Quadrimestrale di cultura civile

La paura condivisa nell’abbraccio
nel braccio della morte

La testimonianza di un cappellano che, in un carcere duro della Florida, assiste spiritualmente i condannati a morte. Sono pensieri in azione che raccontano una storia drammaticissima, quella di un rapporto cresciuto nei mesi di relazione con un omicida, Darryl Barwick che, dopo trentasei anni di detenzione, viene giustiziato. Ansia e paura accompagnano il condannato nelle ore che precedono il violento epilogo. Un’esperienza umanissima in quella disumana valle oscura che fa una paura maledetta. Darryl e il cappellano si scoprono concretamente fratelli. E così, proprio nella condizione più estrema, succede che la paura, impossibile da ridurre all’impotenza, non è comunque la sentenza definitiva

“Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.”
Salmo 23

3 maggio 2023. C’era una differenza evidente mentre mi dirigevo verso il dormitorio Q. Di solito, attraversando i vari cancelli d’acciaio che conducono al corridoio principale del braccio della morte, si percepisce un’atmosfera chiassosa: guardie che scherzano tra loro, il costante tintinnio delle catene e altri ammennicoli metallici. E il trambusto nelle celle di isolamento solitario che riecheggia come in una palestra. Ma quel giorno c’era un silenzio prolungato. Vedere le guardie tirate a lustro, con il loro abito della domenica, aggiungeva stranezza alla situazione.

Quel giorno, lo Stato della Florida avrebbe giustiziato Darryl Barwick. Stavo andando a dargli l’estrema unzione. Scendendo le scale del dormitorio Q, sono arrivato nella casa della morte.

Superate alcune guardie alla mia destra e alcuni agenti che compilavano quelle che sembravano essere pratiche dell’ultimo minuto in vista dell’esecuzione, sono arrivato alla terza e ultima delle celle, quella dove si trovava Darryl. Stava chiacchierando con gli agenti che presto lo avrebbero scortato all’esecuzione. Avevano acceso la TV sul canale sportivo e stavano parlando della squadra di football dell’Università della Florida. L’immagine era surreale. Sembrava quasi una messa in scena affinché tutto apparisse ordinario. Ho trovato questo contrasto tra una versione asettica della quotidianità e ciò che è definitivo, semplicemente agghiacciante.

Com’è strano, in questo momento, che i custodi di Darryl, coloro che hanno ordinato il suo pasto e che si prendono cura di lui come se fosse un fratello, lo accompagnino anche alla sua esecuzione. Darryl era un uomo dall’aspetto ordinario, abbastanza calvo, di mezza età e bianco. Non indossava più il classico completo arancione e blu tipico di chi sta nel braccio della morte; bensì l’uniforme bianca del condannato a morte.

Due ore insieme prima dell’esecuzione

Avevo conosciuto Darryl nelle settimane precedenti, facendogli visita e offrendogli assistenza spirituale. Seguendo il consiglio di altri pastori e ministri che hanno accompagnato i condannati a morte, ho lasciato che fosse lui a dirmi cosa desiderava e di cosa aveva bisogno nei suoi ultimi giorni di vita. Darryl voleva parlare soprattutto delle lettere che scriveva ai suoi molti amici di penna, la maggior parte dei quali erano suore; aveva come caratteristica una certa semplicità non detta, che spesso si esprimeva attraverso una gentilezza che ho scoperto essere una costante della sua vita.

Nel suo ultimo giorno, Darryl e io abbiamo passato due ore insieme. Lui, che tutti conoscevano come un uomo di poche parole, ha raccontato dei suoi fratelli e del loro ultimo giro di addii, della prossima stagione di football dell’Università della Florida e delle ultime lettere che aveva appena inviato. Mi ha chiesto degli uomini con cui vivo a Joseph House e mi ha domandato se uno dei nostri residenti avesse ottenuto il lavoro per cui stava facendo domanda.

Joseph House è una comunità nata da numerosi incontri tra me, cappellano del carcere, e i detenuti rinchiusi e condannati nelle prigioni della Florida. Osservare queste persone accatastate, vedere con i miei occhi quanto erano ridotti gli spazi, i bagni a vista, i letti a castello stipati in quello che era essenzialmente un ripostiglio, ha piantato il seme di un progetto che potesse diminuire il dolore e la paura della solitudine totale. Si potevano creare spazi che fossero l’antitesi – l’antidoto – ai dormitori, accogliendo queste persone, chiamate prigionieri per tanto tempo, di nuovo nella famiglia umana, riaffermandone la dignità? Così è nata l’idea di Joseph House.

Negli ultimi undici anni ho accompagnato uomini che lo Stato della Florida considera il “peggio del peggio”. Negli ultimi sei anni ho vissuto in comunità con uomini che sono usciti dalle loro celle di isolamento per rientrare nel mondo esterno. Alcuni hanno accuse di omicidio, reati sessuali o altri crimini violenti. Alcuni sono chiaramente innocenti rispetto alle accuse per cui erano stati incarcerati, mentre altri ammettono la loro colpevolezza. Questi ultimi nove anni mi hanno insegnato molto su cosa sia la bontà, su quanto sia sottile il confine tra noi e il mondo, sul lavoro di guarigione che consiste nel riconoscere i bisogni di ogni persona, sul perché il tragico è inevitabile in questa vita ma non deve necessariamente essere l’ultima parola, e su come ogni persona porti con sé una propria nobiltà, e la porti con maggiore fiducia quando viene riconosciuta dagli altri.

Ho imparato che la paura diminuisce quando si avverte la presenza di un compagno fidato. Dall’epicentro del crollo di Israele, nel momento del giudizio, già in quel libro spesso dimenticato e trascurato che sono le Lamentazioni, si racconta di un passante che assiste ed entra nello spazio di Israele, nel suo mondo e nella sua scomparsa. In questa storia mi sento spesso come quel semplice passante il cui sguardo cade per caso su Israele, e che gli fa notare il suo insondabile dolore e orrore. Quando lo vedo, mi chiedo: cosa posso mai dire in tuo favore? Chi può risanarti? Come è potuto accadere tutto questo? Queste sono le domande che aleggiano e che ancora oggi emergono con ogni persona che incontro.

Un silenzio ansioso

Darryl faceva delle pause tra un pensiero e l’altro, osservando quanto avrebbe voluto che il tempo rallentasse. Non era un uomo pronto a morire. Abbiamo pregato insieme alcuni salmi. Mi ha ringraziato per aver trascorso con lui questi ultimi giorni. L’ho ringraziato per essersi aperto a me e gli ho detto che mi sarebbe mancato. Gli ho detto che gli volevo bene. Poi si è commosso, guardando da un’altra parte, rendendosi sempre più conto della sua morte imminente. Spesso, durante i nostri dialoghi, Darryl parlava della sua esecuzione imminente e poi, improvvisamente, cadeva in uno stato di silenzio ansioso, guardandomi con un sorriso, come se non sapesse come concludere il suo pensiero. In quei momenti sembrava che Darryl stesse riversando in me tutta la sua paura e il suo terrore.

Forse non aveva parole per esprimere questa paura che sentiva crescere dentro di sé e tutto ciò che poteva fare era riversarla in me, che ero disponibile ad accoglierla. Sicuramente mi ha trasmesso tutta la disperazione con cui ha vissuto. Ora non so cosa fare né cosa dire. Provo il più terribile miscuglio di paura e rabbia. Quel giorno, mentre lo Stato stava completando le ultime procedure per l’esecuzione di Darryl, ho unto la sua fronte e i palmi delle sue mani, come è nostra consuetudine in questo antico rito volto a preparare i malati e i moribondi per il loro prossimo passaggio alla vita eterna. Mentre spalmavo l’olio degli infermi su Darryl, l’ho visto come un segno della sua dignità e dell’inestimabile valore del suo corpo.

Lui ed io abbiamo pregato in silenzio mentre le guardie ci osservavano. Nel metallo e nell’acciaio ci ha avvolto una grande quiete. Un silenzio che invitava Dio a stare in mezzo a noi. Un momento di pace in cui io e Darryl ci siamo immersi in quello che sembrava il mare dell’eternità. Questo silenzio non lo dimenticherò presto. Stare in piedi, tenersi per mano, pregare in silenzio, evocava la consapevolezza di una solidarietà così profonda e feroce che la spietatezza dello Stato non poteva nulla contro di essa. Io e Darryl abbiamo fatto la comunione insieme. Ci siamo scambiati il segno della pace mentre le guardie ci osservavano. Appartenevamo l’uno all’altro come fratelli.

“Vuoi dire un’ultima parola?”

L’orologio segnava le 18:00. L’orrore che aveva iniziato a sopraffarmi prima di entrare nella sala di osservazione della camera della morte ora mi stava soffocando. Darryl mi aveva chiesto di assistere, e sapevo che dovevo essere lì per lui. Eravamo circa una ventina di persone presenti, tutti di fronte a una tenda chiusa. Quando si aprì, il biancore igienizzato della camera di esecuzione mi travolse. Sembrava che un’ondata di candeggina avesse appena attraversato la stanza. Ci volle un po’ di tempo prima che riuscissi a distinguere una forma sotto le lenzuola bianche della barella. Poi, parte della testa di Darryl, da poco rasata, e il suo braccio destro, trafitto alle flebo cominciarono ad apparire chiaramente.

Il boia di Darryl, che lo sovrastava, chiese: “Detenuto Barwick, vuoi dire un’ultima parola?” In questa situazione da incubo, Darryl, benché drogato e sedato, riuscì a pronunciare le sue ultime parole. Delle scuse semplici e dirette: “È il momento di chiedere scusa alla famiglia della vittima, alla mia famiglia. Non so spiegare perché ho fatto quello che ho fatto”.

Darryl aveva 19 anni quando ha brutalmente accoltellato Rebecca Wendt 37 volte fino a ucciderla in quello che inizialmente era un tentativo di rapina. La sua è stata un’uccisione brutale da parte di un adolescente chiaramente in stato di psicosi.

Nel tempo che ho trascorso con lui come consigliere spirituale, Darryl mi aveva già detto di non voler aggiungere molto altro alle sue ultime parole per non oscurare o in qualche modo attenuare la sincerità delle sue scuse. “Dopo tutto”, mi diceva, “ho avuto 36 anni per riflettere su ciò che ho fatto”. Era abbastanza consapevole da dire che non avrebbe chiesto loro di perdonarlo perché questo sarebbe stato troppo per loro. “Chi sono io per chiedere loro perdono, sono io che devo scusarmi”.

Ecco un uomo che ha preservato la sua dignità in mezzo a tutto questo odio. La sua era una dignità solida e immutabile.

E poi ha aggiunto: “Un’altra cosa vorrei dire, che lo Stato della Florida deve mostrare un po’ di compassione e umanità verso così tanti ragazzi che sono in prigione, ci sono quattordicenni e quindicenni che stanno scontando ergastoli”.

Le lacrime mi riempivano gli occhi, mentre potevo solo pensare: tu, caro Darryl, hai trasformato questo momento di condanna in un momento in cui chiedere misericordia per gli altri. Con queste parole, Darryl ha aperto una finestra per far entrare i venti celesti in questo inferno sancito dallo Stato. Ha trovato parole per i suoi sentimenti, parole che invocano un mondo migliore.

A questo punto prego per una morte rapida. È assurdo che io debba pregare per la morte rapida di un uomo altrimenti sano e riflessivo. Odio tutto questo, penso tra me e me. E tutto il suo sfarzo e i suoi miseri festeggiamenti. È stato macabro.

Il sipario si chiude

Alle 18:14, dopo che l’infermiera ha controllato il polso di Darryl, il boia conclude dichiarando che la sentenza della Florida nei confronti di Darryl Barwick è stata eseguita. Il sipario si chiude.

Non riesco a mettere bene a fuoco le cose. Non voglio appartenere a coloro che hanno appena spento la vita di un uomo che avevo iniziato a considerare un fratello. Non provo un po’ di sollievo fino a quando il furgone arriva all’edificio dell’amministrazione e vedo una cinquantina di persone dall’altra parte della prigione che si erano riunite per una veglia contro l’esecuzione di questa sera. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Solo in quel momento riesco a dare un senso a questa oscurità che ho appena attraversato. Portavo con me la paura di Darryl, ma vedere tutte quelle persone vegliare per lui, in qualche modo ha attenuato questa esperienza straziante, e la paura in me si è dissipata, perché sapevo che non ero solo.

Accompagnare i detenuti della Florida mi ha insegnato come la paura si riduca quando gli altri entrano nella nostra zona di solitudine, e ci ricordiamo l’un l’altro la nostra essenziale e reciproca appartenenza. In questo processo di accompagnamento, è quasi come se si anticipassero le sfide inevitabili e persino le tragedie, ma lo si fa con la convinzione che, finché si è con qualcuno che ti ama, la paura può non vincere.

Teilhard de Chardin, come altri mistici cristiani, credeva che Dio fosse presente nella materia (il termine teologico è kenosis), immergendosi nel cuore di questo mondo, scendendo negli abissi più profondi. Per Teilhard, questa è l’opera dell’Incarnazione e dà inizio alla redenzione – o riparazione – che si realizza, sia che il luogo basso sia subatomico, esistenziale o sociale. Solo a partire da ciò che è basilare e fondamentale, l’opera di riparazione ascende e raccoglie tutta la vita verso una maggiore realizzazione. Trovo significativo un parallelo con Melanie Klein, la psicoanalista austriaca. Klein ascoltava i livelli psicotici di ansia e paura, mostrando ai suoi pazienti che non c’era bisogno di essere terrorizzati. Ascoltava, accettava le emozioni brutali che i pazienti le rivelavano e, più importante, sopravviveva a queste, dicendo con calma: “Questo si può sopportare, questo si può riparare”.

Anche questo lo considero un lavoro di discesa, un lavoro di accompagnamento.

 

Estratto da un libro di Father Dustin Feddon in corso di pubblicazione per Orbis Books, 2025, con il permesso dell’autore.

Father Dustin Feddon ha conseguito una laurea in religione e materie classiche, nonché un master e un dottorato in religione, presso la Florida State University. Ha anche conseguito un master in studi teologici presso il Seminario cattolico di San Vincenzo de’ Paoli a Boynton Beach, in Florida. È stato ordinato sacerdote cattolico nella diocesi di Pensacola-Tallahassee nel 2016. Nel 2018 ha fondato la Joseph House, una comunità che serve gli uomini che escono da prigioni e carceri.

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