Il desiderio di ampliare la propria conoscenza Nell’autunno del 1958 mi iscrissi al corso di laurea in Fisica presso l’Università di Firenze dopo aver frequentato il liceo classico e superato l’allora severo esame di maturità. Eravamo circa quaranta matricole, per lo più provenienti dal liceo classico. La motivazione che aveva mosso i più verso un corso di laurea non professionale era stato il desiderio di ampliare la propria conoscenza del mondo naturale attraverso il metodo scientifico, le cui potenzialità avevamo ben presenti, non solo per aver avuto ottimi insegnanti nelle materie scientifiche, ma anche per gli studi classici, filosofici e storici fatti. La realtà ci affascinava, sia quella infinitamente grande dell’universo sia quella infinitamente piccola dell’atomo, e volevamo conoscerla meglio: la fisica ci appariva come lo strumento più idoneo a soddisfare la nostra curiosità. Peraltro, ciascuno di noi era impegnato anche nella realtà sociale o religiosa e partecipava ad attività sportive, culturali, attraverso le numerose forme associative in cui si articolava allora la vita giovanile. Eravamo consapevoli e orgogliosi della responsabilità che avremmo avuto da “grandi” nel processo di organizzazione e crescita della società. Ci era estranea la limitazione dell’uso della ragione alla dimensione meramente empirica della realtà: per noi i rapporti umani, i sentimenti, le emozioni, le esperienze di vita erano parte integrante della nostra formazione, della nostra crescita e quindi del nostro diventare adulti, cioè capaci di ben governare i nostri comportamenti e di mettere la nostra volontà al servizio della ragione. Per noi quindi, razionale e ragionevole erano sinonimi di vero, di buono, di costruttivo, così come irrazionale, irragionevole erano sinonimi di falso, di negativo, di distruttivo. L’allargamento della ragione, habitus necessario Come fisico nucleare sperimentale e membro attivo della comunità scientifica internazionale ho lavorato in Italia e all’estero, ho frequentato colleghi di Paesi, lingue, religioni diverse e posso quindi testimoniare come la diversa estrazione sociale e formazione culturale non abbiano mai influito sui rapporti sia personali che scientifici. Anzi, l’incontro e il dialogo tra “diversi” ha arricchito le singole persone educandole al rispetto e alla tolleranza. Chi lavora nel campo della ricerca scientifica, in particolare chi fa il ricercatore sperimentale e opera cioè in laboratorio, fa misure e confronta i risultati con modelli o teorie, giudica la realtà che egli studia vera e razionale, cioè regolata da leggi che sono comprensibili dalla nostra ragione. Se la natura fosse organizzata in modo irrazionale sarebbe infatti illusorio e inutile cercare di studiarla con gli strumenti della nostra razionalità. Certo, lo scienziato deve usare la ragione in modo corretto, per esempio non deve piegare i risultati di una misura alle esigenze di un suo modello o di una sua teoria o, peggio ancora, a un suo personale interesse. Lo scienziato è, come tutti, un uomo con pregi e difetti e quindi con l’esigenza di un’etica professionale e deontologica. È, per esempio, spesso sottoposto alle pressioni del politico che chiede certezze che la scienza non può dare, oppure a quelle di lobby economiche che gli chiedono di presentare la realtà in modo parziale o finalizzato a fini specifici. L’uomo di scienza non può quindi fare a meno di principi etici ai quali fare riferimento, sia quando fa ricerca, sia quando interagisce col mondo esterno. Perciò l’uso della sua ragione non può essere limitato alla sola conoscenza di ciò che è misurabile. L’allargamento della ragione diventa per lui un habitus necessario, non solo per svolgere in modo corretto, la propria attività ma anche per vivere pienamente la propria identità di persona. L’influenza della formazione filosofica e religiosa La storia della scienza ci mostra, peraltro, come spesso la formazione filosofica e anche religiosa abbia inciso sulla creatività di molti illustri scienziati. Infatti in Occidente lo sviluppo delle scienze naturali è stato spesso accompagnato da idee fondamentali che derivavano dalla tradizione giudeo-cristiana. Per esempio, Michael Faraday1 affermava in una conferenza tenuta nel 1854 alla Royal Institution: «Eppure anche nelle questioni terrene io credo che le cose invisibili di Lui si vedono chiaramente nella creazione del mondo, perché per mezzo delle cose che Egli ha fatto si comprendono anche la Sua potenza eterna e la Sua divinità» e concludeva in una sua opera «queste osservazioni [...] sono così immediatamente connesse nella loro natura e origine con la mia vita di sperimentatore che ho ritenuto che la conclusione di questo volume non sia un luogo poco adatto per riprodurle». Come Faraday, anche James Clerk Maxwell2 fu scienziato e uomo di fede convinto che le caratteristiche fondamentali della natura che egli si sforzava di portare alla luce avevano a che fare con il modo in cui erano state create da Dio. In effetti, fu importante l’impatto che ebbero sia su Faraday che su Maxwell la teologia e la filosofia realistica scozzese (essi appartenevano ambedue alla Chiesa Riformata Scozzese). In particolare acquisirono fin dalla loro formazione giovanile la nozione di contingenza del tempo e dello spazio e della loro natura dinamica e relazionale. Tale nozione, che si distingue da quella aristotelica di un tempo e di uno spazio assoluto, ha reso possibile lo sviluppo della fisica moderna con l’introduzione del concetto di campo e di relatività e il superamento faticoso della visione meccanicistica dell’universo, visione figlia della dottrina medievale di Dio concepito come motore immobile e del tempo e spazio intesi come realtà assolute. L’autolimitazione della ragione, vincolo allo sviluppo scientifico L’autolimitazione dell’uso della ragione alla sola realtà empirica, caratteristica del nostro tempo, è nata in particolare dai successi della tecnica, che hanno indotto nell’uomo la convinzione di poter tutto spiegare con la scienza e con la tecnica. Non è quindi l’esigenza dello sviluppo scientifico che ha portato alla limitazione della ragione, cioè al positivismo e all’attuale integralismo scientifico, bensì la presunzione di riuscire con la scienza a governare i comportamenti degli uomini e a rispondere alle domande di senso che ciascuno di noi si pone. La scienza per progredire ha utilizzato anche concetti metafisici (simmetria, unitarietà, semplicità, ecc.), filosofici e teologici. Possiamo quindi ritenere che l’attuale autolimitazione della ragione possa diventare in alcuni casi anche un vincolo allo sviluppo scientifico. Oggi ciò è ancora più vero che nel passato. Per esempio, nel campo delle scienze della vita per spiegare molti fenomeni della realtà biologica è necessario introdurre il concetto di finalità. È evidente nelle piante, negli animali e nell’uomo un’organizzazione finalizzata alla conservazione e riproduzione della vita. L’estensione del campo d’indagine da parte della ragione, cioè la sua apertura verso ciò che trascende il deterministico e l’empirico, è utile allo sviluppo della scienza e risulta necessaria per la crescita etica di ogni uomo. Gli sviluppi della tecnologia, resi possibili dalle crescenti conoscenze scientifiche richiedono, per essere gestiti a vantaggio dell’uomo e nel rispetto del valore primario della sua dignità di persona, una maggiore consapevolezza e coscienza etica. Fa quindi riflettere l’affermazione che Benedetto XVI, nella sua lezione a Ratisbona, ha ripreso da Manuele II il Paleologo (1350-1425) e cioè «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio»3 e quindi dell’uomo, dove “ragione” è la ragione aperta, cioè non chiusa solo sul misurabile. Oggi, per superare l’emergenza educativa che è sotto gli occhi di tutti è necessario, in particolare nella scuola, rinnovare i processi formativi mirando a un equilibrio alto tra materie tecniche, scientifiche e umanistiche, recuperando una concezione unitaria della persona umana in tutte le sue dimensioni, incluse quelle spirituali, così come abbiamo sperimentato noi negli anni lontani del liceo classico.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Michael Faraday (Newington Butts 1791 - Hampton Court 1867). Fisico e chimico britannico ha contribuito alla ricerca nel campo dell’elettromagnetismo e dell’elettrochimica. Tra le sue invenzioni si conta anche il becco di Bunsen, mentre tra le sue scoperte si annoverano la legge di Faraday e l’effetto Faraday. 2 James Clerk Maxwell (Edimburgo 1831 - Cambridge 1879). Fisico scozzese, elaborò la prima teoria moderna dell’elettromagnetismo partendo dalle basi gettate da illustri scienziati, tra cui Michael Faraday e André-Marie Ampère. 3 Manuel II Paleologo, Entretiens avec un musulman. 7e Controverse, introduzione, testo critico, traduzione e note di Théodore Khoury (Sources Chrétiennes n. 115), Les Editions du Cerf, 1966.