Quadrimestrale di cultura civile

Riconoscersi con la ragione relazionale

di Pierpaolo Donati / Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Università di Bologna

Multiculturalismo ideologico e relativismo culturale Multiculturalismo è un termine che si è diffuso in Occidente a partire dagli anni Sessanta per indicare il rispetto, la tolleranza e la difesa delle minoranze culturali. Il concetto di multiculturalismo, apparentemente semplice e accattivante, è in realtà assai problematico. Infatti è diventato un immaginario collettivo (“tutti differenti, tutti uguali”) che si presenta come l’ultima versione del concetto di laicità in senso modernizzante: mettere ogni cultura sullo stesso piano ed evitare di parlare di “verità” nella sfera pubblica, perché ogni individuo è portatore di una sua verità e le diverse verità non sono confrontabili fra loro. Il multiculturalismo è stato così tradotto in una ideologia politica. Dopo essere stato adottato come politica ufficiale in vari Paesi, ha generato effetti più negativi che positivi. Ha creato frammentazione della società, separatezza delle minoranze, relativismo culturale nella sfera pubblica. Come dottrina politica appare sempre più difficile da praticare. Al suo posto si parla oggi di interculturalità. Ma anche questa espressione appare piuttosto vaga e incerta. Come impostare il problema del confronto fra culture diverse in una società che è destinata per forza di cose a diventare multiculturale? In un saggio recente1 ho discusso questi esiti e mi sono chiesto quali siano le possibili alternative al multiculturalismo. In particolare mi sono chiesto se la via della interculturalità sia una soluzione. Partiamo dai dati di fatto. In Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Italia, e negli altri Paesi avanzati in cui è rilevante il fenomeno dell’immigrazione (a partire dagli Usa), il multiculturalismo è entrato in una forte crisi. Non riesce ad affrontare in modo appropriato le difficili questioni che si trova davanti. In Francia il divieto di indossare abiti che rivelano l’appartenenza religiosa rischia di vanificare lo stesso fondamentale diritto all’istruzione. In Catalogna la legislazione ha autorizzato la poligamia contravvenendo al principio della monogamia che è stato ed è un pilastro del processo di civilizzazione dell’Occidente, in quanto è la garanzia dell’uguaglianza giuridica e morale della donna. In Italia provvedimenti di amministrazioni locali producono l’effetto di ribadire l’inferiorità giuridica della donna immigrata e le impediscono di contribuire con il proprio lavoro al sostentamento della famiglia. Si sgretola una formula decollata in Occidente più di quaranta anni fa, ma poi via via degenerata nelle sue applicazioni quando si è imposta come ideologia. Molti si chiedono: ma è davvero giunta l’ora di abbandonare il multiculturalismo, che pure sembrava promettere una convivenza pacifica? Bisogna distinguere fra il multiculturalismo come situazione di fatto (che per molti versi arricchisce la società), e il multiculturalismo come ideologia e come dottrina politica. In quest’ultima veste, il multiculturalismo propone che ogni cultura debba essere considerata e giudicata come pari ad ogni altra. Qui sta il difetto, perché in questo modo la dottrina del multiculturalismo finisce per alimentare il relativismo culturale e crea nuove disuguaglianze ed emarginazioni. Si deve constatare che chi pratica questa dottrina propone tolleranza, ma genera intolleranza. Il principale difetto: la mancanza di relazionalità Ci si chiede allora: per quale difetto sostanziale il multiculturalismo non è stato all’altezza della situazione? Il principale difetto del multiculturalismo è stato, ed è, la sua mancanza di relazionalità: invece che promuovere le relazioni di fiducia e cooperazione fra culture diverse, incoraggiando gli scambi fra di esse, ha reso e tuttora rende indifferenti le relazioni, e in questo modo finisce per distruggere la socialità. Isola le persone e le comunità anziché connetterle. Va sottolineato il suo fallimento proprio in quanto dottrina politica, come forma di governo della Polis. Laddove è stato effettivamente applicato come politica attiva (per esempio in Canada, Australia, Olanda e Gran Bretagna), ha generato una società fatta di segmenti culturali che si sono chiusi in se stessi. L’idea del rispetto e della tolleranza per le culture “altre” ha prodotto incomunicabilità sociale e culturale, cosicché in queste società si deve rinunciare a costruire un bene comune. Ma c’è di più. Il multiculturalismo legittima comportamenti che arrivano a violare valori e principi basilari della convivenza politica e civile. Quali sono le evidenze empiriche? Il campo giuridico offre molti esempi concreti. Nei Paesi anglosassoni, alcuni reati contro la persona umana vengono depenalizzati o trattati con esenzioni di pena, o varie clausole “esimenti” (così recita il diritto), nel senso di esimere qualcuno da una colpa o attenuare la sanzione solo perché un certo comportamento (ad esempio picchiare la moglie) risponde a pratiche diffuse nella sua “cultura” di origine o appartenenza. Si riconosce una esplicita rilevanza esimente assegnata all’errore “culturalmente condizionato”. Ad esempio, la mutilazione di organi femminili, il matrimonio dei minori combinato fra i genitori, le violenze su donne e minori, sono comportamenti che trovano una difesa culturale (cultural defense) perché la dottrina del multiculturalismo li giustifica come reati “culturalmente orientati” (cultural offenses). In questo modo, si rinuncia a far valere i diritti fondamentali della persona umana. Il concetto di interculturalità e i suoi limiti Molti allora corrono ai ripari e invocano il concetto di “interculturalità”. Qual è la differenza fra questi concetti? La mia tesi è che la teoria della interculturalità ha il vantaggio di mettere l’accento sull’inter, ossia ciò che sta fra le culture, ma, a mio avviso, non possiede ancora gli strumenti concettuali e operativi per comprendere e gestire i problemi della sfera pubblica, quando le diverse culture esprimono dei valori radicalmente conflittuali fra di loro. Per andare oltre i fallimenti del multiculturalismo e le fragilità del discorso interculturale, occorre un approccio laico al problema della convivenza fra culture che sia capace di ridare vigore alla Ragione attraverso una nuova semantica della differenza inter-umana. Nel libro Oltre il multiculturalismo, propongo lo sviluppo della “ragione relazionale”, oltre le forme già conosciute di razionalità. Rendere relazionale la ragione può essere la via maestra per immaginare una nuova laicità della società che sia in grado di umanizzare i processi di globalizzazione e le crescenti migrazioni. La società dopo(after)-moderna sarà più o meno umana a seconda del modo e del grado in cui riuscirà ad espandere la Ragione umana, articolandola con mentalità laicale all’interno di una nuova “unità relazionale” con la fede religiosa. La soluzione multiculturale consiste nel dire che ciascun individuo ha “la sua cultura” e non può essere giudicato da un’altra cultura. La soluzione interculturale, invece, cerca dei valori comuni “fra” le culture. Bisogna allora cercare di capire a quali condizioni si possa realizzare una vera interculturalità, capace di costruire un mondo comune fra le culture, laddove il multiculturalismo le tiene separate. Come si può regolare la convivenza civile quando le diverse culture esprimono valori radicalmente conflittuali fra di loro? Una nuova semantica: la semantica relazionale Costruire un mondo comune è sempre difficile, ma si possono individuare alcuni criteri di fondo che possono aiutarci. Innanzitutto c’è il criterio dei comportamenti non tollerabili, che riguarda tutte quelle azioni che violano la dignità della persona umana. Poi c’è il criterio della tolleranza, che permette l’esistenza di valori, credenze, opinioni che possono essere non sanzionate, a patto che non si traducano in comportamenti lesivi della persona. A seguire, viene il criterio della rispettabilità, cioè dei valori che chiedono rispetto attivo (per esempio il velo della donna, qualora la si possa comunque riconoscere in pubblico). Infine c’è il criterio della condivisibilità, che riguarda quei valori fondamentali che cementano la società perché promuovono la dignità di tutti, come sono i valori iscritti nella prima parte della nostra Costituzione. Sulla base di questi criteri si può costruire un minimo di mondo comune rispettando le differenze legittime. La costruzione di tali criteri dipende da come concepiamo le differenze. Per superare i difetti del multiculturalismo e i limiti di un interculturalismo generico, occorrono concetti nuovi e una nuova semantica che ci metta in grado di affrontare la nuova sfida delle differenze culturali. Di che cosa si tratta? Nel mondo moderno le differenze culturali sono state trattate in due modi: da un lato, si è affermato che le differenze sono espressione di lotte etiche per affermare nuovi valori (il che ha prodotto, fra le altre cose, gli scontri fra le grandi ideologie dell’Ottocento e del Novecento), dall’altro si è sostenuto che le differenze sono distinzioni inconciliabili (l’individuo non deve relazionarsi a nessuno per essere una persona umana). Abbiamo bisogno di un’altra semantica per trattare le differenze. Nel mio libro, propongo una semantica relazionale, secondo la quale le differenze (anche quelle culturali) sono modi diversi di formare la nostra identità che si basano su relazioni le quali si formano non per opposizione o esclusione dell’altro, ma attraverso circuiti di dono e quindi di riconoscimento reciproco. Ho coniato un nuovo termine, quello di “ragione relazionale”, per dire che dobbiamo sviluppare la ragione che si riferisce alle relazioni umane e sociali per rendere più civile e umana la società. Il meticciato e la ragione relazionale Molti oggi si chiedono se il meticciato possa essere una via da percorrere, una soluzione, se non ottimale, almeno ragionevole. A questa domanda rispondo così. Bisogna innanzitutto precisare i concetti. Il meticciato (o ibridazione) è una forma di mescolanza che incorpora immigrati e minoranze incrociando le differenti etnie – anche attraverso matrimoni misti – così da avere generazioni che sono figlie di tante e diverse culture. La risultante è, in genere, una qualche forma di sincretismo culturale. Lo si riscontra in modo diffuso, per esempio, in certi paesi dell’Asia, dell’Africa e del Sud-America. In Italia ha avuto finora scarso successo, come dimostra il fatto che circa l’80% dei matrimoni misti finisce in separazione e divorzio, quando non peggio (per esempio, le violenze, che sono in aumento nelle famiglie con matrimoni misti). Il fatto è che il meticciato non può essere una strategia di breve-medio periodo, ma è piuttosto un processo che può avvenire solo in modo spontaneo, naturale, e richiede tempi lunghi per riuscire a creare una società relativamente pacifica e accogliente fra le diverse culture. In teoria può essere un arricchimento comune, ma per esserlo richiede una forte capacità di comprensione reciproca e un minimo di “spirito condiviso” fra le culture. Si tratta di condizioni che oggi non sono favorite, ma anzi ostacolate, dalla globalizzazione, perché quest’ultima tende piuttosto a rafforzare le divisioni culturali ed etniche a livello locale, a causa del senso di insicurezza che provoca fra i gruppi etnici, specie fra gli autoctoni e gli immigrati. Si può favorire il meticciato in alternativa alla segregazione fra le diverse etnie o alla assimilazione a un’unica cultura dominante, ma bisogna farlo con strumenti adeguati, che si ispirano alla “ragione relazionale”. La ragione relazionale può dirci se il meticciato possa essere una soluzione o meno. Lo sviluppo relazionale della ragione Altri si chiedono se la ragione relazionale sia laica o religiosa. La mia risposta è che essa sia essenzialmente laica, certamente non confessionale, ma ha una genealogia di natura religiosa. Per questo motivo dipende dalle sorti della religione. Chi ritiene che la secolarizzazione sia destinata a crescere in tutto il mondo non può vedere la ragione relazionale. Ma penso che la religione acquisti invece un ruolo sempre più importante, perché la globalizzazione sradica gli individui e questi ultimi sono portati a cercare con più forza una radice di significati profondi per il proprio modo di vivere. Questa radice ha necessariamente un carattere religioso perché solo la religione dà un fondamento “ultimo” ai motivi (alle buone ragioni) per vivere in un certo modo e non altrimenti. Presto diventerà cruciale il confronto fra le religioni (non fra le fedi) per comprendere quale religione offra la genealogia più appropriata per promuovere una Ragione (la ragione relazionale) che consenta alle persone di convivere in pace anziché in guerra, di scambiarsi riconoscimenti anziché svalorizzarsi o deprimersi a vicenda. Oggi, molti sono disposti a riconoscere che, per dirla con le parole di Joseph Ratzinger2, l’autolimitazione della “ragione positivista” (pur adeguata nell’ambito tecnico) comporta una mutilazione dell’uomo. Lo dicono anche tanti laici non credenti, atei e agnostici. Tutti imputano i mali della società globalizzata alla ragione tecnica, e al dominio di un’economia spinta in avanti da una scienza priva di etica. Indubbiamente, la ragione positivista non è universale, non è completa, non basta a se stessa. Le radici della ragione sono più ampie. Lo si vede nel fatto che la globalizzazione sta sollecitando nuove culture “locali”. Per vedere queste radici locali, che affondano nella natura dell’uomo, occorre produrre quello che Max Weber ha chiamato uno “sfondamento culturale”. Il cristianesimo lo ha attuato nel corso di due millenni, facendo fare un salto di qualità enorme al processo di razionalizzazione del mondo3. Ma oggi è bloccato. Ed è bloccato perché il binomio federagione non riesce più a de-mitizzare i falsi idoli. Per farlo, dovrebbe articolare l’unità di questa differenza in maniera relazionale, attraverso la ragione relazionale. Solo così la ragione che è cresciuta sulle radici giudeo-greco-cristiane potrebbe operare un nuovo sfondamento culturale. Abbiamo bisogno di nuove radici per sopravvivere. Dobbiamo trovare una nuova immaginazione, che è insieme sociologica e trascendente, per sostenere un incontro fra le culture che riesca ad andare alla radice della dignità dell’uomo. Il progetto di ridare radici cristiane all’Illuminismo non ha possibilità di riuscita se non si vedono le ragioni delle relazioni sociali. Il pensare la ragione come logos può servire all’individuo per dargli un nuovo accesso alla cultura e al confronto interculturale, ma non può essere chiuso dentro la religione del Libro. Deve aprirsi alle relazioni umane storicamente contestuate. Deve apprendere dalle pratiche di vita quotidiana illuminate da una ragione riflessiva pienamente relazionale. Vi è molto da apprendere da una ragione che espanda se stessa verso quelle realtà ultime che non sono calcolabili, non sono tecnico-scientifiche, e che portano dentro di sé il senso più profondo dell’umano. Ma ciò richiede uno sviluppo relazionale della ragione. La relazione sociale incorpora delle ragioni che “fanno” la mediazione tra fede e cultura. Ed è l’incontro fra queste “ragioni” che rende civile la convivenza fra gli uomini. Note e indicazioni bibliografiche 1 P. Donati, Oltre il multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Laterza, Roma-Bari 2008. 2 J. Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005. 3 R. Stark (La vittoria della Ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza, Lindau, Torino 2006) ha mostrato come, a partire dal Medioevo, nessuno sviluppo sarebbe stato possibile in Occidente senza una profonda fiducia nella ragione, che affonda le proprie radici nella religione cristiana. Le più significative innovazioni intellettuali, politiche, scientifiche ed economiche introdotte nello scorso millennio sono riconducibili al cristianesimo e alle istituzioni a esso collegate. Secondo Stark, non sono state la contrapposizione tra la società laica e quella religiosa, né la competizione tra scienza e fede a farci progredire. Al contrario, è alla teologia cristiana che dobbiamo attribuire la vera origine della ragione. Mentre infatti le altre grandi religioni hanno posto l’accento sul mistero, sull’obbedienza e sulla meditazione, il cristianesimo ha abbracciato la logica e il pensiero deduttivo aprendo la strada alla libertà e al progresso. A mio avviso, dobbiamo riconoscere che tutto ciò è vero. Ma il problema che Stark non vede è che la ragione, staccata dalla fede e dalla cultura (religione) cristiana, si è rovesciata nell’irrazionalità (la cultura del paradosso e del non-umano). E senza un paradigma relazionale non possiamo riallacciare i fili.