Ragione e ideologia Robert Musil, scrittore e autore de L’uomo senza qualità, con grande ironia e pertinenza cita il “principio di ragione insufficiente”. La sua è una risposta al grande principio filosofico, formalizzato da Leibniz e interpretato poi in modo ammirevole da Heidegger. Leibniz, ricapitolando in un certo modo una grande tradizione metafisica, afferma: «Nihil est sine ratione», niente esiste al di fuori della ragione. Non si producono cioè che avvenimenti che hanno valide ragioni per accadere. Il protagonista de L’uomo senza qualità, Ulrich, si chiede se non sia vero il contrario, cioè che non si producono che avvenimenti senza ragioni valide. Questo “principio musiliano”, che è evidentemente ironico è una splendida messa in guardia contro l’ideologia. La sua definizione pregiudiziale è questa: l’ideologia consiste sempre nel voler sottomettere la realtà al “principio di ragione”, senza lasciare niente al caso o alla coincidenza. Quella di Musil è dunque una sorta di ginnastica, di igiene dello spirito di fronte alla tentazione ideologica che è in ciascuno di noi. Consiste nel ricordarsi, nel non perdere di vista il fatto che potrebbe essere vigente un principio di “ragione insufficiente”. Proviamo ad approfondire la natura dell’ideologia. A un certo punto ho preso la decisione di riflettere sugli avvenimenti così come capitavano, scegliendo fra di essi quelli che mi sembrano gravi, importanti, sintomatici e cercando di spiegarli. Questa sfida che ho lanciato a me stesso nasceva dall’insoddisfazione crescente che nutrivo nei confronti dell’informazione. Pur vivendo nel nostro mondo post-marxista e post-totalitario, avevo l’impressione, leggendo i giornali, di scontrarmi con l’ideologia e, addentrandomi in questo lavoro, credo di averne compreso il meccanismo fondamentale. Prendiamo ad esempio gli attentati dell’11 settembre: questi avvenimenti atroci hanno lasciato tutti a bocca aperta. Si è trattato di avvenimenti irriducibili a qualsiasi tentativo sistematico di spiegazione. Questo stupore carico di orrore non è durato però, almeno in Francia, che qualche giorno, una settimana al massimo. Molto in fretta ho avuto l’impressione che la realtà non fosse più riportata per ciò che era. I commentatori, riemersi dallo stupore, iniziarono a dire che gli Stati Uniti erano vittime della propria superpotenza, in altre parole, colpevoli di quanto era accaduto. Per qualche ora erano stati scossi da un atto che aveva rimesso in discussione la loro visione del mondo, perché quello che avevano designato, secondo lo schema di una sorta di lotta di classe internazionale, come “il nemico”, era stato colpito da un nemico che improvvisamente poteva sembrare ancora peggiore. Affermare che gli Stati Uniti erano vittima della loro superpotenza era un modo per digerire l’avvenimento: l’ideologia ritrovava l’ultima parola. Per comprendere la forza di questo meccanismo ideologico bisogna risalire molto indietro, a Jean Jacques Rousseau. Il pensatore svizzero (ed era un’innovazione metafisica straordinaria) disse: «Io odio la tirannia, la considero la sorgente di tutti i mali del genere umano». In questo modo dava al male un’origine non più naturale, ma storica e sociale. Il male non era più nell’uomo, ma nella società. Egli apriva così alla politica una carriera sconfinata, perché il suo scopo a questo punto diventava quello di eliminare il male dalla Terra, modificando radicalmente le condizioni della vita sociale umana, collocando l’origine di tutti i delitti umani nel dominio. Essere russoniani vuol dire poter sempre risalire al delitto originale e di questo pensiero restiamo oggi ampiamente debitori. Gli Stati Uniti – l’“Impero”, come dice Toni Negri – dominano il mondo e l’origine del crimine dell’11 settembre è questa stessa dominazione. L’ideologia – è un’applicazione del principio di ragione sufficiente - assorbe il delitto reale nel delitto originale. In questo modo è possibile, ribaltando la situazione, fare delle vittime i colpevoli. La tendenza spontanea dell’ideologia è di dividere gli esseri umani in due categorie: da un lato coloro che agiscono, responsabili dei loro atti e quindi accusabili; dall’altro coloro che reagiscono, la causa dei loro atti rimane esterna a loro stessi e sono dunque innocenti. Essi godono dell’immunità del prefisso “re-”: réaction, résistence, rébellion, révolte (reazione, resistenza, ribellione, rivolta). La sociologia dominante oggi s’inscrive nel quadro di questa distribuzione russoniana dei ruoli e spiega le azioni umane attraverso il loro contesto. Il rifiuto ideologico di un certo numero di realtà non era ispirato da qualche volontà di potere, ma precisamente dal principio russoniano del delitto originale. Questo principio ha alimentato certamente il marxismo, ma è in grado di sopravvivergli: ecco perché, dopo molti anni dal crollo del Muro, siamo ancora soggetti alla tentazione dell’ideologia. Abbiamo la tendenza a erigere sistemi che in qualche modo integrino, assorbano ciò che li contraddice. C’è una straordinaria resistenza dei sistemi ai fatti finiti. Tuttavia, essa potrebbe rimettere in questione e attenuare la forza dei sistemi, la loro pertinenza e introdurre un principio morale. I sociologi, per esempio, negano la realtà della violenza nelle periferie, o l’attenuano, e sono convinti sia di ricercare la verità, che di conoscerla. E oggi, il pensiero sistematico, in qualche modo, nega il male, o meglio, il male a un certo stadio sociale. Si parla di peccato originale nel senso di crimine originale. C’è un crimine dell’ineguaglianza, ci sono le oppressioni sociali, gli oppressori e gli oppressi, che non fanno altro che mettere in rilievo la violenza. Dunque, questo pensiero sistematico è tanto più difficile da combattere, quanto più è simultaneamente convinto di essere il pensiero più coerente, più giusto, quello che vede più lontano. Così, i sociologi conoscono i risultati, prima ancora di aver realizzato delle ricerche. Ideologia e politica Una caratteristica dell’ideologia è la sua incapacità di contare al di là del numero due. È lo schema dell’alternativa unica. Prendiamo il problema ebreo: in un universo costituito e spopolato dalla memoria, ci sono da un lato gli ebrei e dall’altro i nazisti. Ed ecco che gli ebrei d’Israele, o i Sionisti, finiscono per essere accusati di occupare il posto dei nazisti, perché la memoria ha ridotto la pluralità umana a questa esclusiva opposizione binaria. È molto difficile vivere oggi per gli ebrei, in Israele o fuori da esso, a causa di questo odio riduttivo. Gli ebrei sono accusati di non essere più ebrei e vengono condannati esattamente per aver abbandonato la loro identità, la loro “alterità”. Lo sforzo deve essere quello di sottrarre questo conflitto all’ideologia, per restituirlo alla politica. La seconda Intifada, a differenza della prima, è stata la reazione a una proposta di pace. A Camp David i palestinesi hanno risposto con un’Intifada che non è stata una rivolta di pietre, ma una rivolta armata. Questo ha reso sgomenti i sostenitori della pace nel campo israeliano. Israele oggi non è un Paese conquistatore, è un Paese disperato, convinto che tutto sia stato tentato e che nulla possa ormai servire. Con questo non voglio dire che l’attuale politica israeliana non sia criticabile, ma strappare il conflitto israelo-palestinese all’ideologia per restituirlo alla politica significa rendergli la sua singolarità di avvenimento, uscire dal cliché binario: non c’è la potenza da un lato e la sofferenza e l’innocenza dall’altro; i palestinesi non sono gli ebrei di Israele. Ci si può opporre a una certa politica, senza ricadere nell’ideologia e nel suo manicheismo. Il desiderio di controllo totale della realtà: Prometeo Possiamo tuttavia chiederci se l’uomo moderno sia animato da ideologia irrazionale o da idee ragionevoli. Ciò che lo anima, in verità, è un desiderio - che ha una sua grandezza - di controllo totale della realtà. Esso si esprime attraverso il “principio di ragione”, la speranza di una coincidenza tra reale e razionale. Non bisogna criticare troppo in fretta questo movimento, se fossimo radicalmente antimoderni sarebbe anche questa una forma di ingratitudine. Questo desiderio, che si esprime ad esempio nella formula “scientia propter potentiam”, la scienza per il potere, ha come finalità un miglioramento delle condizioni umane. È la figura di Prometeo, colui che non si rassegna mai. I comfort di cui godiamo oggi e l’allungamento della vita sono cose di cui siamo debitori al movimento moderno. Dunque, alla base della modernità c’è una sorta di risentimento contro il mondo così come è donato e nei confronti del dato. Oggi, tuttavia, rischiamo di vivere in mezzo ai nostri “prodotti”. Si dice per esempio di un contadino, che è un “produttore” di suini: è la ricaduta nel linguaggio di un potere demiurgico, moltiplicato dalle nuove tecnologie. Allo stesso modo stiamo diventando sempre più capaci di “fabbricare”, di “produrre” i bambini. Hannah Arendt ha fatto della nascita il paradigma ontologico dell’evento. Ricorda, in questo straniamento della condizione dell’uomo moderno, la formula biblica «un bambino per noi è nato», dandone una sorta di traduzione secolare, laica: il bambino è un miracolo. Avvertiamo che l’utopia ipermoderna sta avendo la meglio sui miracoli. L’uomo è destinato a vivere in mezzo ai propri prodotti, o può ancora riconoscere ciò che è dato? Credo che dobbiamo sentirci invitati a questo tipo di conversione, di cui la poesia ha sempre parlato. La poesia è sempre rendimento di grazie e ha mantenuto una voce impalpabile in mezzo ai nostri exploit tecnologici, che dovremmo essere capaci di intendere prima che sia troppo tardi. Che siamo atei o credenti, credo che dovremmo essere d’accordo su questo: l’uomo non deve credersi Dio. L’iper-prometeismo è in qualche modo questo. Allargare la ragione Un cattivo uso della ragione porta a sottomettere al medesimo criterio la pluralità umana, la realtà naturale. Un corretto uso della ragione ridà onore a ciò che i greci chiamavano phroenesis: ritrovare lo sforzo di una ragione pratica, adattata alla singolarità dei casi. Uno dei problemi della modernità è, in nome di una concezione limitata, quello di aver dimenticato la saggezza pratica e averla relegata come forma di esercizio alla letteratura. Per questo, nel mio lavoro, accordo ad essa grande importanza, perché è ancora attenta agli individui, alle sfumature, agli avvenimenti e alla pluralità. Oggi c’è una società sentimentale alla quale un autore italiano, Vattimo, accorda una grande importanza, riprendendo la visione storica di Gioachino da Fiore, secondo il quale dopo il regime della legge e quello della fede, siamo nel regime della carità; massima lontananza dunque dal giudaismo. E, sempre secondo Vattimo, in un Europa disincarnata dal cristianesimo, il cuore sarebbe in un certo modo la “carità”, una sorta di puro amore. Gli europei dovrebbero fare da copertura l’uno all’altro e la vera carità - in questo raggiunge Derrida - non sarebbe offrire qualcosa a qualcuno, ma lasciarlo essere ciò che è. Questa è la tentazione dell’Europa: non importa quale sia stata la nostra cultura, non dobbiamo considerarci ereditieri di essa, ma dobbiamo fare il vuoto in noi, per meglio accogliere ciò che arriva. L’amore dunque inteso come tolleranza, deve prendere il posto delle culture d’appartenenza. Ed è questa “cattolicità” del cuore che tenta di divenire in qualche modo il nuovo programma europeo. Il dialogo inteso in senso autoreferenziale fa a meno delle differenze religiose e ha in questo la propria finalità. C’è l’impressione che le religioni si mettano insieme, che sorga la pace, poiché, in fondo, le religioni hanno tutto in comune, mentre la realtà è in autentica disarmonia. In nome della ragione occorrerebbe mettere in moto un dialogo autentico, non tanto nel senso del sentimento autentico che l’animerebbe, ma cercando di rilevare le vere differenze tra una religione e l’altra. Si considera che l’autenticità del sentimento possa evitare il contenuto nei dialoghi: ma bisogna sapere a cosa si crede, quali siano i principi, quali i testi conosciuti e le idee di Dio. Le relazioni possono cominciare solo da qui. Conversazioni tenute presso il Centro Culturale di Milano, redatte e tradotte da Flora Crescini.
Ragione, ideologia, realtà
di Alain Finkielkraut / Docente di Cultura generale e Storia delle Idee, Ecóle Politechnique
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