Cosa significa “aver ragione”? Avere ragione: un’espressione come questa può suonare arrogante. Affermando di “aver ragione”, di solito, si pretende di troncare una discussione. Il termine “ragione”, qui, racchiude il significato di “essere nel vero”, di “essere nel giusto”. E se la querelle si inasprisce ulteriormente, c’è chi conclude aggiungendo “punto e basta”, con decisione, quasi intuendo che, se è necessario un intervento così tranchant, qualche ragione la possiede anche l’altro interlocutore. Un senso dell’“aver ragione” come il precedente è molto limitato, poiché circoscritto a un ambito ben preciso, come quello di una discussione: infatti, si può avere davvero ragione in un frangente, ma si può, paradossalmente, avere torto per tutto il resto della vita. Eppure anche questa è dimostrazione di una grandezza dell’uomo, che altri esseri non condividono e di cui non tutti riescono ad avere piena consapevolezza. In contraddizione con l’impulso di chi non ragiona, o con l’intenzione di chi vorrebbe razionalizzare, ma si trova in uno stato d’animo che gli sottrae lucidità. La “ragione” nel significato appena descritto testimonia solamente una facoltà dell’uomo, pur nobile, quella di saper giustificare ciò che afferma o ciò che fa. Il significato più autentico di “ragione”, invece, è quello di ragione in quanto orizzonte privo di limiti, e di strumento che, se posseduto e utilizzato correttamente, rende l’uomo una persona, in grado di passare dal pensiero all’azione sulla base di coordinate che non mutano, pur nella varietà dei comportamenti. Passaggio fondamentale nel percorso di maturazione di un uomo è l’impiego della ragione in questo secondo senso, dunque alla luce della propria coscienza. Senza la guida della coscienza, la ragione è come depauperata, e tende a coincidere al più con l’episodica affermazione del proprio punto di vista, come ad esempio in una contesa verbale. Illuminata dalla coscienza, al contrario, la ragione si sublima, e può - anzi dovrebbe - essere estesa a tutti gli ambiti della vita. In questo modo si creano i presupposti per il compimento pieno della persona I presupposti di un confronto intelligente Fede e ragione, un binomio che la storia del pensiero ha sempre interpretato come antitesi e che invece va inteso come unità, poiché non si ama ciò che non si conosce, e ancora credo per comprendere, comprendo per credere. Queste due “sentenze”, che paiono così altisonanti, in realtà si calano bene nella realtà quotidiana, in quanto si crede in quello che si fa, che si pensa, che si propone. Un confronto intelligente (nel senso di intus legere ovvero leggere dentro alle cose) tra persone (si tratti di colleghi, sposi, amici, conoscenti…) presuppone la fede e la ragione. Fede e ragione condizionano le azioni più semplici della vita e di conseguenza anche le più importanti e solenni. Credo e penso, dunque faccio parte della Chiesa e accetto il Magistero della Chiesa, la parola del Papa, le sue esortazioni. Non mi confeziono una fede su misura; ciò è contro la ragione, manifesta solamente la propria superbia. La ragione sa adattarsi, sa riconoscere razionalmente che vi è qualcosa che le va oltre e la corona, la fede. Fede è credere oltre l’apparenza. Che merito abbiamo se crediamo esclusivamente in ciò che vediamo? Ma allora fede e ragione come fanno a incontrarsi? Fede e ragione sono i due volti dell’intelligenza (intus legere) dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio e dunque in possesso di una struttura che contempla entrambi. Non è un “mistero” che Benedetto XVI ritenga una delle sfide culturali più importanti in questa fase storica l’armoniosa relazione tra fede e ragione. Non a caso, il Santo Padre porta l’esempio di Tommaso d’Aquino (1225-1274), capace di offrire un «valido modello di armonia tra ragione e fede, dimensioni dello spirito umano, che si realizzano pienamente nell’incontro e nel dialogo tra loro». Citando colui che è considerato da molti il filosofo e teologo più importante del Cattolicesimo, ha spiegato che «la ragione umana, per così dire, “respira”: si muove, in altre parole, in un orizzonte ampio, aperto, dove può esprimere il meglio di sé [...]. Quando invece l’uomo si riduce a pensare soltanto ad oggetti materiali e sperimentabili e si chiude ai grandi interrogativi sulla vita, su se stesso e su Dio, si impoverisce». Ecco allora che, se addomesticata dalla coscienza, la ragione diviene un complesso di virtù, luce-guida in ogni aspetto della vita. La ragione nei vari ambiti di vita Nel lavoro, ad esempio, la ragione, se condensata nel pensare rettamente, nel profondere il massimo dell’impegno nelle proprie attività, non porta che a fare cose buone. Si ricordi la rettitudine di Tommaso Moro, uomo di governo e di lettere che rimase fedele alla sua coscienza fino alla morte. Le sue lettere rivelano un impiego della ragione supportato da una forte coscienza morale, che nulla avrebbe potuto stravolgere. In famiglia, l’impiego della ragione è imprescindibile. Qui il tema che affiora immediatamente è che le famiglie vanno in pezzi, anche quelle che sembravano solide e fondate su valori saldi; ci si domanda, in questi casi, se si sia perso il lume della ragione... Ad ascoltare i racconti di chi vive l’esperienza di una famiglia in difficoltà sembra che il principale problema non sia la capacità di ragionare, di confrontarsi tra coniugi, tra genitori e figli, tra fratelli; si è soliti dire che “la vita frenetica di oggi non lascia il tempo per pensare, per ragionare, per dialogare”. Difficile dire se si tratti di una scusa di comodo o di una reale incidenza della fatiche della vita moderna, con uomini e donne impegnati fuori casa tutto il giorno e l’educazione dei figli delegata ad estranei. È però un dato di fatto. Credo fermamente che anche le giovani coppie abbiano valori, coscienza e siano animati dai migliori propositi; entrano però in un meccanismo sociale dentro il quale tante barriere sono cadute, dove tutto sembra essere lecito nella costituzione di un nucleo familiare, e al di fuori del quale vi è un mondo brulicante di distrazioni, che porta a dedicare il poco tempo di cui si dispone a cose non utili. I genitori vivono una vita frenetica, mariti e mogli sono sopraffatti da priorità diverse da quelle educative, di coppia e sui figli. La ragione, correttamente impiegata, dovrebbe spingere a massimizzare le occasioni di dialogo, cogliendo spiragli qualora si aprano, non serrandoli. L’uomo vive appieno la propria esistenza se riesce ad essere protagonista anche al di fuori dell’ambito familiare, dove si alimentano anche i rapporti di conoscenza, quelli fondati sull’amicizia. La ragione mi porta a vedere nell’altro il prossimo, i saldi principi morali mi fanno considerare l’amico come un bene prezioso, non da sfruttare, non da tradire, ma da tenere accanto per creare una comunione. La ragione individua nel prossimo un bene da cui attingere e a cui dare, soprattutto negli ultimi tempi in cui episodi di bullismo, sordidi ricatti, miseri giochi con telefoni cellulari sviliscono i rapporti al punto di minare le fondamenta stesse dell’amicizia. L’amico vero è invece, come recita il vecchio adagio, un tesoro, può essere àncora di salvezza nel momento del dolore, spalla su cui piangere, presenza con cui gioire. Il problema è che oggi, e studi approfonditi sembrano confermarlo, siamo al centro di relazioni impostate su una fiducia concessa “a scadenza”, condizionata. Quello della fiducia è un tema forte, trasversale a tutti gli ambiti: casa, lavoro, amicizia. La ragione ci suggerisce di concedere al prossimo una fiducia incondizionata; al coniuge, ai figli, agli amici, al collega di lavoro è il regalo più grande che possiamo fare; una fiducia che va messa alla prova, ma al contempo offerta totalmente, nell’istante in cui la si concede. Ragionevolezza delle scelte Per saper donare la fiducia, occorre probabilmente avere sperimentato quella che deriva dall’avere Fede. Per questo motivo Giovanni Paolo II ha voluto dedicarvi un’enciclica, intitolata appunto Fides et ratio. Secondo il Vescovo di Roma, «lo sviluppo moderno delle scienze reca innumerevoli effetti positivi, che vanno sempre riconosciuti. Al tempo stesso, però, occorre ammettere che la tendenza a considerare vero soltanto ciò che è sperimentabile costituisce una limitazione della ragione umana e produce una terribile schizofrenia, ormai conclamata, per cui convivono razionalismo e materialismo, ipertecnologia e istintività sfrenata. È urgente, pertanto, riscoprire in modo nuovo la razionalità umana aperta alla luce del logos divino e alla sua perfetta rivelazione che è Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo»: questo è il monito del Papa. Ecco la differenza tra ragione e razionalità: la seconda presuppone un’attribuzione di fiducia legata al conseguimento di un obiettivo, ed è sempre sottoposta a verifica: sono un segno dei tempi i contratti di lavoro a termine, a progetto i quali, a prescindere dalle formalità sindacali, rivelano forse un retropensiero sulla precarietà, intesa come possibilità di abbandonare la propria attività nel momento in cui nascono le insoddisfazioni. E, probabilmente, influenzati in modo occulto da questo pensiero, anche le famiglie vivono la precarietà nella logica del potersi dividere, non in quella di compiere ogni sforzo per restare unite. La ragione dunque è quell’elemento fondamentale che dovrebbe guidare nelle scelte, anche quelle di forte impatto emotivo, perché la ragione non esclude i sentimenti, anzi. La razionalità invece sì, li esclude. Non concede fiducia cieca; solo l’amore sa concedere fiducia ciecamente. La ragione quindi deve aiutarci a compiere il primo passo, quello fondamentale, quello da cui scaturiscono le scelte importanti: all’interno del matrimonio, nell’essere genitori, nell’improntare il lavoro a certi principi, nel dare importanza alle amicizie vere. «La fede suppone la ragione e la perfeziona, e la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per elevarsi alla conoscenza di Dio e delle realtà spirituali», dice il Papa. «La ragione umana non perde nulla aprendosi ai contenuti di fede, anzi, questi richiedono la sua libera e consapevole adesione». Secondo il Papa, la «sintesi cristiana tra ragione e fede […] per la civiltà occidentale rappresenta un patrimonio prezioso, a cui attingere anche oggi per dialogare efficacemente con le grandi tradizioni culturali e religiose dell’est e del sud del mondo». Benedetto XVI auspica che «i cristiani, specialmente quanti operano in ambito accademico e culturale, sappiano esprimere la ragionevolezza della loro fede e testimoniarla in un dialogo ispirato dall’amore». Anche le relazioni a livello mondiale possono trarre beneficio da un nuovo modo – anzi antico – di impostare i rapporti con le persone, a partire da quelli che si coltivano in famiglia, nel luogo di lavoro, nella cerchia dei propri amici. Con coraggio e speranza.
I due volti dell’intelligenza
di Giuseppe Guzzetti / Presidente della Fondazione Cariplo
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