Per rifiutare Dio bisogna prima conoscerlo Molti biologi e genetisti sembrano aver concluso che scienza e fede sono incompatibili, anche se pochi tra loro sembrano avere approfondito l’argomento. Personalmente, ritengo che scienza e fede non solo siano compatibili, ma siano intrinsecamente complementari. Lo dico partendo dai miei studi sul genoma umano, la cui eleganza e complessità è fonte di profondo stupore, perché lascia intravedere aspetti dell’umano che solo ora noi stiamo iniziando a scoprire, ma conosciuti da sempre da Dio. E ciò rafforza la mia fede. Io sono nato in una famiglia non religiosa, in cui veniva però tenuta in gran pregio la creatività, dato che i miei genitori si occupavano di teatro e di arte. Soprattutto mia madre mi instillò il desiderio di imparare, ma ben poco mi fu insegnato intorno a Dio. Crebbi così sicuro di non aver alcun bisogno di un credo religioso. Quando iniziai a Yale il dottorato in chimica fisica, le mie ricerche in questo campo mi convinsero che le uniche verità erano le equazioni differenziali di secondo grado e che quindi non vi era alcun bisogno di Dio. A questo punto, però, decisi che la biologia era molto più interessante di quanto avessi pensato e decisi di iscrivermi a medicina. Avrei così potuto applicare le mie inclinazioni scientifiche alla cura delle persone. Mi trovai di fronte a molte persone afflitte da grandi sofferenze e che io non riuscivo ad aiutare. Notai, tuttavia, che alcune di queste persone avevano una fede incredibile e non erano arrabbiate con Dio, come pensavo avrebbero dovuto essere, anzi, sembravano ricavare un notevole sollievo proprio dalla loro fede. Tutto questo mi lasciava disorientato. Qualcuno di loro mi chiese in cosa credevo e la mia risposta imbarazzata fu: «Non lo so!». Come scienziato avevo sempre insistito sulla necessità di trarre conclusioni solo in base a dati rigorosi e mi resi conto che, in materia di fede, non avevo raccolto alcun dato e non conoscevo assolutamente niente di ciò che avevo rifiutato. Un ministro metodista, incontrato per caso, mi suggerì di leggere il Vangelo di Giovanni, che fu una sconvolgente sorpresa per me, perché la fede era cosa ben diversa da ciò che mi ero immaginato. Eppure, non era ancora sufficiente: avevo bisogno di maggiori argomentazione di carattere intellettuale per superare l’obiezione che tutto questo non fosse altro che superstizione. Lo stesso ministro metodista mi suggerì la lettura di Mere Christianity di C.S. Lewis, un libro che penso dovrebbe essere messo in mano a tutti quelli che si chiedono se vi è razionalità nella fede. La lettura di questo libro fece crollare tutte le mie opinioni materialiste. Particolarmente pregnanti mi sembrarono le sue osservazioni sulla legge della natura umana: perché esiste ed è così universale? La conoscenza di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, rappresenta una caratteristica unica della specie umana, che sembra separarci da tutti gli altri animali. Questo universale attributo umano, che si può chiamare anche legge morale, non può essere facilmente spiegato con argomenti puramente naturali; per me questa osservazione è un indicatore convincente dell’interesse di Dio per gli esseri umani. Una frase di Lewis mi ha decisamente colpito: «Scopriamo molto di più su Dio dalla legge morale che dall’universo, così come conosciamo molto di più di una persona ascoltando ciò che dice, piuttosto che guardando la casa che ha costruito». Mi accorsi improvvisamente che la mia vita scientifica stava guardando alla casa e che non avevo mai considerato la conversazione (la legge morale) come prova di Dio. Dopo mesi di lotta, mi resi conto che se vi era un Dio, Lui era santo e io no, riconobbi ciò che Cristo aveva fatto, costruendo un ponte tra Dio, e tutta la Sua santità, e me, con tutta la mia mancanza di santità. Così, alla fine, mi arresi. Gli studi sul genoma umano È ovviamente chiaro che non occorre essere un credente o un fedele di Cristo per essere un buon scienziato. La scienza esplora il mondo naturale, utilizzando l’osservazione, gli esperimenti, la formulazione di ipotesi e confrontandosi con altri esperimenti. Anche io faccio scienza in questo modo. Ciò che è differente per un credente è che l’ammirazione di fronte alla bellezza e alla complessità della vita, così come rivelata dalla scienza, assume un significato ulteriore, come se si intravedesse qualcosa della mente di Dio. I lunghi anni in cui mi sono occupato degli studi sul genoma umano, mi hanno convinto che vi sarà sempre più bisogno di una prospettiva di fede. Le implicazioni derivanti dallo HGP (Human Genome Project) sono enormi in quasi tutti i settori della medicina, dato che praticamente ogni malattia ha qualche componente genetica e per moltissime malattie si creano fenomeni di familiarità, cioè di esposizione genetica ad esse. Soprattutto, non esiste la perfetta sequenza del DNA, siamo tutti imperfetti geneticamente: è l’equivalente biologico del peccato originale. Molti dei rischi derivanti dalle nostre imperfezioni genetiche non si avvereranno mai, perché non verrà oltrepassata una certa soglia o perché non si verificheranno tutti quei fattori ambientali necessari a far scatenare la malattia. Ma la probabilità rimane e la ricerca sul genoma ci consentirà di stabilire sempre più precisamente queste condizioni per ciascuno di noi. Si tratta di una potenzialità enorme, che deve essere considerata molto seriamente. A questo proposito, i cristiani possono portare un contributo determinante affinché questa rivoluzione avvenga con il massimo dei benefici e in un modo caritatevole. Scrigno o vaso di Pandora Il futuro della ricerca genetica può rivelarsi uno scrigno pieno di tesori o un vaso di Pandora, sollevando una serie di questioni etiche. Gli scienziati hanno il grave dovere di spiegarsi, di spiegare la materia delle loro ricerche e chiarire quello che la scienza può fare e quello che non può fare. Il tempo in cui un genetista, o in generale uno scienziato, poteva chiudersi nel suo laboratorio, lasciando a qualcun altro di occuparsi delle conseguenze dei progressi scientifici, è ormai alle spalle. Prendiamo, per esempio, le ricorrenti descrizioni in televisione o al cinema di “bambini progettati” attraverso la selezione degli embrioni: molto di tutto ciò non è realistico. Infatti, l’ambiente influenza pesantemente lo sviluppo dei bambini e la genetica può cambiare leggermente le probabilità di riuscita, ma da sola non può determinare il risultato. Così, la coppia benestante che decide di spendere decine di migliaia di dollari in un programma di selezione degli embrioni per avere un figlio che diventerà primo violino, campione di calcio e via dicendo, rischia di provare una forte delusione nel vedere il proprio figlio sedicenne ascoltare musica heavy metal nella sua stanza, fumando marijuana... Per fortuna, buona parte di questi possibili esperimenti sono bloccati perché non funzionano, prima ancora che per ragioni etiche. Come cristiani non dobbiamo assumere un atteggiamento antagonista nei confronti delle verità della ragione, della filosofia, della scienza, della storia. Dobbiamo essere piuttosto i più coraggiosi, i più zelanti, i più pronti a cercare la verità in ogni campo, i più ospitali nel riceverla, i più leali nel seguirla, ovunque ci porti. Non è da cristiani essere tiepidi verso le ricerche e le scoperte del nostro tempo. Noi non abbiamo la salvezza nella scienza o nella filosofia, ma solo nelle braccia della Verità, perciò è nostro compito spingere la ricerca al massimo, essere leader in ogni branca della scienza, cogliere per primi in ogni campo la voce del Rivelatore di Verità, che è anche il nostro Redentore. Gli insegnamenti di Gesù, la Sua passione, la Sua morte e la Sua risurrezione sono una risposta alle domande drammaticamente difficili sul problema del male, sulle imperfezioni e la capacità di peccato del genere umano e sulle ragioni della sofferenza. Una visione puramente naturalistica offre ben poca speranza di comprensione o sollievo di fronte a queste domande. L’interfaccia tra scienza e fede La domanda fondamentale è dunque se può esistere accordo tra scienza e fede. La genetica è vista da molti come il campo in cui questo accordo è forse meno possibile, e qui io posso esprimere un parere derivante dall’esperienza personale, che mi porta a dire che il conflitto tra genetica e fede non è così irrisolvibile come sembra a molti. La scienza esplora il mondo naturale, la fede quello soprannaturale. Se voglio studiare la genetica, userò la scienza; se voglio comprendere l’amore di Dio, qui è dove subentra il mondo della fede. Questo dà ragione a Stephen Jay Gould quando afferma che si tratta di «magisteri che non si sovrappongono»? No, perché, per quanto mi riguarda, queste due visioni del mondo coesistono in me, come in molti altri. E questo non ci causa lacerazioni, né ci induce in contraddizione. Anzi, sono convinto che ne veniamo arricchiti. Abbiamo così l’opportunità di praticare la scienza come una forma di culto, abbiamo la possibilità di vedere Dio come il più grande scienziato ed è un dono essere uno scienziato e potere fare questo. Perché quindi il conflitto è sentito così seriamente e la storia tra cristianesimo e scienza è stata così difficile? È naturale che sorgano conflitti ogni volta che la scienza cerca di occuparsi del sovrannaturale, normalmente per negarne l’esistenza, o ogni volta che i cristiani tendono a leggere la Bibbia come se fosse un trattato scientifico. Non si tratta di un dibattito recente, perché di esso si è occupato anche Sant’Agostino, che non aveva ragioni, nel 400 d.C., di difendere il libro della Genesi, non essendo ancora nato Darwin. Eppure, leggendo Genesi 1,1, Agostino sottolinea come sia pericoloso prendere la Bibbia e cercare di trasformarla in un testo scientifico. Egli scrive: «Riguardo poi a realtà oscure e assai lontane dai nostri occhi, ci potrebbe capitare di leggere anche nella Sacra Scrittura passi che, salvando la fede in cui siamo istruiti, possono dar luogo a interpretazioni diverse l’una dall’altra; in tal caso dobbiamo stare attenti a non precipitarci a sostenere alcuna di esse, per evitare di andare in rovina qualora un esame della verità più attento la demolisse mediante sicuri argomenti»1. Ed ancora: «Sarebbe una cosa assai vergognosa e dannosa e da evitarsi a ogni costo, se quel pagano sentisse quel tale parlare di questi argomenti conforme - a suo parere - al senso delle Scritture cristiane dicendo invece tali assurdità che, vedendolo sbagliarsi - come suol dirsi - per quanto è largo il cielo, non potesse trattenersi dal ridere. Ma è spiacevole non tanto il fatto che venga deriso uno che sbaglia, quanto il fatto che da estranei alla nostra fede si creda che i nostri autori [sacri] abbiano sostenuto tali opinioni e, con gran rovina di coloro, della cui salvezza noi ci preoccupiamo, vengano biasimati come ignoranti e rigettati. Quando infatti, riguardo ad argomenti ben noti ad essi, i pagani sorprendono un cristiano che sbaglia e difende una sua opinione erronea appoggiandola ai nostri Libri sacri, in qual modo potranno prestar fede a quei Libri quando trattano della risurrezione dei morti, della speranza della vita eterna e del regno dei cieli, dal momento che penseranno che questi scritti contengono errori relativi a cose che hanno potuto già conoscere per propria esperienza o in base a sicuri calcoli matematici?»2. Sono parole molto forti ed efficaci, ma che dopo più di milleseicento anni colgono ancora perfettamente nel segno, e che mi consentono di mantenere unito ciò che conosco su Cristo dalle mie letture e dalla mia vita di preghiera con quanto so come scienziato attorno al mondo naturale. Perciò penso che gli scienziati che credono sono i più fortunati, perché abbiamo l’opportunità di esplorare il mondo naturale in un momento della storia in cui misteri vengono svelati quasi ogni giorno. E perché abbiamo l’opportunità di percepire questi misteri svelati in una prospettiva di scoperta della grandezza di Dio. Questa è una forma particolarmente mirabile di culto.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Agostino, La Genesi alla lettera, Libro I, cap. 18. 2 Agostino, La Genesi alla lettera, Libro I, cap. 19.