Gli americani e Dio Un tema che sta molto a cuore a Papa Benedetto XVI, così come a tutti i santi e i dottori della Chiesa nel corso dei tempi, è la memoria di Dio e la sua centralità nella nostra vita. Egli afferma che tutti i problemi dell’Occidente possono essere ultimamente ricondotti alla dimenticanza di Dio. La questione di Dio, della Sua presenza o assenza, sta al centro della problematica del rapporto tra fede e ragione. Il punto è capire come Benedetto XVI intenda il compito di risvegliare il mondo a Dio e che cosa questo comporti per l’America. Riguardo al tema di Dio, in America stanno prendendo piede due fenomeni fondamentali. Da un lato, come attestano i sondaggi, Dio non sembra essere assente: la stragrande maggioranza degli americani continua a credere in Dio e ad attribuirgli una posizione importante nella propria vita. In America, perciò, la tesi che la modernità porti con sé la secolarizzazione, o la morte di Dio, sembrerebbe infondata. Allo stesso tempo, in America è altrettanto diffusa l’idea che quella di Dio non sia propriamente una questione di ragione: per quanto importante come fonte di ispirazione, la relazione con Dio non fa parte dell’esercizio della ragione nella vita pubblica o nella morale. In breve, il Dio che appare così diffusamente presente in America rimane estraneo alla ragione, e il Dio dei credenti appare ai non credenti come un Dio arbitrario, una minaccia alla correttezza del dibattito pubblico. Benedetto XVI e la questione di Dio Per il Papa, un Dio pienamente Dio deve incidere su tutto, continuamente. Affermando la verità annunciata da Paolo: «Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità»1, Benedetto XVI insiste sul fatto che la questione di Dio è ineludibile. È uno dei punti fondamentali della sua lezione a Ratisbona, che aveva un duplice compito: davanti ai problemi posti da alcune forme di Islam, insistere sul fatto che Dio sia inerentemente ragionevole, e, in relazione all’Occidente, affermare che la ragione realizza la sua integrità solo quando prende in considerazione la sua apertura costitutiva a Dio. L’intera teologia di Joseph Ratzinger, quando riguarda la cultura e il mondo, si potrebbe dire centrata sul fatto fondamentale che l’uomo non si fa da sé, ma proviene da un Altro. La ragione è quindi essenzialmente dialogo con Dio: qualunque sia il contenuto dei nostri atti coscienti, almeno implicitamente parliamo sempre della realtà di Dio e della nostra relazione con Lui. Come creature, nessun atto di coscienza rimane neutrale o in silenzio rispetto al Creatore, perciò la dimensione religiosa della nostra esperienza non può mai essere interpretata come un’aggiunta meramente volontaria, extra-razionale, o privata. L’opera del Papa mostra che il matrimonio tra modernità e religione avviene, in America, con una religione già configurata nei termini riduttivi di una visione tipicamente moderna - per esempio, post-puritana e post-illuminista - di Dio, della creazione e della ragione. A questo punto è importante per Benedetto XVI fornire ragioni che siano persuasive, almeno in via di principio, per coloro che non condividono la sua fede. Benedetto fa la sua proposta da cattolico e da teologo, ma parlando dall’interno della sua fede, egli offre tuttavia un’interpretazione rinnovata della coscienza e della legge naturale, comuni a tutti gli esseri umani, e si trova così a enunciare anche un’affermazione filosofica che pone domande ragionevoli a tutti gli esseri umani. Riguardo alla coscienza, Benedetto suggerisce di aggiungere al tradizionale significato di sinderesi (discernimento morale), il significato di anamnesi (primitiva memoria di Dio). Da notare che il Papa formula questa proposta (anche) con termini già utilizzati da Socrate, che non ebbe il beneficio della Rivelazione cristiana. Socrate testimoniò, attraverso la sua vita e le sue riflessioni, che si diventa veramente consapevoli di se stessi solo se viene ricordato, pur in modo primitivo e inarticolato, quel “più” che deriva dalla presenza di una fonte trascendente, sempre sottinteso nella propria autocoscienza e in qualche modo più intimo di quanto non lo si sia a se stessi. Questo perché la realtà di Dio coincide con le fondamenta dell’esistenza umana. Benedetto XVI nel corso del suo pontificato si è appellato spesso alla legge naturale, recuperata però nella sua finalità e centralità in Dio. Egli afferma e sviluppa la visione di Tommaso d’Aquino del precetto morale che spinge naturalmente a cercare di conoscere la verità su Dio, e a vivere in comunità con gli altri. Il Pontefice, inoltre, enfatizza la natura della legge come un fatto di desiderio e quindi di amore, in contrasto alla tendenza moderna, che ci deriva da Kant, a concepire la legge fondamentalmente come dovere. Come ha sottolineato nella sua prima enciclica, Deus Caritas est, ciò che l’essere umano desidera (eros) è fondamentalmente amare Dio sopra tutte le cose, e amare gli altri per il proprio bene (agape). Questo desiderio di amare Dio e gli altri deriva dalla natura: non è soltanto una funzione di grazia, anche se è pienamente realizzato solo nella grazia. Compito dei cristiani è risvegliare questo desiderio e testimoniarlo, per dimostrare che l’inquietudine che determina ogni atto della coscienza umana, è nel suo profondo, persino in America, un’inquietudine per Dio e per l’amore. Questo è il concetto corretto di ricerca della felicità. Alcune conseguenze per l’America Le conseguenze per la vita americana della visione di Benedetto XVI su Dio, la creazione e la ragione possono qui essere solo accennate. Riguardo all’ambito accademico, si può dire che la ricerca della verità, sull’essere come amore e ultimamente su Dio, deve prendere il suo posto nel cuore dell’Università moderna e riconfigurare, rispettandola, la legittima autonomia delle discipline. Ciò implica l’approfondimento della ragione per includere interiorità e contemplazione, o, più concretamente, umiltà e obbedienza, come parti integranti del metodo di ricerca accademico. L’esperienza deve trovare il suo ruolo nelle scienze sociali e naturali, come fonte di conoscenza più fondamentale dell’esperimento. E via dicendo. L’idea di ragione del Papa non rifiuta l’eredità dell’Illuminismo: il problema dell’Illuminismo non è di aver sopravvalutato la ragione, ma di averla indebitamente ristretta a una questione di controllo tecnico. Benedetto XVI vuole affermare la ragione recuperandone la piena portata e profondità, laddove la ragione post-illuminista ha separato la conoscenza umana dal desiderio naturale per la verità su Dio, come logos di amore. Un ultimo aspetto connesso con l’educazione: nella sua lettera alla diocesi di Roma2 sull’educazione dei giovani, il Papa richiama l’importanza che ai giovani venga anche insegnata l’apertura alla sofferenza. L’educazione deve essere radicata nella ricerca della verità, e questa implica il totale sacrificio di sé, parte integrante dell’amore: il pericolo, cercando di proteggere i giovani nella loro ricerca della verità dalle difficoltà e dalla esperienza della sofferenza, è che essi diventino adulti fragili e ingenerosi. Un secondo punto riguarda la libertà e i diritti. Per Benedetto XVI, la libertà è fondamentalmente un atto di amore alla ricerca di Dio, che comprende, nel momento in cui la trasforma, la visione dominante in America della libertà come un atto, originariamente indifferente, di scelta o di esercizio di opzioni. I “diritti” per il Papa provengono dal desiderio naturale, quindi dalla responsabilità, di amare Dio e gli altri: anche qui è inclusa, pur trasformata, la concezione americana dei diritti come, primariamente, “libertà dalla coercizione”. Infine, riguardo all’ordinamento religioso e politico, Benedetto XVI afferma inequivocabilmente la separazione tra Chiesa e Stato, pur respingendo l’idea di uno Stato puramente giuridico: lo Stato non è la sorgente di verità sull’uomo e su Dio, ma ciò non significa che esso può essere neutrale o indifferente a questa verità. In America, lo Stato concepito giuridicamente costituisce parte integrante dell’ethos pubblico, che permette e incoraggia il dibattito, ma solo fino a quando esso non porti ad affermare una verità che rischi di diventare vincolante per tutti i cittadini. Per Benedetto XVI, lo Stato puramente giuridico implica una visione riduttiva della coscienza umana e una nozione formalistica della legge naturale, con la logica conseguenza che si finisce per portare a ciò che il Papa ha definito una «dittatura del relativismo». In sintesi, la teologia di Benedetto XVI non respinge le particolarità positive dell’ordinamento americano, che accetta nelle sue intenzioni di fondo. Ciò non significa che ne accetti la forma dominante attualmente in America, augurandosi solo di potervi aggiungere una diversità cristiana, che verrebbe recepita come puramente privata e alla fine priva di rilevanza effettiva. La teologia di Ratzinger avalla i risultati raggiunti dall’America, ma con una dinamica di trasformazione che comincia dall’interno delle nostre logiche culturali e istituzionali, cambiando completamente le concezioni dominanti di ragione e di libertà, ampliandole verso il loro ultimo significato evangelico. Il passaggio sulla Croce Infine, tre osservazioni circa la natura e il “realismo” delle trasformazioni di cui si è discusso. In primo luogo, l’argomentazione di Benedetto XVI, nello spirito di Agostino, presuppone che tutti gli esseri umani abbiano qualche esperienza primigenia di inquietudine per l’amore e per Dio, nonostante queste esperienze nella nostra cultura vengano spesso deviate in una ricerca della felicità largamente percepita in termini consumistici. La teologia di Benedetto presuppone così che le testimonianze di questo movimento verso l’amore e verso Dio trovino risonanza nelle menti e nei cuori anche di altri. In secondo luogo, il Papa continua a insistere sul fatto che questo lavoro di trasformazione culturale non è in prima istanza una questione di piani di azione e nuove strutture. La Chiesa deve rispondere ai bisogni dell’uomo di ogni epoca con la santità, non con un tentativo di gestione. Ciò di cui c’è bisogno è che i cristiani riformino se stessi pazientemente; questa riforma, includendo l’intero essere umano e quindi anche il suo corpo, causerà una lenta ma autentica riforma delle strutture. In terzo luogo, Benedetto XVI sottolinea che questa trasformazione culturale non avverrà mai senza sofferenza. Una opinione oggi diffusa, spesso sottintesa, è che se Gesù avesse potuto beneficiare di istituzioni liberali, di accesso a internet e così via, avrebbe potuto risparmiarsi una morte ignobile sulla croce. Benedetto, al contrario, insiste sul fatto che «la Croce è rivelazione che svela chi è Dio e chi è l’uomo». Ciò significa che questa sofferenza sulla croce non è necessaria solo per chi vive a fondo la sua fede cristiana, ma è già presente come presentimento in chi vive la pienezza della sua umanità. Nel concreto della storia, dunque, aspettarsi di soffrire la crocifissione è “ragionevole” e non è solo un aspetto della propria fede. Il Papa si rifà ancora al caso di Socrate: «Nella Repubblica, Platone chiede qual è probabile che sia la posizione dell’uomo completamente giusto in questo mondo. Egli arriva alla conclusione che l’integrità morale dell’uomo è completa e garantita quando assume le sembianze dell’immoralità, perché solo allora è chiaro che non segue l’opinione degli uomini, ma persegue la giustizia solo nel proprio interesse. Così, secondo Platone, l’uomo veramente giusto deve essere incompreso e perseguitato in questo mondo; in verità, Platone va così oltre da scrivere: «Diranno che il nostro uomo giusto sarà ferito, tormentato, insultato [...] e alla fine, dopo aver subito ogni tipo di sofferenza, sarà crocifisso». Questo passaggio, scritto quattrocento anni prima di Cristo, ha sempre commosso profondamente il cristiano: un serio pensiero filosofico suppone che l’uomo completamente giusto in questo mondo debba essere l’uomo giusto crocifisso; qualcosa è percepito di questa rivelazione di uomo che viene per essere messo in croce». Questa attesa della Croce, che trova la sua giustificazione nella fede cristiana, ma che è già in qualche modo prefigurata nella ragione, non può essere dimenticata nemmeno per un momento nell’impegno del cristiano con la cultura. Come è stato giustamente osservato, il successo non è un nome di Dio. Per concludere, torniamo al punto iniziale: cosa caratterizza la teologia di Benedetto XVI e cosa significa per noi? Il Papa propone un nuovo senso di integralità tra natura e ragione, ora compreso alla luce della Gaudium et spes, dove si afferma che Gesù Cristo, nella sua rivelazione dell’amore del Padre, rivela il mistero dell’uomo a se stesso3. Per l’America, la Gaudium et spes, come è interpretata da Benedetto, comporta un nuovo senso della ragionevolezza di Dio e della centralità dell’amore, cioè della chiamata alla santità , e quindi un nuovo significato della ragionevolezza della domanda di apertura a Dio e all’amore, al centro della cultura pubblica americana.
Note e indicazioni bibliografiche 1 Rm 1,20. 2 Lettera del Santo Padre Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, Città del Vaticano, 21 Gennaio 2008. 3 Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale «Gaudium et spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 22. Intervento in occasione della Conferenza Only Something Infinite will Suffice presso il Centro Culturale Crossroads, New York, Aprile 2008.