Il bilancio di un’esperienza professionale Qualche mese fa mi è stato conferito un riconoscimento alla “carriera”. Poiché risultava evidente che, per carriera, i promotori del premio intendevano riferirsi a quella di banchiere, io mi posi l’interrogativo se il lungo cammino da me compiuto nell’ambito bancario potesse davvero interpretarsi come una “carriera”. Se per “carriera” si dovesse intendere un iter professionale programmato, ossia un percorso di lavoro progettato e coltivato con appositi studi sin dagli anni giovanili, la risposta nel mio caso non potrebbe che essere negativa. Invero da giovane non avevo mai pensato di occuparmi di banche e finanza. I miei studi e il successivo tirocinio erano stati indirizzati all’esercizio della professione di avvocato: precisamente quel “mestiere” che, integrato dall’insegnamento universitario (nelle medesime materie giuridiche della professione forense), svolsi con passione e soddisfazione per più di venti anni: cioè sino all’agosto del 1982, quando l’accettazione della Presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano rivoluzionò la mia vita. E fu proprio per il timore di una svolta esistenziale né cercata né desiderata che tentai allora, seppure invano, di evitare quell’incarico. Nonostante tutto ciò, se vengo chiamato a tracciare un bilancio della mia vita lavorativa, non posso fare a meno di riconoscere che esiste una linea di continuità professionale tra l’impegno nel campo legale e quello successivo nell’ambito bancario. Anzi, devo persino ammettere che i risultati raggiunti nel secondo periodo hanno rappresentato i frutti più maturi dell’esperienza professionale precedente (certamente quelli che sulla scena pubblica sono stati più conosciuti e apprezzati). Ho richiamato questa vicenda personale perché essa può offrire lo spunto per porre degli interrogativi e sviluppare alcune riflessioni sul tema della professionalità e, più specificamente, sul significato e il valore che può assumere oggi in una prospettiva cristiana la professionalità applicata al mondo dell’economia e della finanza. Che cosa significa per un cristiano operare con professionalità in un ambito, quello odierno dell’economia e della finanza, che appare dominato dall’imperativo categorico della “creazione di valore” ma che nello stesso tempo è anche esposto a rischi elevati? Attraverso quali percorsi formativi si può acquisire il livello di professionalità richiesto per affrontare con successo le responsabilità in tale ambito? L’impegno professionale di un operatore cristiano può essere caratterizzato e contraddistinto, al di là della capacità e della perizia tecnica, da peculiari motivazioni di ordine ideale e morale? Cercherò qui di seguito di offrire alcune possibili risposte a tali quesiti attingendo alla mia personale esperienza. La professionalità rimanda, in senso generale, all’idea di saggezza, intesa nel senso di un operare umano guidato da razionalità, secondo la definizione che Aristotele ne dà nel libro VI dell’Etica Nicomachea1. Essa, secondo il filosofo greco, è «l’abito pratico razionale che concerne ciò che è bene o male per l’uomo». Ma è anche quella saggezza professionale che affonda le sue radici nella concezione weberiana di agire sociale, in quanto intreccio dei diversi fattori – scopo e valori determinati razionalmente, variabili affettive, abitudini acquisite – che determinano l’agire stesso2. Nel mondo moderno si parla di “professione” e di “professionalità” con riferimento a coloro (avvocati, architetti, commercialisti) che hanno alle spalle un percorso di studi e un praticantato compiuto all’interno di ordini professionali. Con il termine “professionalità” può anche intendersi quella sorta di reputazione – un qualcosa che non può essere facilmente misurato e misurabile – che è il frutto di una legittimazione sociale attribuita dalla società e dal mercato3. Professionalità come “sapere” Ritengo che per svolgere in modo approfondito e completo un discorso sulla professionalità si debbano distinguere due profili: quello della professionalità intesa come patrimonio di conoscenze e di esperienze e quello delle motivazioni etiche sottese all’impegno professionale. Per quanto riguarda il primo aspetto mi pare di poter condividere e seguire una schematizzazione che è stata recentemente proposta, secondo cui il “sapere professionale” è la risultante e il compendio di tre principali fattori: il sapere, il saper fare, il saper essere4. Ciò trova puntuale conferma nella mia personale esperienza. Il concetto di “sapere” racchiude in sé l’insieme di conoscenze scientifiche e competenze: al sapere si arriva quindi attraverso l’istruzione e l’educazione. Il “saper fare”, invece, «è l’esito di un processo cognitivo fondato sull’esperienza: un’esperienza realizzata nel confronto quotidiano con il contesto di vita e di lavoro»5. Il saper fare è la capacità di lavorare costruttivamente con altri, di individuare i problemi, di ricercare soluzioni, di apprendere dall’esperienza: in definitiva, è l’accezione del sapere nella sua configurazione ampia di teoria, di pratica e di valore. La professionalità cui ho attinto e che mi è servita affinché i nuovi impegni da affrontare e le nuove responsabilità, pertinenti al settore bancario, non mi trovassero impreparato, era rappresentata da quel patrimonio di conoscenze e di esperienze che avevo accumulato nella precedente attività di studio e di pratica legale. A questo proposito posso aggiungere alcune, forse non banali puntualizzazioni: - la mia formazione e i miei studi di natura giuridica avevano sempre dovuto “convivere”, sin dai tempi dell’università, con gli interessi intensamente da me coltivati in altri campi: segnatamente quello letterario (con una speciale predilezione, quasi una “specializzazione”, per la narrativa russa) e quello storico-politico; - una formazione di base giuridica, ma fortemente integrata e dilatata ad altre discipline umanistiche, si è dimostrata felicemente propedeutica ad affrontare le responsabilità e i problemi connessi alla gestione dell’azienda bancaria che ho guidato per venticinque anni (oggi di rilevantissima dimensione e solidità, ma che in principio versava in condizioni di estrema fragilità, conseguenti alla più grave crisi bancaria del dopoguerra). Considerato il percorso travagliato e i drammatici rischi che si sono dovuti ripetutamente affrontare per difendere e rilanciare l’azienda dopo il fallimento, molte volte mi è risultato più utile contare su una formazione giuridica e umanistica che non su una preparazione scientifico-economica. E, d’altronde, ho già ricordato che l’allora Governatore della Banca d’Italia, per convincermi ad accettare la carica – in quella fatidica sera del 6 agosto 1982 in via Nazionale – non esitò a dirmi che anche alle sue spalle non c’era stato un iniziale percorso di studi in materia economica, ma una laurea in lettere; - la pratica forense, dal canto suo, ha rappresentato il fattore di esperienza, rientrante nella categoria del “saper fare”, che mi ha aiutato ulteriormente a non avvertire il disagio della discontinuità nel transitare ad un impegno operativo – a un “mestiere”, se vogliamo dire – diverso dal precedente. In particolare, l’allenamento mentale al confronto dialettico di tesi e di interessi contrapposti e l’esercizio congiunto di fantasia e di psicologia (quest’ultima rivelatasi sempre una grande risorsa, in taluni casi decisiva), richiesto per condurre con successo le negoziazioni, tanto nella professione forense quanto nei passaggi più difficili e rischiosi delle grandi partite economiche e finanziarie. Un terzo aspetto che, come dicevo prima, concorre alla formazione professionale è il “saper essere”. Nella scelta iniziale e quindi nell’esercizio della professione prescelta si manifesta l’esigenza di ricerca della propria identità. Raccontando come è nata la sua professione di storico, ha scritto Pietro Scoppola, nel suo ultimo e commovente libro-confessione, dove sono registrati con spietata sincerità i pensieri che hanno attraversato la sua mente nelle ultime settimane della malattia: «Per me la scelta non è nata come scelta di una professione, è nata piuttosto come ricerca di un’identità. [...] Viva era l’esigenza di cercare e definire la propria identità culturale e politica e anche di approfondire l’identità religiosa di fronte ai mille problemi e dubbi che il confronto dei cattolici con la democrazia suscitava. Un’identità da ricercare non in solitudine ma nel rapporto con amici più maturi, che avvertivano un’analoga esigenza, e con i grandi del passato. [...] Nella ricerca d’identità fondamentali sono state alcune letture, non solo storiche»6. Così è stato anche per me. La scelta delle professioni che ho esercitato in tempi diversi – senza volermi soffermare qui su quella accademica, che invece ha potuto convivere con entrambe – ha messo in campo ogni volta problemi di identità tutt’altro che ovvi, affrontati e risolti sia nella solitudine che caratterizza sempre le scelte ultime, sia nel confronto con gli amici e le persone più care. Come ho già spiegato, la direzione dei miei interessi giovanili non era infatti univoca: la scelta del diritto scaturì da uno sforzo non semplice di chiarimento su me stesso, sulla mia vocazione, sulle mie attitudini. E non occorre aggiungere che il travaglio si ripropose, con intensità non minore, nel momento di interrompere l’esercizio dell’avvocatura e di abbandonare – seppure soltanto come sede di lavoro, non di residenza familiare – la mia stessa città. Impegno professionale e motivazioni etiche Fin qui ho parlato di professione nella sua dimensione di “sapere”. Resta da considerare quella che potremmo definire una seconda dimensione – altrettanto essenziale – della professionalità: accanto alla dimensione del sapere, quella del “volere”. Il che vuol dire transitare sul terreno dell’etica e della morale, dove si incontra il secondo quesito posto all’inizio, riguardante le ragioni e le linee ispiratrici dell’agire professionale dei credenti nel campo economico. Esula del tutto dall’ambito e dall’occasione di questo scritto la possibilità di affrontare sul piano generale il tema – da tempo divenuto oggetto di dibattiti, trattazioni e ricerche a tutti i livelli – del rapporto tra etica e finanza, così come di quello tra economia e cristianesimo. L’intento di queste brevi note è quello ben più modesto di riflettere sulle motivazioni professionali di un operatore cristiano alla luce di un’esperienza vissuta. Dire che il tema della professione va esaminato, oltre che nella dimensione cognitiva del sapere, anche in quella operativa del volere, significa considerare le motivazioni e gli obiettivi concretamente perseguiti nell’attività professionale. Sotto questo aspetto appare evidente che ogni uomo è motivato ad impegnarsi nel lavoro professionale intrapreso da due obiettivi: da un lato, quello di ottenere un compenso economico e, dall’altro, quello di ottenere nell’attività svolta un’affermazione personale (se non nel senso di un successo e di un riconoscimento esterno, almeno nel senso di quella soddisfazione intima che nasce dalla applicazione delle proprie attitudini). Entrambe queste motivazioni, in quanto del tutto naturali e legittime, sono comuni anche ad un operatore cristiano. I problemi etici, rispetto ai quali, le posizioni si differenziano, riguardano le modalità con cui gli obiettivi sono perseguiti. Ai cristiani spetta una missione davvero ardua, sul presupposto che essi intendano osservare un dovere di coerenza con la propria fede. Questa, invero, li impegna a conservare, come si legge nella Gaudium et Spes, «una giusta gerarchia di valori, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo, cosicché tutta la vita, individuale e sociale, sia compenetrata dello spirito delle Beatitudini, specialmente dello spirito di povertà».Sono tanto evidenti quanto stringenti le implicazioni che da una siffatta «gerarchia di valori» derivano sul modo di intendere e di perseguire, nell’attività professionale, sia i compensi e i profitti economici sia i successi e le affermazioni personali. Qui si misura quanto sia impervia la strada della coerenza per chi si sforzi di testimoniare la propria fedeltà a una scelta cristiana di vita. Occorre impegnarsi ben più che a non danneggiare gli altri, a rispettarli sempre; ben più che ad osservare le regole esistenti, a controllare dentro di sé le spinte egoistiche alla ricerca smodata del denaro e del potere. A maggior ragione ciò risulta vero nell’operare in un settore, come quello dell’economia e della finanza, che è istituzionalmente rivolto alla produzione di beni e vantaggi materiali e dove quindi il successo professionale viene misurato sul metro di tali risultati. Per questa ragione, nel tracciare un bilancio della mia vita professionale, penso che l’essermi impegnato a dare una testimonianza, sia pure modesta e imperfetta, di correttezza nel raggiungere i risultati valga più dei risultati stessi. Questo richiamo alle motivazioni di ordine morale dell’impegno professionale mi porta a insistere sulla distinzione tra il conseguimento di obiettivi coronati da successi esteriori – quelli che mi hanno attribuito presso l’opinione pubblica negli ultimi decenni un ruolo di protagonista nella trasformazione del sistema bancario italiano – e la ricerca di obiettivi e risultati di valore morale e civile, rimasti per lo più nell’ombra. Non ho dubbi ad affermare che solo questi ultimi acquistano importanza, nelle fasi dei rendiconti esistenziali, di fronte alla propria coscienza: nel senso che valgono ad acquietarla, se almeno in parte sono stati conseguiti, mentre invece accrescono l’inquietudine e il senso della propria inettitudine se sono stati mancati. Mi limito, in chiusura del discorso, a indicare alcune di queste ragioni ideali da cui è stato ispirato il mio impegno professionale in campo bancario. Si è trattato, di volta in volta, di ragioni di ordine etico-sociale, di ordine storico, di ordine civile. Furono, all’origine, le ragioni stesse che mi convinsero a prendermi carico di un’eredità rischiosa come quella lasciata dal fallimento del Banco Ambrosiano, l’istituto di credito che era stato fondato dall’avvocato bresciano Giuseppe Tovini. Furono le ragioni delle scelte indirizzate a curare le lacerazioni prodotte da tale dissesto nella comunità lombarda e nazionale: la scelta – assunta attraverso duri contrasti, anche tra i soci – di offrire una possibilità di recupero ai risparmiatori-azionisti del vecchio Banco, quella di evitare sacrifici a carico del personale (obiettivo allora pienamente conseguito, a differenza di quanto accaduto in successive circostanze), quella di impedire il fallimento della Rizzoli. Furono, nelle fasi successive, le motivazioni delle sfide combattute per difendere dall’aggressione di forze soverchianti l’indipendenza e l’integrità umana e morale dell’azienda risanata. Sono stati, più recentemente, gli obiettivi di ordine civile e sociale, sottesi a quelli economici, che hanno ispirato le più recenti operazioni riguardanti il sistema bancario del nostro Paese. Se queste motivazioni hanno rappresentato la bussola che ha orientato il mio impegno, così da non farmi rimpiangere di aver abbandonato l’attività professionale precedente, sono anche quelle che hanno assicurato la mia libertà e serenità di coscienza nei momenti delle decisioni più rischiose e difficili: i momenti di estrema solitudine, in cui le ragioni di ordine morale contano di più delle ragioni del “sapere” professionale.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Aristotele, Eticha Nicomachea, VI, 3, 1139 b 19. 2 S. Meghnagi, Il Sapere professionale. Competenze, diritti, democrazia, Feltrinelli, Milano 2005. pp. 40-43. 3 La professionalità, a cura di M. Napoli, Vita e Pensiero, Milano 2004, p. 61. 4 M. Napoli, op. cit., p. VIII. 5 S. Meghnagi, op. cit., pp. 220-230. 6 P. Scoppola, Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008, pp. 30-31.