Introduzione Vorrei usare lo spazio offertomi da Atlantide per trattare il tema della razionalità, esplorando due aspetti presenti nel dibattito attuale in Europa: il ruolo delle Università nel progetto europeo e il principio del dialogo. L’educazione superiore costituisce una parte essenziale di questo dibattito perché - tra tutte le organizzazioni sociali - questo settore fornisce la condizione ideale per permettere alla ragione di crescere e di prosperare. Proverò a dimostrare come questo abbia potenzialmente una grande implicazione per il futuro del nostro processo di integrazione. Educazione superiore e progetto europeo Credo che il dibattito intorno all’educazione superiore rappresenti una parte importante del più ampio dibattito europeo, dato che le nostre Università sono la chiave per affrontare importanti sfide per il futuro dell’Europa. Prima di tutto, le scuole e le Università sono essenziali per fornire ai cittadini europei ciò di cui hanno bisogno per fronteggiare i cambiamenti imposti dall’era della conoscenza. Nella società della conoscenza, quello che la popolazione conosce e ciò che può fare con questa conoscenza sono diventati i fattori primari dello sviluppo sociale ed economico. L’educazione è il più grande riequilibratore sociale. Vorrei sottolineare la coppia di termini che ho usato. Spesso sentiamo e leggiamo affermazioni secondo cui i nostri sistemi di apprendimento - dal periodo pre-scolare alle fasi dello studio e della ricerca avanzata - sono cruciali per la nostra competitività e successo economico presenti e futuri. Al contrario, non si sente abbastanza spesso parlare delle loro implicazioni umane e sociali. Ad esempio, si tende a dimenticare che l’Agenda di Lisbona non è limitata soltanto al campo economico, ma è anche una strategia che include temi come lo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale. Scuola e Università sono cruciali in questo ambito. Non c’è inclusione sociale senza il necessario grado di mobilità sociale, tipicamente assicurato da un sistema educativo efficiente ed aperto, che fornisce reali opportunità a tutti, indipendentemente dalla condizione sociale, dal reddito e dalla provenienza. Infine, le Università dovrebbero continuare a svolgere il loro tradizionale ruolo di serbatoio di conoscenze, come istituzioni nelle quali la nostra eredità culturale e scientifica viene tramandata da una generazione all’altra e, soprattutto, come luoghi in cui la conoscenza e le idee sono costantemente ridiscusse, portando così nuova conoscenza. Come per tutte le grandi sfide nell’Europa di oggi, la modernizzazione del nostro sistema di educazione superiore richiede molto di più che soluzioni a livello locale: serve un approccio a livello europeo. È evidente che le autorità nazionali rimangono alla fine responsabili dei loro sistemi di insegnamento, ma è ugualmente chiaro che tutti i tentativi di riforma a livello nazionale devono essere parte di un più ampio processo europeo. Fortunatamente, tutti i governi dei Paesi dell’Unione hanno accettato questa sfida e stanno agendo di conseguenza. Quando si tratta delle loro politiche educative, gli Stati membri dell’UE sanno perfettamente che occorre un gioco di squadra e che si deve creare un ambiente di mutua cooperazione e fiducia. La storia dell’integrazione dell’educazione superiore è stata, in sostanza, un processo progressivo di accumulazione di fiducia. La fiducia è cruciale, nessuna organizzazione strutturale, per quanto intelligente e ben progettata, può sostituirla. Grazie alle Agende convergenti delle iniziative nazionali, coordinate sotto il cosiddetto processo di Bologna, e l’azione intrapresa dalla Commissione Europea, il panorama dell’educazione superiore in Europa sta diventando sempre più integrato: riforme strutturali, mobilità degli studenti, cooperazione tra Università e sistemi stanno preparando la strada per l’Area Europea di Alta Educazione. Questi risultati sarebbero stati impensabili quindici o trent’anni fa; cosa saranno le Università europee tra trent’anni? La nascita di una comunità della conoscenza Questo aspetto mi venne alla mente quando ebbi l’onore di aprire l’anno accademico a Bologna due anni fa. L’universitas studiorum del Medioevo era molto più europea di quanto sia oggi, ma i processi di oggi possono favorire uno scatto storico. Grazie alle riforme attuali, il futuro sembrerà più simile al passato, quando i migliori studiosi si sposteranno da un centro di insegnamento all’altro per incontrare i loro colleghi e mettere le loro idee alla prova. Pensiamo alla storica figura di Erasmo - l’umanista di Rotterdam da cui la Commissione Europea ha dato nome al suo più famoso programma - che lavorò e studiò a Parigi, Oxford, Padova, Cambridge, Lovanio, Friburgo e Basilea. Oggi le condizioni sono perfette per la nascita di comunità della conoscenza, che non conoscano altre frontiere se non quelle della sfida della conoscenza e dell’intelletto. Erasmo sarebbe felice di vedere ciò che stiamo facendo in suo nome. Da quando ho assunto l’incarico di Commissario Europeo responsabile dell’educazione e della cultura, ho visitato molti centri di insegnamento e ho ascoltato i problemi e i desideri di molti studenti, insegnanti e autorità accademiche. Sulla base di questa esperienza, sono convinto che il mondo accademico stia reclamando il cambiamento. In un’area comune senza barriere istituzionali e nazionali, gli studenti saranno liberi di muoversi seguendo l’eccellenza, il talento e i propri interessi; una migliore governance renderà le Università più trasparenti e valutabili, saranno disponibili a tutti maggiori e migliori informazioni e le autorità accademiche avranno più possibilità di manovra. In sintesi: aiuteremo i nostri concittadini a divenire protagonisti del cambiamento: niente è più importante, se vogliamo modernizzare le Università europee. Vorrei ricordare che il 2009 sarà l’Anno Europeo della Creatività e dell’Innovazione, per il quale uno dei principali messaggi è la necessità di affrontare le sfide del cambiamento, attraverso un ulteriore sviluppo della nostra capacità di esprimerci e la promozione di una mentalità imprenditoriale. La tradizione educativa europea è un’altra ragione per essere fiduciosi sulla capacità delle Università di farci entrare come leader mondiali nell’età della conoscenza. Il termine istruzione viene dato per scontato e quindi non è frequentemente messo in discussione, al di fuori dei circoli epistemologici; tuttavia dovremmo ricordarci di tre aspetti basilari e delle loro implicazioni per le politiche di alta educazione: - Il primo aspetto è il pensiero critico. In un sano ambiente universitario, gli studenti vengono preparati a valutare criticamente i propri insegnanti e i propri libri di testo. Incoraggiare menti critiche e capacità di espressione è una precondizione per la creatività e l’innovazione. - Il secondo aspetto è la ricerca, che è costosa e con ritorni incerti. Tra le altre istituzioni in cui la ricerca può essere portata avanti, le Università sono le organizzazioni che possono resistere meglio alle sirene del profitto a breve e pianificare invece per il lungo termine. - Infine, l’approccio accademico comporta che i risultati della ricerca rimangano di dominio pubblico. Gli esiti sia degli esperimenti scientifici che del lavoro speculativo rimangono senza valore se non vengono sottoposti all’esame di comunità significative di ricercatori. O l’attività di studio è una ricerca aperta e collettiva o non è vera attività di studio. Le università producono nuova conoscenza attenendosi a questi criteri; mantenere la nostra tradizione educativa significa che la trasmissione della conoscenza deve essere considerata come una funzione della produzione di conoscenza. Ragione, dialogo e identità Una delle prime cose che sappiamo del Faust di Goethe è il suo tentativo di tradurre il Vangelo di Giovanni e la sua incapacità nel determinare il senso della prima frase, che include la parola logos. La sua soluzione era «In principio era il fatto», che rappresenta una audace deviazione dalla maggior parte delle versioni moderne che recitano «in principio era il Verbo». Logos è una parola sorprendentemente ricca nel greco parlato nel Mediterraneo al tempo della prima apparizione del testo del Vangelo. Oltre che “parola”, logos avrebbe potuto anche significare pensiero, discorso, significato, ragione, logica e ancora altro. Tre secoli prima di Goethe, Erasmo, alle prese con la stessa frase, usò la polisemia di logos per mettere in discussione la frase della Vulgata di San Gerolamo: «In principio erat verbum», che significava che una parola era stata espressa. Nella sua traduzione del Nuovo Testamento del 1516, Erasmo scelse invece «In principio erat sermo». “Sermo” è un discorso razionale; un discorso pensato a fondo, completo, non una parola statica. Queste considerazioni etimologiche sulla parola logos sono utili per fissare un punto importante: se dovessi scegliere tra le interpretazioni di questo termine fondamentale nella tradizione intellettuale europea, accorderei certamente la mia preferenza all’atto del parlare. Non è una coincidenza che la parola logos sia sopravvissuta pressoché intatta anche nella parola “dialogo”, che etimologicamente significa “parlare attraverso”. In un senso, il Progetto europeo è fondato intellettualmente su questa scelta. Il dialogo e il principio della razionalità sono le pre-condizioni della tolleranza, della pacifica coesistenza e della curiosità verso gli altri. La nostra Europa unita è sempre stata per il dialogo e per la gestione della diversità, diventati ancor più importanti in tempi recenti. La diversità è ciò che dà all’Europa il suo vantaggio, ma può anche essere causa di divergenze e di conflitto. Gestire la diversità significa coinvolgere le più importanti culture d’Europa – sia quelle originarie che quelle provenienti da fuori - in un dialogo permanente; una categoria centrale che include ogni sorta di elementi ed espressioni culturali: tradizioni, abitudini, fedi, convinzioni, ideologie, ecc. Vorrei sottolineare che il successo nel beneficiare dall’apertura agli altri, o in altre parole, la capacità di arricchirsi tramite il dialogo, richiede una forte conoscenza a livello personale della propria identità ed eredità culturale. Se ho fiducia in me stesso, se so “chi sono”, allora l’incontro, il condividere e scambiare i “miei valori” non rappresenta una minaccia. Ma se la percezione di se stessi è vaga e superficiale, l’incontro con qualcuno di “diverso” può portare alla sensazione di essere minacciati. Dovremmo arrivare a guardare la diversità come una caratteristica distintiva, una fonte di ricchezza simbolica e materiale e il più grande rafforzamento di un’Europa unita. La diversità può anche essere sentita come una minaccia, ma lo è per l’ignorante. Gli Europei hanno bisogno di avere una più profonda comprensione tra loro e dei propri vicini, perché le persone temono e respingono ciò che non conoscono. L’ignoranza nutre l’intolleranza. Credo che le persone siano naturalmente curiose di scoprire la visione del mondo degli altri: abbiamo solo bisogno di creare le giuste condizioni. Stabilire le condizioni per il dialogo è il motivo sottostante al 2008 come Anno Europeo del Dialogo Interculturale. Creando legami più stretti tra i popoli che vivono in Europa e verso coloro che sono vicini, svilupperemo atteggiamenti sociali e personali che renderanno più facile affrontare un ambiente culturale più aperto e complesso. Il dialogo tra le culture d’Europa ci aiuterà anche a capire cosa significhi essere europei. Questo frangente storico ha visto un vivo dibattito sull’identità europea e l’Europa è finalmente alla ricerca della propria anima. Immaginare una sola identità collettiva per i popoli e i Paesi d’Europa è più difficile che immaginare comunità nazionali, pur con tutte le loro limitazioni. In particolare, è difficile trarre lezioni dalla storia, perchè il nostro processo di integrazione è storicamente molto giovane e non ha paragoni al mondo. Inoltre, l’Europa è molto diversa - in termini simbolici e reali - da ogni organismo sociale che la costituisce. L’Europa è già una casa multiculturale e lo sarà sempre più in futuro. Di conseguenza, la ricerca di una identità per l’Europa sarà difficile, ma queste difficoltà non dovranno fermare chi sa che un’Europa unita è la sola possibilità di difendere i nostri interessi e preservare i nostri valori in un mondo globalizzato. Nessuno sa di sicuro cosa significhi essere europei, ma possiamo essere d’accordo su un punto di metodo. Qualsiasi cosa significhi, dovremmo resistere alla tentazione di definire l’Europa e gli europei in termini di opposizione: «Chi siamo in confronto ai non europei?». Questo schema è stato usato innumerevoli volte nella storia, ma non potrebbe più funzionare oggi, perchè l’Europa e il mondo sono diventati troppo complessi e richiedono un più complesso e sofisticato modo di ragionare. Conclusione Dobbiamo imparare dalla nostra storia per progredire e evitare gli errori e le tragedie del passato. Quando l’Europa ha posto la sua fiducia nell’educazione è fiorita ed è cresciuta; quando ha chiuso le Università e ha bruciato i libri, è piombata nell’oscurità. Le Università hanno il compito di cercare un nuovo equilibrio tra le loro responsabilità per il benessere sociale ed economico delle nostre società. Quando si discute del posto della ragione nella società odierna, credo che sia fondamentale stabilire un corretto equilibrio tra un’eccessiva enfasi su ragione e razionalità da un lato e, dall’altro, una posizione troppo soggettiva. C’è bisogno di entrambe, del filtro oggettivo di un corretto uso della ragione come della convinzione individuale basata sull’esperienza personale, che dà il gusto di “guardare oltre”. Come diceva Antoine de Saint Exupéry: «È solo con il cuore che uno può vedere correttamente; ciò che è essenziale è invisibile all’occhio». Il tema della ragione riporta al discorso di Papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel Settembre 2006, su cui vorrei proporre una mia considerazione. Parlando della ragione e della razionalità, il Papa disse: «Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa». Attraverso la ragione applicata, a mio parere, l’UE può essere uno spazio per la ricerca razionale e filosofica e, allo stesso tempo, per la libertà religiosa. In questo modo razionalità e dialogo possono costruire sulla nostra identità europea e svilupparla. Le Università giocano un ruolo storico e sociale unico nell’aprire le strade verso la conoscenza e la saggezza, aprendo le nostre menti, la nostra ragione. Sono contento che la ricerca di un’educazione superiore, della modernizzazione delle nostre Università e il processo di Bologna portino nuova speranza per l’allargamento della razionalità umana e per un più intenso dialogo tra culture. La mia speranza è che il XXI secolo rappresenti un periodo migliore, più umano e responsabile della nostra storia, che ci porti oltre le tragedie del secolo scorso.
Ragione come educazione e dialogo
di Ján Figel / Commissario europeo, responsabile dell’istruzione, della formazione, della cultura e della gioventù
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