Quadrimestrale di cultura civile

La riforma delle università britanniche

di Charles Clarke / Politico laburista inglese, già ministro e segretario di Stato all’educazione

All’inizio del 2003, il governo laburista britannico si è assunto il compito arduo, e politicamente controverso, di attuare una riforma degli atenei inglesi. Le amministrazioni periferiche in Scozia e Galles avevano opinioni diverse, dunque in quei Paesi la riforma è stata attuata in un secondo momento e con modalità differenti. La motivazione di fondo della riforma era chiara: le università avevano bisogno di fondi assai più ingenti per allinearsi ai più elevati standard internazionali. Negli anni dei governi conservatori, tra il 1979 e il 1997, le risorse finanziarie degli atenei si erano ridotte in termini reali, con conseguenze negative riguardo al numero di docenti, alla loro remunerazione e alla qualità delle strutture didattiche. Ciò malgrado, il numero degli studenti era aumentato, acuendo così la pressione sulle università. Per correre ai ripari e garantire più risorse agli atenei, dal 1997 in poi il governo laburista aveva leggermente incrementato lo stanziamento di fondi per le università, introducendo anche una piccola tassa da versare in anticipo. Queste misure avevano suscitato controversie dando luogo a un dibattito acceso durante la campagna elettorale del 2001. Di conseguenza abbiamo ritenuto che fosse necessaria una riforma di più ampio respiro, e nel gennaio 2003 le nostre proposte sono confluite in un White Paper,1 che ha posto le basi per l’Higher Education Act del 2004. Università diverse per un unico Paese L’obiettivo principale del White Paper era incentivare le università (o Istituti di Formazione Superiore) a sviluppare una mission e un obiettivo autonomi. Ciascuna università ha una storia e una cultura peculiare, ed esprime un equilibrio diverso fra le tre responsabilità: condurre ricerca, formare gli studenti prima e dopo la laurea, e operare un trasferimento di conoscenza che vada a beneficio dell’economia. Le università in Inghilterra non sono, e non devono essere, identiche nella missione e negli obiettivi. Ciascuna ha i suoi punti di forza e le sue debolezze, sia nell’ambito di quelle tre responsabilità fondamentali, sia nelle diverse aree disciplinari. In ciascun ateneo si insegna in modo diverso, con approcci difformi alla tecnologia didattica, differenti composizioni del corpo studentesco, diverse relazioni con il mondo del lavoro e diversi metodi pedagogici. Di conseguenza, i titoli di studio emessi da ciascuna università hanno valore e qualità variabili. L’opinione, condivisa da molti nell’ambiente dell’università, secondo cui tutti gli atenei sono grossomodo analoghi per qualità e reputazione, e svolgono tutte queste attività in modo paragonabile, è a mio avviso dimostrabilmente falsa; e la struttura e le fonti di finanziamento delle università dovrebbero riflettere questo fatto. Uno degli obiettivi del White Paper, e della successiva legislazione, era persuadere il mondo della formazione superiore a riconoscere apertamente l’esistenza di queste differenze: il fatto cioè che il settore non è monolitico, ma manifesta una varietà interna, da cui discendono conseguenze economiche. Il White Paper apportava un certo numero di modifiche relativamente marginali per riflettere questo approccio, tra cui la creazione di uno speciale flusso di finanziamenti per stimolare il «trasferimento della conoscenza», promuovendo progetti di finanziamento congiunto tra università e aziende. Gli Istituti di Formazione Superiore che offrivano un’elevata qualità della didattica nei corsi di laurea ma facevano poca ricerca sono stati autorizzati, in certe condizioni, a definirsi university college. Ma la novità principale, che ha attratto più attenzione e ha generato maggiori polemiche, era la proposta di un finanziamento da parte degli studenti: richiedere cioè a chi si iscrive ai corsi di laurea di versare fino a 3000 sterline l’anno per i tre anni che solitamente si trascorrono all’università. Questo denaro sarebbe confluito negli atenei in aggiunta ai (crescenti) finanziamenti già erogati dal governo. Questo sistema prevedeva il pagamento di tasse universitarie di entità variabile per i diversi corsi nei diversi atenei, in relazione alla qualità dell’insegnamento offerto e al suo valore per la formazione professionale, ma senza ostacolare chi si iscriveva all’università provenendo da famiglie meno abbienti. Il sistema della restituzione (repayment), che aboliva i versamenti anticipati e istituiva il pagamento dopo la laurea tramite il sistema fiscale, era progettato per conseguire quell’obiettivo: il costo è sostenuto dallo studente allorché si è già laureato e percepisce un reddito, e non dallo studente o dai suoi genitori prima o durante gli anni di corso. Questo era il nucleo di un processo politico che è stato duramente contestato. L’allora opposizione conservatrice ha rinunciato a ogni riflessione razionale sulle questioni in oggetto, tentando invece di trarre un vantaggio politico dalla potenziale impopolarità delle proposte, soprattutto tra quelle fasce di popolazione relativamente benestanti che avrebbero dovuto sostenere una spesa maggiore a fronte dei vantaggi che traevano dai titoli di studio conseguiti, e si opponevano alla riduzione delle sovvenzioni statali. C’erano anche timori concreti (ma ingiustificati, alla luce dei fatti) che il nuovo sistema potesse minare l’accesso all’università e alle professioni per gli studenti che provenivano da famiglie in difficoltà economiche. Il tetto massimo di tremila sterline è stato scelto deliberatamente, benché su base alquanto arbitraria, per consentire di fissare il principio delle rette differenziali, evitando che l’esborso fosse così gravoso da scoraggiare i potenziali studenti. Una conseguenza diretta di queste modifiche è stata la ristrutturazione del sistema di finanziamento nella direzione di una piena indipendenza per gli studenti già a diciotto anni, un esito che considero socialmente desiderabile per molti motivi. Una conseguenza dell’atmosfera politica tesa in cui questa legge è stata dibattuta è che le proposte sono state limitate soltanto agli studenti a tempo pieno iscritti a un corso di laurea. Sussistono validi motivi per estendere il sistema anche ad altre fasce, per esempio gli studenti part-time (come poi è accaduto) e gli iscritti ai corsi post-laurea. Col senno di poi, sette anni dopo, ritengo che gli obiettivi di fondo di quella legge siano stati raggiunti. Gli obiettivi della legge Le università sono riuscite a ottenere maggiori entrate di quanto sarebbe stato possibile altrimenti. Ciò ha permesso un netto miglioramento nelle strutture, nelle risorse per i dipendenti e nella qualità dell’insegnamento. Il nuovo sistema non ha costituito in alcun modo un disincentivo all’iscrizione, né in generale né per fasce particolari, come gli studenti di famiglie meno abbienti. In generale, la capacità degli atenei di offrire risposte ai propri iscritti e potenziali studenti è aumentata, benché alcune università non siano migliorate a sufficienza. Gli studenti iniziano a pretendere un insegnamento di qualità migliore in relazione alle tasse che pagano. Tuttavia, per altri versi, gli sviluppi concreti non sono corrisposti alle intenzioni. Il sistema di tassazione differenziata è stato istituito solo in teoria e non in pratica: quasi tutte le università hanno scelto di fissare le rette al tetto massimo di tremila sterline per quasi tutti i corsi. All’epoca mi sono stupito di vedere una variazione così limitata, e continua a stupirmi il numero ridotto di università che hanno offerto corsi a costi inferiori. Il mito secondo cui tutti i titoli di studio universitari avrebbero lo stesso valore per lo studente non è stato pienamente sottoposto alla prova dei fatti. Il maintenance loan (prestito che copre le spese di studio, vitto e alloggio) è in molti casi insufficiente, e l’accertamento delle fonti di reddito per stabilire l’idoneità al prestito rimane problematico, perché alcuni genitori non versano o non sono in grado di versare la loro quota, e i figli possono trovarsi in serie difficoltà economiche. L’entità del prestito dev’essere fissata in modo da coprire la totalità dei costi sostenuti. Poiché alcuni genitori non pagano la loro quota del maintenance loan, ciascuno studente dovrebbe ricevere l’intero ammontare. Nel 2004 si è stabilito, per una serie di motivi, che il prestito non dovesse maturare interessi. È più logico e più equo introdurre un tasso di interesse reale, ma inferiore al tasso commerciale (e questo è ciò che è accaduto). Andrebbe incentivato il rimborso anticipato dei prestiti attivi, come già accade in alcuni altri Paesi. Come accennato, uno degli intenti principali del White Paper del 2003 e della legislazione del 2004 era la promozione della diversità fra gli atenei. L’obiettivo si è tradotto in realtà, ma non nella misura auspicata. Quale modello universitario per il futuro? Sono convinto che rimanga molto da fare sulla relazione tra università e mondo del lavoro: per esempio proseguendo lo sviluppo di corsi di laurea biennali per l’avviamento alle professioni, l’insegnamento a distanza e lo studio part-time, l’apprendimento permanente e l’istruzione degli adulti. Nella mia esperienza, queste ambizioni non sono condivise dalla maggioranza del mondo accademico. Il modello universitario tradizionale resta predominante, e molte aree della cultura universitaria oppongono una forte resistenza al cambiamento. L’incremento della partecipazione universitaria non si può ottenere semplicemente espandendo il sistema che esiste oggi. È necessario che il settore dell’istruzione superiore cambi in modo sostanziale, e in particolare che diventi assai più flessibile. Il sistema di tassazione variabile introdotto dalla legislazione del 2004 intendeva promuovere diverse modalità di apprendimento, nuove strutture per i corsi, nuove partnership con le aziende e altri modi, «tradizionali» e «non tradizionali», per avvicinarsi agli studenti. Tutto ciò non è ancora accaduto nelle proporzioni auspicabili. L’unico cambiamento evidente, finora, è il fatto che un numero maggiore di studenti resta in casa con la famiglia anziché trasferirsi altrove per studiare. In seguito alle elezioni politiche del 2010, il nuovo governo conservatore ha introdotto una serie di misure assai discutibili, tra cui quella che eleva il tetto massimo delle tasse universitarie a 9000 sterline l’anno. Inoltre il governo ha apportato tagli drastici ai contributi finanziari per i docenti universitari, e in questo modo sta alterando l’intero equilibrio del sistema, tanto da mettere concretamente a rischio l’istruzione superiore degli studenti di famiglie meno abbienti. I sistemi universitari del mondo sono tutti diversi tra loro; ma nella maggior parte delle nazioni resta necessaria una riforma per venire incontro alle aspirazioni dei nostri giovani e per preparare le nostre società alle sfide del futuro. 1 www.bis.gov.uk/assets/biscore/corporate/migratedd/publications/f/future_of_he.pdf