Quadrimestrale di cultura civile

Arte, ragione in atto

di Davide Rondoni / Poeta

Come se ci fosse altro da fare. Dico: come se ci fosse altro da fare che stare qui, dove la vita avviene e continuamente, fortemente e sottilmente si presenta, per guardarla negli occhi, e dire: non andar via. Non fanno così coloro che amano? O coloro che, sperdutamente, la inseguono e agli occhi solo in certi istanti si abbeverano? Cosa è vivere da protagonisti se non avvertire continuamente il protagonismo della vita nella vita? Come di qualcosa che urge e rompe il sipario nella scena visibile, una presenza invisibile e che però s’impone? Me ne fotto di coloro che pensano che ragione e arte siano divisi, incomunicanti, due mondi. Non sanno di cosa parlano. Non sanno cosa è la ragione e non sanno cosa è l’arte. Arte e ragione sono le scimmie che secoli di riduzione a razionalismo dell’una e di sentimentalismo dell’altra hanno prodotto. Secoli, o meglio secolari marchingegni di potere, perché il tempo, oh invece il tempo conferma e riconferma che loro due, l’arte e la ragione sono sorelle a cui scorre un sangue comune nelle vene: il sangue della visione. Invece costoro che le vogliono divise e invise, tengono le due scimmiette addomesticate, le fanno blaterare e poi scontrare, tra il ludibrio dei presenti, che sonnecchiando ormai ripetono stancamente: oh, l’artista un irrazionale… San Tommaso diceva che l’arte è ragione in atto. Gli faceva eco ottocento anni dopo o giù di lì Flannery O’Connor, gran scrittrice del Sud degli Stati Uniti. E più sottile e più splendente, se così si potesse dire, il vecchio “zio” di noi allora giovani poeti italiani che negli anni Ottanta non ci rassegnammo a una poesia post avanguardistica o spentissima - Piero Bigongiari, il poeta che dedicò al dito che scrive in terra di Gesù un libro oscuro e forte. Diceva: la poesia è una scienza nutrita di stupore. E allora cos’altro c’è da fare mi ridico, vagando oltre i miei quarant’anni già tra molti libri e paesi disseminato, e già tra molti figli indebitato, cos’altro se non stare qui a guardare il presentarsi della vita, del suo segreto e provare come un niente di bimbo o di ragazzetto del coro a muovere le labbra e i precordi di voce per mugugnarne, sillabarne, mormorarne la musica intesa in quel ritmo di caduta d’oceani e precipizi di luce, di profili che si voltano nell’aria e di treni, insomma questo andamento di mondo o anche nella stasi questa presenza della vita nella vita? È ragionevole tutto questo? È conveniente? È civile? Al premio Nobel Josip Brodskij gli scherani di Stalin chiedevano: «Qual è il suo mestiere?» «Il poeta». Non gli credevano: «Che mestiere fa?» E lui: «Il poeta». E a che serve la poesia si sarebbe chiesto anche lui, come tutti, mentre andava a ritirare il lautissimo premio. A salvare il “volto non comune”. La dignità del singolo, la unicità di ogni personaggio e di ogni lettore. Non solo la ragione della libertà ancora una volta si trovava opposta attraverso tanta parte della letteratura e della poesia, ai tempi del giovane poeta, contro le pretese totalitarie – come avviene anche oggi, ma in altro più subdolo contesto di totalitarismo sentimentaloide. Era anche, nella opposizione alla politica ecc., un elemento che richiamava anche l’ultimo dei poeti ad avere come ragione per l’arte il “volto non comune”. Quando iniziai a scrivere poesie più inevitabilmente di quanto fanno quasi tutti, mi ritrovai davanti gli esempi di Mario Luzi, di Giorgio Caproni, di Giovanni Testori e di altri, la cui umanità mi persuase che non si stava facendo, scrivendo poesie, una cosa da matti, ma una cosa dentro il tessuto del mondo, del cuore e della storia. Sarebbe stato ragionevole, cioè umano, mentre gli amici diventavano professori, medici, avvocati, mariti, preti, diventare quella figura senza biglietto da visita e senza pudore, come un punto scoperto del mondo, un fiore di peste o una canzone: un poeta. Su quelle orme, e a quelle in lontananza di Rimbaud, Baudelaire, Leopardi, e giù fino a Dante, sarebbe stato ragionevole dare la propria vita alla poesia, ed essere poco o tanto che avesse voluto il destino, protagonista della mia vita con la voce della poesia. Non una scelta, ma un destino. Accettato, con tutte le fatiche, di ogni genere, che comporta. E ancora oggi e più largamente vivo quell’inizio. Gli anni non hanno chiarito perché io abbia fatto questa strada d’arte e vagabondaggi d’anima e, che so, mio fratello, certamente più dotato di intelligenza, no. La ragione in atto, la ragione in atto… Aveva ragione Tommaso. E la sua lettrice Flannery O’Connor infatti rispondeva a chi le obiettava: ma come fai ad essere, nel Novecento, una artista e una cattolica? «Proprio perché sono cattolica non posso che essere un’artista». Ragione in atto… La cattolicità della ragione, ovvero dell’apertura all’esistente, che diviene azione e visione. E il mistero dell’Incarnazione al centro dello sguardo, come punto della messa a fuoco, come elemento che rivela il nesso, il legame tra il particolare e l’infinito. Senza cercare, intendere, sentire questo legame tra particolare e infinito, il mondo e la vita non possono mai divenire oggetto di una visione. Ogni particolare, irrelato, resterebbe posato come oggetti o gesti casualmente entrati in scena e buttati sul palco. Non a caso Paolo, il santo nervoso e tenerissimo, usa la metafora della scena, e quasi supplica che questa scena passi. Per rivelarne un’altra, definitiva. In una scena teatrale, infatti, ogni presenza è vista e proposta in relazione con l’intero spazio e l’intero svolgimento del tempo. Tale relazione permette che si abbia una visione. L’uomo di oggi, come anticipava Shakespeare, si sente gettato in una scena il cui copione è scritto da un pazzo ubriaco, e dove visione non è possibile, e la scena diviene un incubo. Molti fatti, molte terribili presenze, molti scandali e insopportabili dolori vengono a incasinare la scena. A chiedere di guardare meglio, invece che coprirsi gli occhi, come verrebbe da fare dinanzi a certe cose. Oggi viviamo con gli occhi inseguiti dagli schermi, ci fanno vedere di tutto. Anche gli artisti provvedono a questo inseguimento, ma non c’è visione. Anche il poeta Wojtyla negli stessi anni, in un poemetto in prosa, che dialoga sulla materia della vita, conclude che certamente l’uomo contemporaneo necessita di molte cose, ma soprattutto manca di “visione”. E di mancanza di visione parlavano negli stessi anni, pur se lontani tra loro, anche poeti come Alvaro Mutis, Jorge Luis Borges, Mario Luzi… Per me il problema del protagonismo della vita ha questa radice e questo orizzonte. Gallerie, uomini Mi compri le Diana, mi compri le Diana - Lo incontro perché ho venduto la macchina, nemmeno più l’abitacolo a ripararmi nei viaggi, sto nelle hall, maree. Nelle gallerie fino ai binari ci tocchiamo, corpi che non chiedono scusa occhiate spine e roseti nei tunnel date da ignoti che dopo un istante tornano ignoti Le Diana, mi compri non ha denti, le chiede, è anziano, simpatico, perso. Laghi lontani, fermi negli sguardi fissi ai display. Ombre che si curvano e si tengono il braccio. Dicono che il mondo è armonia, fusione. - Sì, ma paritaria dura, qui si perdono scaglia a scaglia, struscio di calce molecolare, gioia e pena, non chiedono scusa urtandosi per le scale. magri, errori in viso o bellezze fuggitive, mi compri le Diana ha ormai quella sola litania la mia immagine e somiglianza, come lei quando dice amore portami via e io non so più dove guardare - - Se mi volto nel tunnel 36 E cosa vedo, un misterioso affresco o la rapidità dell’ossido la sua divorante fioritura ? Figura umana, estrema e varia, mai fissata dai legislatori, grondi orrori apparendo nei cunicoli tra neon e piastrelle, e desiderio e favore del cielo, superbia e disperanza, avanza in questi tunnel o altipiani in un viaggio che forse è ritorno, in un notte che non oscura tutte le vetrate del giorno. (da Apocalisse amore, Mondadori) Quale diavolo è la mia visione ? Non intendo naturalmente la costruzione di un sistema filosofico o di un canone stilistico-letterario: ma il fuoco del guardare. Cosa vedo quando vedo i volti dei miei figli, o nel tunnel la gente che avanza, o in chi mi ferma per chiedermi mendicando una sigaretta… Cosa vedo quando vedo qualcosa… Ne ho parlato in un poemetto sul pittore Lorenzo Lotto, letto a Bergamo. E in questa poesia, che nacque tra la folla di Grand Central Station a New York e in altre mille e mille atrii di stazioni, tunnel, scale… Del resto il Meeting 2008 intitola «Protagonisti o nessuno», da una frase di don Giussani. Il quale pone l’alternativa netta. E non tra protagonisti e comprimari, tra protagonisti e comparse… No, l’alternativa al protagonismo di vivere con una visione che lega il particolare e il tutto è il niente. L’annientamento dell’umano, per via tragica o, più facilmente come vediamo, e come avevano previsto il grande Baudelaire e Eliot, per via di noia e lamento. Il protagonismo appartiene come possibilità anche a chi sulla scena del mondo è poco più che una comparsa - e non lo siamo tutti? anche dei più famosi e onorati cosa resta? il cartello di una via… E l’esser nessuno è anche di chi pensa d’esser “qualcuno”. La visione è il segno d’esser protagonista. È l’azione del protagonista. Nel cui sguardo c’è la possibilità di un’azione, anche per tutti gli altri, grazie a questo misterioso connettersi di infinito e finito, di già e non ancora, a questa ragione in atto... Così che si può andare in scena, sentendo urgere un’altra scena. La ragione in atto degli artisti, per quel che riguarda la mia poca e miserevole esperienza, di cane che insegue la grandezza di parole che dicano la vita, e la dicano con il rilievo che merita, ecco la ragione in atto degli artisti è uno degli antidoti in un’epoca razionalista e sentimentaloide, epoca dove alla spietata cinica ragione che tutto calcola, persino come dev’essere un figlio, affianca la melassa odiosa di un sentimentalismo che tutto eguaglia e confonde. L’arte, richiamando il rilievo che ha la vita davanti all’uomo con gli occhi e il cuore aperti, sarà sempre un aiuto a guardare, a cercare il senso della scena, a starci da protagonisti (chiunque può gustarsi Dante, o Leopardi e guardare con quegli occhi negli occhi) sia che si facciano capriole e grandi tirate sul proscenio, sia che nel’ombra di questi fari passeggeri si stia preparando la materia del sole. L’amore all’inizio e alla fine non è un sentimento ma nel tuo arrivo una furia immobile, occhio dei cicloni, il sogno dello sguardo fossile spaccato sotto l’ambra disporsi delle stelle in aria e sul tuo viso - un giudizio universale ad ogni passo. I sentimenti cambiano, non la lotta tra la vita che cerca la vita e la vita che cerca la morte. Amore, tienimi forte, lo senti? muto urla nelle strade d’Italia e di quel che l’Italia sta diventando tra i lampi del sangue e maleducati camerieri qualcosa che non sa il tuo nome, e come un assassino, né occhi né ieri sfiora e avvelena tutti i nomi del giorno. Ma tu amore all’inizio e alla fine richiama il vento, inventa le vie del ritorno non lasciare deserte di te queste piazze le mani sulle culle, le auto in colonna contro il sole e le poesie e le donne, queste pazze (da Apocalisse amore, Mondadori)