I successi della scienza Nel valutare il contributo che la scienza porta alla ragione intera, e quindi alla fondamentale tensione del soggetto umano alla verità, vorrei partire da un aspetto che mi pare non possa essere censurato, né minimizzato: l’evidente successo della scienza nell’ambito delle sue possibilità conoscitive. L’approccio scientifico ha dimostrato una capacità straordinaria, non preventivabile a priori, nel cogliere aspetti genuini del reale fino alle sue estreme frontiere. Mi occupo di cosmologia, cioè dello studio dell’universo nel suo insieme, in particolare dell’origine e dell’evoluzione dell’universo primordiale. Impressiona il fatto che noi osserviamo e comprendiamo – fino a un certo punto, ma realmente – processi fisici che erano all’opera su scala cosmica nei momenti iniziali dell’espansione dell’universo, 14 miliardi di anni fa, all’alba del tempo. Possiamo misurare con precisione e interpretare la prima luce rilasciata nello spazio, la quale porta traccia degli “embrioni” delle strutture cosmiche che oggi osserviamo intorno a noi e di cui anche il nostro ambiente immediato e noi stessi siamo parte. Possiamo stimare alcuni dei parametri fondamentali che descrivono la composizione e la dinamica cosmica, come ad esempio l’età dell’universo: 13.7 miliardi di anni, con un’incertezza inferiore al 2%. La conoscenza scientifica riserva continuamente sorprese e pone nuove domande, ogni volta è possibile fare un passo, piccolo o grande, verso una più profonda comprensione. Il Large Hadron Collider (LHC), il nuovo acceleratore del CERN (Centro Europeo di Ricerca Nucleare) che entrerà in funzione entro la fine del 2008, permetterà di raggiungere energie di 14 Tera-Elettronvolt: sono le energie caratteristiche dell’universo 2 o 3 miliardesimi di secondo dopo la sua nascita. Più o meno contemporaneamente, l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) lancerà il telescopio spaziale PLANCK, che permetterà di gettar luce sul comportamento dell’universo in un istante cosmico ancor più iniziale, fino a 10-35 secondi dal big bang, quando la struttura stessa dello spazio e la sua geometria potrebbero essere state fissate da un’espansione esponenziale. La promessa e il pericolo Forse, ancor più di certi traguardi scientifici particolari, colpisce il fatto che dietro a tutti i dettagli si intravede una coerenza del quadro globale. Moltissime sono le domande aperte nel campo dell’astrofisica, della cosmologia, della fisica fondamentale – per non parlare della biologia. Ma il percorso paziente di queste scienze, specialmente negli ultimi decenni, non ci restituisce soltanto pezzi notevoli, ma disgregati, di informazioni che più o meno arbitrariamente mettiamo insieme. Al contrario, tende a rivelare una struttura sorprendentemente unitaria della natura nel suo complesso. Questo fatto è tanto significativo che probabilmente qualunque filosofia o visione del mondo che, per rimanere coerente con se stessa, si vedesse costretta a negare o rifiutare questo dato notevole, finirebbe per perdere la sua credibilità. Ma proprio nella riuscita impressionante della scienza si annida la sua pericolosità. La scienza «può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità», come ha notato Benedetto XVI nella Spe salvi, che però aggiunge: «la situazione dell’uomo, nello squilibrio tra la capacità materiale e la mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per l’uomo e per il creato». La minaccia non sta anzitutto nelle potenziali applicazioni tecnologiche, ma incomincia prima, in uno “squilibrio” che riguarda l’uomo e la sua capacità di giudizio. È quanto storicamente accaduto. L’orgoglio per la capacità della scienza di svelare i dinamismi della natura ha alimentato un’esaltazione impropria della ragione scientifica, che ha caratterizzato gli ultimi quattro secoli della nostra storia, parallelamente agli evidenti benefici portati dalle nuove scoperte. Ancora oggi si tende a vedere la scienza come manifestazione di un potere che l’uomo sente di avere, di una capacità di dominio sul reale che non sembra aver bisogno di nient’altro che di se stessa. La scienza si presenta come la dimostrazione che l’ingegno dell’uomo è in grado di raggiungere risultati straordinari, fino ad accedere al pieno controllo del mondo fisico e biologico, compresa la vita umana del singolo e la sua evoluzione come specie. Il mistero della conoscenza scientifica L’irrazionalità ultima di questa posizione a mio avviso si rivela nel fatto che essa salta un’evidenza fondamentale: non ci si rende conto che il fatto stesso che la conoscenza scientifica sia possibile è in se stesso un grande mistero. Che a noi sia dato di poter descrivere in profondità attraverso la matematica aspetti diversi della realtà fisica in modo sintetico, semplice e dettagliato, e che tutto ciò porti a riconoscere un certo quadro d’insieme, questo è un dato di fatto. Quello che noi non comprendiamo è come questo sia possibile. La scienza ci permette di cogliere un ordine insito nella natura, il quale viene da noi percepito come una bellezza tanto più irresistibile quanto più ci spingiamo in profondità. Un po’ come la possibilità di gustare cibi squisiti eccede nell’uomo le esigenze della pura alimentazione, così la nostra ragione è in grado di conoscere il mondo fisico secondo una profondità che eccede di gran lunga le nostre necessità di sopravvivenza. È un eccesso che sembra quasi irragionevole. Come è possibile che a quel punto infinitesimo del cosmo, che è l’uomo, sia data questa capacità di rapportarsi con tutto ciò che esiste nell’universo? Come diceva Albert Einstein, «la cosa più incomprensibile dell’universo è il fatto che l’universo sia comprensibile». Che la matematica - che è un registro della nostra razionalità, un linguaggio conciso, in un certo senso il più essenziale che la ragione sia in grado di sviluppare - si dimostri adeguata a descrivere l’ordine dell’universo è un fatto sorprendente. Paul Wigner, premio Nobel della fisica nel 1963, in un suo famoso lavoro dal titolo significativo The unreasonable effectiveness of mathematics in the natural sciences afferma: «L’enorme efficacia della matematica nelle scienze naturali è un fatto che sfiora il mistero e per il quale non vi è una spiegazione razionale. Non è per nulla affatto naturale che esistano leggi di natura, e ancor meno che l’uomo sia capace di scoprirle. Il fatto miracoloso che il linguaggio della matematica sia appropriato per la formulazione delle leggi della fisica è un regalo meraviglioso che noi non comprendiamo, né meritiamo»1. Benedetto XVI è intervenuto più di una volta a sottolineare questo fatto fondamentale. Nel suo discorso di Verona nel 2006, per esempio, affermava: «La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa inevitabile chiedersi se non debba esserci un’unica intelligenza originaria che sia la comune fonte dell’una e dell’altra». Nel prendere coscienza di tale privilegio dato alla natura umana ci sentiamo singolarmente imparentati con tutto l’universo. E questo pone, come dice il Papa, una grande domanda: chi o che cosa è origine di questa inaudita corrispondenza? La prima risposta razionale e affettiva è un’ampiezza di positività, di gratitudine. La svista del riduzionismo La grande illusione nella quale l’uomo può incorrere, quasi abbagliato dalle possibilità della sua ragione scientifica, è di vedere quest’ultima come l’unica ragione credibile, l’unica vera razionalità. Nello spazio della razionalità non esisterebbe nulla all’esterno del perimetro definito dalla dimostrabilità scientifica. Questo modo di vedere, tuttavia, è illusorio. È evidente infatti che la scienza paga il prezzo della sua straordinaria capacità di lettura del reale con la parzialità dell’angolatura che il suo metodo le consente di abbracciare. L’approccio scientifico, per funzionare, riduce deliberatamente la sezione d’urto, l’angolo di visuale sull’oggetto: in primo luogo esso va isolato dal suo contesto, e in secondo luogo di esso ci limitiamo a considerare gli aspetti quantificabili e misurabili. Nel procedere scientifico, giustamente e consapevolmente, evitiamo un certo tipo di oggetti e un certo tipo di domande: non perchè siano irreali o indegni della nostra ragione, ma semplicemente perché il metodo scientifico non è in grado di affrontarli. Tale riduzione dell’oggetto di indagine è perfettamente lecita, anzi è indispensabile, purché alla fine del processo non ci si dimentichi che abbiamo volutamente operato tale restrizione. La svista del riduzionismo non sta nell’atto della riduzione, necessario per entrare nel gioco del metodo scientifico, ma nella dimenticanza di esso, per cui al termine del processo di conoscenza confondiamo la realtà intera, o l’interezza dell’oggetto da cui eravamo partiti, con la semplificazione che ne abbiamo fatto per accedere al gioco. Dopo il viaggio di andata, occorre non dimenticare il viaggio di ritorno. Il superamento del riduzionismo non sta quindi nell’evitare la semplificazione, ma nel restituire il risultato scientifico eventualmente ottenuto all’oggetto nella sua interezza e nel ricollocare l’oggetto nel suo rapporto con la totalità da cui riceve il senso. Solo così anche il risultato scientifico avrà veramente qualcosa da dirci. In particolare il metodo scientifico non ha in se stesso i mezzi per rispondere alle domande di significato, di scopo, di consistenza ultima delle cose; risulta inefficace nel considerare il valore di un oggetto o di un atto umano, il “perché ne vale la pena”. Il metodo scientifico non ha neppure in sé i mezzi per interrogarsi sull’origine del proprio successo. La grande domanda che pongono Albert Einstein, Paul Wigner e Benedetto XVI, su quale sia l’origine ultima della corrispondenza tra la razionalità umana e la razionalità delle strutture naturali, non è una domanda che il metodo sperimentale è capace di affrontare. Essa nasce spontaneamente dal terreno dell’esperienza scientifica, ha piena cogenza e dignità razionale, ma la si deve rivolgere in un contesto che sta oltre la scienza, dominato da altri modi in cui la ragione esprime se stessa. Lo stesso Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona aveva affermato: «La moderna ragione, propria delle scienze naturali [...] porta in sé un interrogativo che la trascende [...]. Essa deve semplicemente accettare la corrispondenza tra il suo spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia». Una forma degenere di scienza Se si teorizza la necessità della dimostrabilità scientifica per ogni cosa che voglia dirsi vera, si atrofizza la ragione e si abolisce la possibilità del giudizio umano. Alla fine si possono giustificare cose tremende. Se la razionalità coincide con il solo registro scientifico, l’unico vero criterio per l’azione sarà “fare tutto ciò che con la scienza e la tecnologia è possibile fare”. Diventa debolissimo, a questo punto, porre argini attraverso leggi, divieti, esortazioni morali. Il principio è stato promosso e acquisito, non c’è ragione per non fare tutto quello che si può fare. Il che si traduce in “fare tutto ciò che dà profitto”, ovvero “fare tutto ciò che porta guadagno a chi può decidere di fare”. Vuol dire asservire la scienza al potere. Resta una forma degenere di scienza, quella che Giorgio Israel chiama “tecnoscienza”, che oggi, specie in certi settori, rischia di prendere il sopravvento. Ad esempio, non c’è una prova matematica del fatto che l’embrione sia un essere umano, né ci potrà mai essere, ma ci sono tutti gli elementi perché un giudizio e una ragione aperta che sappia cogliere i dati possa esprimersi, se non altro come criterio di prudenza. Se l’unico metodo accettabile è quello della dimostrabilità, allora tutto diventa relativo e discutibile e alla fine prevalgono le ragioni del profitto – che è quello che sta accadendo, e inevitabilmente tenderà ad accadere, anche su altri terreni. Non solo esiste uno spazio razionale al di fuori della scienza ma, a ben guardare, la scienza stessa non potrebbe darsi senza una ragione che travalica le categorie che vengono attribuite al metodo scientifico in sé. In altre parole, anche il procedimento fisico-matematico non può vivere della sola “ragione scientifica”. Se consideriamo l’esperienza del fare ricerca, anziché ragionare in astratto su di essa, ci rendiamo facilmente conto che il soggetto di tale esperienza è e rimane un essere umano intero, aperto all’incontro con il reale, i cui passi conoscitivi chiamano in causa una ragione non separabile dalla dinamica affettiva e ben più ampia della pura capacità logico-deduttiva2. Università e futuro La scienza, con la sua grande possibilità di penetrazione e di efficacia, perde credibilità se pretende di isolarsi dal soggetto umano che ne è protagonista, separandosi da altre vie della razionalità che collaborano a rispondere all’esigenza di un significato esauriente per sè e per il mondo. «Qual è il valore delle scienze naturali? - si domandava Erwin Schrödinger - Il loro obiettivo, scopo e valore è il medesimo di ogni altra branca dell’umano sapere. Anzi, nessuna di queste branche da sola ha uno scopo o un valore, ma solo l’unione di tutti i rami del sapere ha un significato o un valore, e questo può essere definito abbastanza semplicemente: obbedire al comandamento dell’oracolo di Delfi, “conosci te stesso”. O, per dirla con il sintetico, espressivo stile di Plotino: “e noi chi siamo?”»3. L’università nasce esattamente come luogo di scoperta di una profonda unità della conoscenza nella diversità dei metodi. Un’immagine alquanto diversa dall’attuale situazione di frammentazione, stanchezza, smarrimento: quale ipotesi di prospettiva possiamo individuare perché l’università oggi possa sostenere la riscoperta della ragione nella sua interezza? Benedetto XVI nel suo intervento a Pavia nel 2007, ha formulato tre passaggi che sembrano passi di un programma, quasi un manifesto, in cui ha messo a fuoco una tensione tra il livello istituzionale e il livello personale del vivere l’università. Non dà soluzioni, ma segnala problemi non più rimandabili. Lo fa proponendo tre diversi binomi. Il primo dice: «Le discipline tendono naturalmente, e anche giustamente, alla specializzazione, mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi ». L’intesa stenta non soltanto tra scienziati e filosofi, ma anche tra fisici, chimici e biologi; di più, tra fisici che si occupano di settori diversi della fisica... È possibile spendere una vita di intensa e riconosciuta ricerca e capire quasi nulla di quello che accade un millimetro più in là. Questa tendenza in qualche misura è inevitabile, ma resta il fatto che la persona, dice il Papa, ha bisogno di unità e di sintesi. Secondo binomio: «La ricerca tende alla conoscenza, mentre la persona ha bisogno anche della sapienza, di quella scienza che si esprime nel saper vivere», cioè di una conoscenza non separata dalla vita, che non è puro tecnicismo, ma è una capacità di giudizio che renda utile e comunicabile, buona anche la conoscenza. Il terzo binomio: «La struttura privilegia la comunicazione, mentre le persone aspirano alla condivisione». Non si conosce se non in una compagnia umana, la cui unità non è proporzionale alla quantità di informazione che ci si scambia, ma al riconoscere di essere chiamati a un compito comune. Queste osservazioni aprono una prospettiva sulla quale verrebbe voglia di spendersi per approfondire e comprendere di più. Le tre parole che stanno a sinistra nei binomi sono cose importanti, non sono da castigare, ma sono da ricomprendere dentro una conoscenza che riguardi la persona, cioè la ragione nella sua interezza. Specializzazione, conoscenza e comunicazione richiedono che l’Università abbia una sua struttura, che abbia le riforme che queste parole chiave richiedono e così via. Mentre le parole alla destra (unità, sapienza e condivisione) richiedono un “io in azione”, cioè un maestro, un testimone. Non riguardano la struttura universitaria del domani, ma la testimonianza di una presenza, di una persona presente oggi in università con un cuore certo, con uno sguardo nuovo. Un maestro è qualcuno che vive la propria presenza come tensione all’unità della propria persona. Più che di un discorso che cerca di costruire ponti intellettuali fra campi diversi, ciò di cui c’è veramente bisogno è una persona che dimostri in se stessa un nuovo tipo di unità di percezione delle cose, una ragione che finalmente non sia separata dalla vita. La sapienza è una ragione che non è separata dall’affezione per le cose che conosciamo e per le persone intorno a noi, e quindi dalla condivisione. L’augurio finale è perciò quello espresso da Benedetto XVI a Ratisbona, «che nonostante tutte le specializzazioni che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra noi, noi possiamo formare un tutto e lavoriamo nel tutto dell’unica ragione con le sue diverse dimensioni».
Note e indicazioni bibliografiche 1 E.P. Wigner, The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in Natural Sciences, Communications in Pure and Applied Mathematics, vol. 13, 1960, pp. 1-14. 2 M. Bersanelli, M. Gargantini, Solo lo stupore conosce, Rizzoli, Milano 2003. S. Chandrasekhar, Truth and Beauty. Aesthetics and Motivation in Science, The University of Chicago Press, Chicago 1987. W.I.B. Beveridge, The art of scientific investigation, William Heinemann, London 1950. 3 E. Schrödinger, Che cos’è la vita? Scienza e umanesimo, Sansoni Editore, Firenze 1988, p. 101.