogo, una crisi della gratificazione. Quest’ultima, in quanto riconoscimento, presuppone l’istanza dell’Altro, o del terzo”.
Diventati unici padroni di noi stessi, isolati gestori del nostro benessere, della nostra salute e del nostro compimento, temiamo nell’altro un concorrente a noi stessi. L’Altro, che potrebbe e dovrebbe essere la fonte vera della nostra gratificazione, e quindi del gusto e dell’energia del vivere (i compagni, gli insegnanti, l’allenatore, i compagni di squadra), diventa invece il nemico da cui proteggersi. Il filosofo sudcoreano rileva poco dopo: “Nell’esperienza incontriamo gli Altri. L’esperienza è trasformante, alter-ante”. Vale a dire: il maturare, il crescere come persona viene proprio da questo incontro con la novità, l’alterità, la diversità. Ma se io temo l’Altro, mi privo di questa esperienza che costituisce l’alimento del vivere. Temo l’Altro che non posso controllare, l’altro che, in quanto diverso da me, sarà sempre fonte di imprevisto. Di imprevedibile gratificazione, certo, ma anche di imprevedibile messa in crisi. Meglio essere sicuri da soli, che gettati in balia di questa destabilizzante alterità: allora rimango nella mia stanza, con l’illusione di controllare tutto ciò che mi circonda, anche attraverso i devices e gli strumenti tecnologici che mi danno l’illusione di raggiungere e gestire l’Altro. Ma è un’illusione, perché, come Byung Chul Han rileva “anche i nuovi media e le tecniche di comunicazione smantellano sempre di più il riferimento all’Altro. Il mondo digitale è povero di alterità e di resistenza. Negli spazi virtuali l’Io può muoversi praticamente senza ‘principio di realtà’ il quale sarebbe il principio dell’Altro e della resistenza. Qui l’Io narcisistico incontra soprattutto se stesso, giacché la virtualizzazione e la digitalizzazione portano sempre più alla sparizione del reale, che oppone resistenza”.
Una implicazione implicita: io sono la mia performance
Ma che cosa potrebbe mettere in crisi l’Altro, con la sua diversità? Che cosa lo rende così minaccioso agli occhi dei nostri ragazzi? L’altro che è la scuola, l’allenamento, l’uscita coi coetanei, insomma: la quotidianità fatta di incontri, prove, prestazioni, che pericolo può costituire? Potrebbe essere la circostanza che mostra che io non valgo quanto sembro. Che sono un nulla, a confronto con le aspettative che io e gli altri abbiamo su di me. L’uscita in pizzeria con gli amici potrebbe mostrare che non sono abbastanza simpatico. La partita a calcio potrebbe mostrare che non sono il campione che dovrei essere. La prima uscita con la ragazza potrebbe rivelare che non sono tanto sicuro, vincente, carismatico come tento di essere. Figuriamoci il mondo scuola, con il suo apparato di prove e verifiche: pare fatto apposta per smascherare da un momento all’altro la mia inconsistenza. Se non è l’interrogazione di inglese, sarà la verifica di matematica; se non è il rimprovero del mio insegnante, sarà lo sguardo sarcastico del compagno, o la risatina muta della classe di fronte alla mia risposta poco pronta. Una selva di fattori imprevedibili e incontrollabili (Altri, appunto), che sembrano fatti per annullare la mia considerazione di me. Molto più facile gestire tutti questi aspetti virtualmente, nei videogiochi ad esempio: lì sono vincente e, se perdo, posso ricominciare come se nulla fosse accaduto. O nella pornografia: il rapporto con l’altro che può darmi immenso piacere è ridotto all’essere spettatore di un piacere senza limiti, recitato da altri, apparentemente innocuo per me. Qual è il giudizio implicito che sta dietro questo meccanismo di autodifesa dall’Altro? Che io sono la mia performance. Il mio valore consiste in una sola cosa: se ottengo un certo risultato, in qualsiasi campo. Che sia la matematica, lo sport, la forma fisica, la bellezza, i rapporti, la sessualità, io valgo quanto performo. Nelle relazioni oggi il mio valore è persino quantificabile: valgo tanto quanti like ricevo nei miei post su instagram o Tik Tok. È un imperativo di prestazione che ci dà il nostro valore, come nota sempre Byung Chul Han: “Causa di malattia non è l’eccesso di responsabilità e di iniziativa, bensì l’imperativo della prestazione quale nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna”.
Una strada possibile
Come si esce da questa gabbia della paura? Non posso che offrire brevi spunti. Nessuno è fatto per vivere da solo. E abbiamo bisogno di riscoprire questo inevitabile Altro come amico, anzi, come ciò che manca al nostro io per essere se stesso. I ragazzi esprimono nei loro testi la mancanza e la nostalgia irresistibile di questo altro da sé: “Anche io, ogni giorno, voglio tanto, voglio tutto. Ho una bellissima famiglia, una bellissima casa, dei buonissimi amici, dei corteggiatori, ho le mie migliori amiche, uno sport del cuore; e perché tutto ciò non mi basta? Cosa è che mi manca veramente? Non ho già tutto? La risposta non posso cercarla solo io. Deve essere lei a cercare me. Bisogna aspettare che qualcosa o qualcuno mi renda tutto. Quando non litigo con mia mamma, sento di avere tutto, perché capita raramente di andare d’accordo con lei. Ma lo sport e il non litigare con mia mamma, mi rendono veramente felice?”. E allora dove possono trovarlo, questo “qualcuno o qualcosa che mi renda tutto”, capace di liberarmi dalla paura? In un incontro con Altro da sé, altro dai propri pensieri, dalle proprie autoanalisi e auto misurazioni (sempre al negativo). Occorrono persone, adulti ed educatori che siano altro, perché a loro volta ospitano e abbracciano Altro da sé nella propria vita. Capaci di comunicare una forza e una energia che viene da oltre sé, perché la ricevono da Altro. Che impressione leggere alla fine dell’anno scolastico scorso il tema di un alunno fragile: “Ho incontrato una persona che mi ha cambiato per sempre la vita. Il mio professore. Quando c’è il prof sono contento, perché lui mi fa sentire bene. Lui sa quando sto male o bene, quando sono in ansia, o sono tranquillo; questa cosa mi fa capire che al mondo ci sono persone che ti fanno uscire da questa selva oscura che si chiama disperazione”. La radice di questa forza, di questa positività l’ha messa in luce bene una ex alunna che, dopo le medie, ha attraversato il tunnel della droga, fino a essere accolta in una comunità di recupero. Anni dopo, ha scritto una lettera al suo insegnante: “Solo ora posso dirle che attraverso di lei ho iniziato a incontrare di più Dio. La vedevo pieno di vita, carico di un’energia che non capivo ma che invidiavo tantissimo, sapeva essere un professore rompiscatole quando serviva e che dava il mille per mille per i suoi studenti per farli appassionare almeno un poco a ciò che studiavano, che trasaliva quando si parlava di poesia e che saltava sulla pedana per cercare di farci svegliare quando ci distraevamo. Era semplicemente un professore che voleva tanto bene ai suoi studenti e che cercava di dimostrarlo anche quando preferivamo fare altro. In questa sua voglia di vivere ho capito che Dio faceva parte della sua vita, anche se non ne parlava quasi mai in modo diretto. Si capiva che c’era qualcun altro che le dava la forza per affrontare anche le giornate più difficili e mi ricordo che rimanevo sempre colpita dal suo modo di vivere”. Come fa un insegnante a comunicare questo Altro che genera stupore, incidendo positivamente nella vita dei propri alunni? Solo se non è vittima a sua volta della cultura della performance. Occorrono adulti che accettino di fondare la propria consistenza su Altro da sé, e di entrare in classe alla luce di relazioni e rapporti che sostengono la loro persona. Che portino in classe non solo sé, ma anche quei rapporti che fondano la loro vita. Quando il mio papà è morto lasciando tre figli maschi, il grande gesto educativo di mia madre fu quello di non rimanere da sola. Continuò a invitare a casa nostra gli amici che la sostenevano, che rinnovavano in lei la percezione del senso, della positività della vita. Che la aiutavano a vincere la paura, insomma, aprendola ad Altro di buono, capace di abbracciarci e dare senso al dolore. E così, accettando di lasciarsi generare, ci ha generati a una positività che si è impressa nella nostra carne. Non vedo per me altra responsabilità più grande nel mio compito di educatore: se voglio liberare i miei ragazzi da una paura che oggi è così diffusa, ho bisogno di seguire Altro, ospitando nella mia vita altri che mi testimonino l’unico essenziale di cui ho bisogno. Un Altro che mi libera dalla paura, permettendomi di vivere con gusto.
