In questo documento il candidato repubblicano delinea il suo programma per una nuova concezione del welfare, in vista della corsa alla Casa Bianca nel 2012. Oggi abbiamo di fronte la scelta fra tre modelli molto diversi per affrontare la crisi dei diritti previdenziali, i problemi del sistema sanitario e la sofferenza di decine di milioni di americani che vivono al di sotto della soglia di povertà. La prima di queste strade è l’opzione «Fantasia»: fingere che tutto fili a meraviglia, e che non siano necessari mutamenti profondi. I fautori di questa via sono convinti che la Social Security (l’istituto statunitense per la previdenza sociale) e Medicare (servizio di assistenza sanitaria) continueranno a funzionare a tempo indeterminato, e ignorano il fatto che entrambi i sistemi andranno in bancarotta nel giro di pochi anni. Costoro suggeriscono di conservare l’attuale labirinto burocratico di programmi welfare subordinati all’accertamento dei redditi per gli americani a basso reddito, benché l’«impero del welfare» abbia in realtà condannato alla povertà un numero maggiore di americani, e non abbia fatto che intensificare e istituzionalizzare l’ineguaglianza. La seconda strada è l’opzione «Austerity»: ammettere che non diventeremo mai prosperi e tutelati quanto speravamo, e che quindi dobbiamo essere pronti ad accontentarci di un risultato inferiore. Questo implica tagli alle indennità e alle prestazioni, una regolamentazione più stringente e un razionamento dell’assistenza sanitaria, e il rassegnarci al fatto che la povertà resterà sempre una caratteristica inestirpabile della vita in America. La terza strada è quella presentata in queste pagine: garantire una pensione agli americani, assicurare a tutti un’assistenza sanitaria di alto livello, e affrancare dalla povertà milioni di persone attraverso la crescita e l’innovazione. Il sistema attuale non funziona: le scuole non preparano a sufficienza i giovani americani a diventare adulti e a inserirsi nella forza lavoro. Gli americani effettuano versamenti alla previdenza sociale per tutta la vita, e ricevono in cambio un servizio spaventosamente inadeguato. Il programma Medicare offre opzioni molto limitate ai pensionati statunitensi; e l’impero del welfare che si è sviluppato a partire dagli anni Sessanta è il principale propulsore dell’ineguaglianza, che intrappola milioni di americani in un ciclo di povertà. Ma esiste un modo migliore di agire: dobbiamo andare oltre il welfare state tramite la crescita e l’innovazione. Crescita e innovazione significa irrobustire e ottimizzare il sistema della previdenza sociale, dando agli americani il potere di investire in conti di risparmio personale: in questo modo potranno gestire personalmente il pensionamento e sfruttare il potere del mercato per costruirsi un futuro di prosperità che vada oltre le loro aspettative più rosee, scongiurando inoltre per il futuro altre passività del sistema previdenziale. Crescita e innovazione significa liberare i poveri dalla gabbia dell’impero del welfare tramite nuovi programmi tarati su misura per le comunità locali, che promuovano il lavoro e incentivino la formazione permanente. Nel solco del successo delle riforme del welfare attuate nel 1996, delegare in blocco agli Stati tutti i programmi federali di welfare subordinati all’accertamento del reddito aiuterebbe milioni di persone ad affrancarsi dalla dipendenza e a prosperare, facendo risparmiare trilioni di dollari ai contribuenti. Crescita e innovazione significa rifiutare il controllo centralizzato dell’Obamacare, e creare un articolato sistema di «Patient Power»: se i pazienti hanno il potere, e l’informazione è trasparente, il costo delle prestazioni sanitarie diminuirà per tutti, e la qualità sarà migliore. Primo passo: una nuova prosperità in America con i Conti personali di previdenza sociale A poco più di un decennio dalla fondazione della Social Security, nel 1935, senza preavviso iniziò il più grande boom demografico nella storia americana. I primi baby boomer, nati tra il 1946 e il 1964, raggiungeranno l’anno prossimo il limite minimo di età per iscriversi a Medicare, e nel 2013 l’età minima per la previdenza sociale. Da anni, gli economisti del governo federale sostengono che il sistema previdenziale non riuscirebbe a sostenere il flusso di nuovi pensionati senza dover ricorrere a dolorose ritenute sugli stipendi. Il sistema inizia già a scricchiolare: nel 2010 i costi della previdenza sociale hanno superato gli incassi per la prima volta dal 1983, quando il presidente Reagan varò audaci riforme per sostenere il programma. Le proiezioni ufficiali sono pessimistiche: la stima intermedia prospettata dal governo ipotizza che non riusciremo a liberarci dai deficit fino al 2037, quando il fondo fiduciario sarà completamente prosciugato. Da quel momento in poi, tutti i sussidi dovranno essere alimentati dagli incassi, il che richiederà un consistente rincaro dei contributi: probabilmente un raddoppio del costo attuale complessivo di Medicare e Social Security, dall’attuale 15,3% a quasi il 30%. Lo scenario più pessimistico prospettato in via ufficiale ipotizza la bancarotta dei fondi fiduciari entro il 2029; e le ritenute sugli stipendi potrebbero dover essere triplicate, fin oltre il 40%, per garantire le prestazioni previdenziali ai futuri pensionati. La struttura della previdenza sociale negli Stati Uniti opera in maniera praticamente identica da quasi ottant’anni: il modello non è stato neppure sfiorato dagli effetti positivi del libero mercato, e non ci sono state innovazioni né investimenti. È semplicemente un sistema di «tassazione e redistribuzione»: il governo federale applica le ritenute ai lavoratori di oggi, e le reimpiega immediatamente per versare la pensione agli anziani di oggi. Il sistema ha accumulato delle eccedenze tra il 1983 e il 2010, ma anche allora il 90% circa degli introiti veniva ridistribuito ai pensionati entro un anno. Le eccedenze confluivano direttamente nel fondo fiduciario della previdenza sociale. Ma non lasciatevi ingannare dal nome «Social Security», sicurezza sociale: quei fondi non erano affatto sicuri. Le eccedenze venivano «prestate» ad altre aree del governo federale, in cambio di «pagherò» interni. In teoria, queste «cambiali» devono essere rimborsate quando c’è bisogno di più denaro per erogare le prestazioni: ma nella pratica, il governo federale riuscirebbe a onorare queste cambiali solo a patto di apportare drastici tagli alle spese oppure di alzare le tasse. Di conseguenza, queste cambiali sono giustamente considerate passività del governo federale, calcolate come parte del debito pubblico federale lordo, soggetto all’indebitamento limite. Questo sistema pensionistico a ripartizione è il modo meno efficiente per garantire la sicurezza delle future generazioni di pensionati. Gli utili sono modesti, inadeguati, e ben al di sotto della performance storica del mercato, il che si traduce in sussidi più bassi. Anche se i giovani lavoratori riuscissero a incassare tutti i sussidi promessi al momento di andare in pensione, non potranno sperare in un rendimento reale post-tassazione superiore all’1-1,5%. Per molti pensionati del futuro, il tasso di rendimento sarà anzi negativo, se non ci impegniamo sin d’ora per riformare il sistema. Immaginate di versare il vostro denaro in un conto corrente, che però non matura interessi ma anzi vi obbliga a pagare in continuazione per tenere al sicuro i vostri soldi. Ecco la triste realtà dello stato attuale della previdenza sociale e della sua traiettoria futura. Esiste un modo migliore di procedere, che si è dimostrato efficace nel mondo reale. Ai lavoratori si potrebbe consentire di risparmiare e investire il denaro che altrimenti loro e i datori di lavoro verserebbero alla previdenza sociale, depositandolo in conti di risparmio personali. Gli studi evidenziano che con rendimenti standard sugli investimenti di mercato nel lungo periodo, per una coppia di lavoratori con reddito medio, nell’arco della carriera si potrebbero accumulare sul conto di risparmio varie centinaia di migliaia di dollari: o anche un milione o più, a seconda di quale percentuale delle tasse viene riversata nei conti di risparmio. Anche i lavoratori a basso reddito potrebbero risparmiare quasi mezzo milione nell’arco dell’intera carriera. Questi risparmi frutterebbero a tutti i lavoratori, a qualsiasi livello di reddito, sussidi molto più elevati di quelli che la stessa previdenza sociale promette, per non parlare di quelli che potrebbe effettivamente versare. I pensionati potrebbero scegliere autonomamente di lasciare in eredità alle famiglie una percentuale di questi fondi. Un altro vantaggio dei conti di risparmio personali è che, se i lavoratori si finanziano il pensionamento da soli, con i loro risparmi e investimenti, possono decidere liberamente quando andare in pensione. Inoltre, sarebbero incentivati dal mercato a scegliere di rimandare il pensionamento il più possibile, perché più aspettano e più denaro accumulano sul conto, e più ingente sarebbe la pensione. Di conseguenza, milioni di lavoratori con impieghi non fisicamente usuranti sceglierebbero di andare in pensione ben dopo i settant’anni: un risultato che non potrebbe mai essere imposto dall’azione politica. Ma altri lavoratori, i cui impieghi richiedono grande sforzo fisico, o che per motivi di salute non possono lavorare oltre i sessant’anni, potrebbero andare in pensione a quell’età. Queste persone o i loro datori di lavoro potrebbero pianificare il versamento di contributi supplementari sui conti di risparmio, nel corso degli anni, per garantirsi mensilità più cospicue in caso di pensionamento anticipato. Si tratta di una soluzione al problema dell’età pensionabile di gran lunga preferibile all’ipotesi che la politica imponga a tutti un’unica e inappellabile età in cui smettere di lavorare. Secondo passo: una riforma strutturale dell’impero del welfare Il concetto di «welfare state» è inadeguato per descrivere lo stato sociale americano, un sistema basato sull’accertamento dei redditi e orientato ai poveri. Quello che abbiamo di fronte è un impero che comprende circa 185 programmi di welfare federali/statali basati sul reddito, 30 programmi di occupazione e formazione professionale, 34 programmi di servizi alla persona, un’altra dozzina di programmi su alimentazione e dieta, altri 22 programmi sanitari per gli individui a basso reddito, 24 programmi di assistenza all’infanzia per le famiglie a basso reddito, e altro ancora. Il governo federale e i governi statali spendono quasi un trilione di dollari l’anno solo per questi programmi federali basati sul reddito, senza contare la Social Security e Medicare. Ciò si traduce in circa 17.000 dollari per ogni persona povera, cioè oltre 50.000 dollari per una famiglia di tre persone che vive in povertà. Il Census Bureau (Ufficio del censimento degli Stati Uniti) stima che la spesa per il welfare sia oggi circa quattro volte più elevata di quanto sarebbe sufficiente per consentire a tutti di risalire al di sopra della soglia di povertà. Charles Murray ha scritto un libro intero, In These Hands, per documentare che spendiamo molto più di quanto basterebbe per eliminare completamente la povertà in America. Questo drammatico sperpero lascia ampio spazio a riforme che sarebbero molto più efficienti nel ridurre la povertà, e farebbero risparmiare una fortuna ai contribuenti. Nel 1964 e 1965, con una serie di leggi rivoluzionarie, il presidente Lyndon Johnson lanciò la «Guerra alla povertà»: una serie di iniziative che segnarono l’avvio della fase moderna del welfare state americano, quando un certo numero di servizi per le fasce a basso reddito – che in precedenza erano stati erogati dagli Stati, dalle comunità e dalle associazioni umanitarie – tutt’a un tratto divennero responsabilità di programmi federali. Il costo sostenuto è stato astronomico: tra il 1965 e il 2008, il governo federale ha speso circa 16 trilioni (in dollari del 2008) per i programmi legati all’accertamento del reddito rivolti agli americani più poveri. Questo esborso smisurato è forse servito ad affrancare dalla povertà decine di milioni di persone? Decisamente no. La massiccia crescita economica verificatasi nei due decenni successivi alla Depressione e alla Seconda guerra mondiale ha creato una ricchezza che è stata ridistribuita tra varie fasce di reddito. Il tasso nazionale di povertà è sceso dal 32% del 1950 al 22,4% del 1959, al 12,1% del 1969, proprio mentre i programmi della «Guerra alla povertà» iniziavano a sortire i primi effetti. Tuttavia, dopo il 1969, il tasso di povertà è di fatto aumentato. 41 anni e quasi 16 trilioni di dollari più tardi, oggi il tasso di povertà è al 15,1% (2010), tre punti percentuali più alto che all’inizio della grande iniziativa di Johnson. Il fallimento della «Guerra alla povertà» è spiegabile con due gravi errori di progettazione: i programmi di welfare hanno di fatto disincentivato gli americani a basso reddito a lavorare, e le linee guida di vari programmi federali hanno reso svantaggioso vivere in una famiglia con due genitori. Evoluzione del tasso di povertà dall’inizio della «Guerra alla povertà » a oggi: 1966-2010 Alla luce del fatto che oggi un numero minore di americani a basso reddito ha un lavoro, e alla luce della disintegrazione delle strutture familiari di queste persone, non stupisce constatare che negli ultimi quarant’anni abbiamo fatto pochi progressi nella lotta alla povertà. Osserviamo anzitutto gli incentivi all’occupazione. Negli anni immediatamente precedenti all’amministrazione Johnson, quasi due terzi delle famiglie nel quintile di reddito inferiore avevano un capofamiglia che lavorava. Trent’anni dopo, la percentuale era dimezzata: nel 1991, solo un terzo circa dei capifamiglia delle famiglie a basso reddito lavorava, e solo un terzo di quelli che lavoravano lo faceva a tempo pieno. Come è potuto accadere? Certamente non per colpa di una carenza di posti di lavoro. Nei soli anni della presidenza Reagan, le aziende americane hanno creato quasi 20 milioni di posti di lavoro, e il tasso di disoccupazione nei tardi anni Ottanta era intorno al 5%. Il vero motivo è piuttosto il modo in cui Washington aveva strutturato quei nuovi programmi di welfare. Il governo federale offriva sussidi ad ampio spettro e convenienti, ma per averne diritto non era necessario sforzarsi più di tanto per trovare lavoro: anzi, molti di quei sussidi erano disponibili solo per chi era disoccupato o sotto-occupato. Se un americano a basso reddito entrava nella forza lavoro, perdeva immediatamente il diritto a molte indennità federali, e inoltre doveva iniziare a pagare le ritenute e le tasse sul reddito. Come è poi emerso con evidenza, per un certo numero di persone l’ingresso nell’occupazione a tempo pieno è diventato troppo «costoso» rispetto all’opzione di restare a casa e incassare gli assegni di disoccupazione: un fenomeno che è stato chiamato «la trappola del welfare». Così, milioni di americani a basso reddito hanno valutato costi e benefici del lavoro a tempo pieno, rispetto a costi e benefici del restare fuori dalla forza lavoro, e semplicemente hanno deciso che era più conveniente lavorare di meno o smettere completamente. L’impero del welfare e la crisi della famiglia Oltre a tutto ciò, molti dei programmi varati nell’ambito della «Guerra alla povertà» hanno incentivato, in maniera perversa ancorché involontaria, la crisi delle famiglie e le gravidanze extramatrimoniali. Il motivo è legato anche in questo caso ai requisiti demografici che vanno soddisfatti per avere accesso ai sussidi. In generale, i programmi di welfare della «Guerra alla povertà» erano progettati in primo luogo per le famiglie con figli. Una persona in buona salute e senza familiari a carico restava solitamente priva di assistenza, perché il sistema presupponeva che si mantenesse da sola. Dunque, sulla base di quei programmi, diventava vantaggioso avere figli; il che non è necessariamente un male. Tuttavia, a causare il disastro è stato l’abbinamento con una seconda regola: se la madre era sposata, e il marito percepiva un reddito superiore a una certa soglia, la famiglia perdeva i sussidi. L’azione congiunta di questi due requisiti ha creato una situazione in cui avere figli fuori dal matrimonio era il modo migliore per percepire generosi sussidi dal governo. Robert Rector della Heritage Foundation lo spiega chiaramente: «A causa del welfare, il marito lavoratore a basso reddito, che prima era una presenza indispensabile per mantenere la famiglia, diventa uno svantaggio economico netto. Il welfare ha trasformato il matrimonio da istituto legale progettato per tutelare e allevare i figli, in un istituto che penalizza economicamente quasi tutti i genitori a basso reddito che lo scelgono». Inevitabilmente, le famiglie americane si sono disgregate. All’inizio della «Guerra alla povertà», solo il 7% dei bambini nasceva da genitori non sposati; oggi sono quasi due su cinque. Una conseguenza tragica di questo stato di cose è che avere figli fuori dal matrimonio provoca maggiore povertà. I bambini che crescono con un solo genitore hanno sette volte più probabilità di diventare utenti del welfare una volta adulti. Il ciclo della povertà diventa soffocante, eppure il governo continua a incentivare molti dei comportamenti che impediscono agli americani a basso reddito di affrancarsi. Tornare alle strutture matrimoniali precedenti alla «Guerra alla povertà» costituirebbe un passo fondamentale per alleviare le difficoltà dei poveri di oggi. Secondo Rector: «Se le donne povere che hanno figli fuori dal matrimonio fossero sposate con i padri dei loro bambini, due terzi di loro uscirebbero immediatamente dalla povertà. Circa l’80 per cento di tutta la povertà a lungo termine si verifica nelle case con un solo genitore».
Riformare il welfare state per liberare la crescita
di Newt Gingrich / Politico statunitense, candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012
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