Quadrimestrale di cultura civile

Superare la cultura della rassegnazione

di Salvatore Abbruzzese / Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Trento

La crisi attuale, per quanto originata da fattori esterni all’economia nazionale, è tanto più preoccupante quanto più rende manifesta l’impossibilità di farvi fronte con le misure tradizionali di sostegno e di protezione sociale. Il timore di una recessione imminente genera un’incertezza diffusa che colpisce soprattutto le aree meno garantite, quelle ai margini del sistema di protezione e al di fuori delle reti di sicurezza dei diritti acquisiti. In particolare, sono proprio i giovani, nella misura in cui sono ancora fuori da qualsiasi qualifica professionale consolidata, che vivono in prima persona il timore di una vita segnata da percorsi aleatori, eternamente ancorati a un sistema nel quale l’incertezza del lavoro si coniuga con un mercato fragile e sempre più esposto ai venti incontrollabili di un’economia mondiale. Se il problema è quello dell’indeterminatezza degli interventi istituzionali è ancora più evidente che, mai come oggi, dopo quarant’anni di politiche di assistenza e di compensazione degli squilibri realizzate dallo «Stato Provvidenza», molto ricade sulle spalle dei soggetti, individuali o collettivi. Molte delle soluzioni ai problemi tradizionali della preparazione e dell’inserimento lavorativo sono vincolate alle capacità personali di intercettare opportunità formative e possibilità imprenditoriali. È il momento in cui, oltre ai doverosi interventi dall’alto – indispensabili soprattutto nell’ambito della regolazione del mercato e in quello del controllo del rispetto delle regole –, sono le strategie dei singoli a fare la differenza. Tutto riposa sulle loro capacità di impegnarsi, reperire risorse e luoghi di formazione, definire il proprio progetto professionale intercettando reti di professionisti autorevoli per avvalersi della loro competenza. Ma se la risposta riposa sulle spalle dei soggetti, allora diventano importanti gli atteggiamenti, le culture e le visioni della realtà che alimentano le attitudini e le strategie di questi ultimi. La crisi può infatti colpire non solo diminuendo le opportunità, ma anche diffondendo l’idea di una loro scomparsa, alimentando le rappresentazioni di un inserimento sociale casuale, dovuto a eventi fortuiti, spesso aleatorio e comunque raramente adeguato alle aspettative. Tra tutti coloro che sono ancora al di fuori di una chiara collocazione nel mercato del lavoro, in particolar modo i giovani, si affermano con facilità incertezze e delusioni che finiscono con il legittimare atteggiamenti di rinuncia e di disillusione e che, alla diminuzione delle opportunità, fanno seguire la perdita dello stesso desiderio di andarne alla ricerca. L’impegno a ricercare opportunità di formazione e di lavoro connesse a un progetto personale di realizzazione umana e professionale non ha quindi alcunché di automatico. Affinché si realizzi, non basta solo la maturazione di una serie di consapevolezze circa la natura della crisi e le nuove caratteristiche del mercato del lavoro. Qualsiasi coscienza dei limiti e delle difficoltà non può affermarsi senza essere accompagnata, in parallelo, da una visione possibilista della realtà, dove la dimensione realizzativa non solo è ancora possibile, ma diventa sempre più indispensabile. Solo la presenza di quest’ultima garantisce, infatti, da strategie di mero adattamento, intimamente recessive e rinunciatarie. Si tratta qui di quegli «stati soggettivi e aspetti qualitativi della condizione umana» ai quali fa riferimento il Presidente Napolitano nel suo discorso al Meeting di Rimini del 2011: «È a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri, come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio” ». Ma è proprio in quest’auspicata riaccensione del motore del desiderio che la realtà contemporanea sembra iscriversi in dissonanza. Il riferimento a quello che il Presidente Napolitano definisce come «desiderio di certezza», sembra apparire sostanzialmente inconciliabile con una realtà che invece fa dell’incertezza, dell’ambiguità, della perdita di riferimenti, il proprio manifesto cognitivo, la principale chiave di lettura. Proprio in quest’ambito la crisi contemporanea, in conseguenza del primato della logica dell’incertezza, sembra rivelare una pericolosità inattesa: quella dell’annichilimento delle potenzialità individuali ancora disponibili e della loro scomparsa sotto il peso di una cultura che toglie linfa al desiderio di emancipazione in quanto tale, rendendolo evanescente, irreale e quindi illegittimo. Al posto di questo è pienamente operante una cultura che, a diversi livelli e in nome di un malinteso realismo, annichilisce le potenzialità individuali dei giovani, toglie linfa al loro desiderio di emancipazione in quanto tale e mina ogni «anelito di certezza». Questa cultura, per quanto trovi conferma in situazioni bloccate – come nel caso delle aree dove impera la criminalità organizzata –, si estende anche là dove i progetti potrebbero svilupparsi e i desideri di realizzazione, accompagnati da impegno costante e sorretti da informazioni e da competenze adeguate, potrebbero concretizzarsi. Essa finisce con il consolidare, sotto l’aura di una lettura apparentemente realistica del presente, una visione sostanzialmente miope e cinicamente irresponsabile. A subire le conseguenze di un tale pensiero dominante sono proprio coloro che, trovandosi a definire il proprio progetto di vita, si applicano a rintracciare opportunità e ad acquisire competenze. I giovani sono al centro della crisi, non solo perché grava su di loro la fragilità del mercato, ma anche perché vedono minato, a opera di una cultura della crisi, un progetto di vita e un desiderio di realizzazione che sono centrali nella loro esistenza.Il primato negato del desiderio di realizzazione Il diritto al proprio desiderio di realizzazione, tassello fondamentale e ineludibile del cuore dell’uomo, sembra da tempo essersi dissolto dall’intero sistema culturale per rifugiarsi nel cielo delle idee. Il vincolo ferreo del realismo sembra rinviarlo a essere più la parodia di un’utopia antropologica del primo novecento che non la formula permanente di ogni società fondata sulla libera iniziativa e sull’autodeterminazione. Eppure non è assolutamente possibile, né minimamente tollerabile, l’affermarsi di attitudini di pura remissione e di sostanziale rinuncia alle realizzazioni personali, esattamente come non è assolutamente accettabile rinunciare a una crescita collettiva globalmente intesa. La crescita, l’uscita dalla crisi, sono infatti il risultato aggregato di scelte individuali, per le quali le istituzioni possono solo preparare i presupposti. Delegittimare, destituire di speranza il diritto del singolo alla propria realizzazione per elevare altari al disincanto, prepara immancabilmente la strada tanto a una recessione sul piano sociale quanto a un annichilimento dell’esistenza su quello individuale. Il rinunciare a sperare in quanto tale, il fare a meno della categoria della «possibilità», fa di ogni libertà individuale un’esperienza mutilata e prepara le basi per un habitus rinunciatario, la cui presenza invade tutti gli ambiti di vita del soggetto stesso: da quello familiare a quello professionale, dall’esperienza associativa a quella della partecipazione civico-politica. Una libertà che ha la percezione di non avere possibilità di scelta è una libertà meramente formale, una libertà inutile. Una prova chiara di quanto il principio «realista» della rinuncia sia, di fatto, meno aderente alla realtà di quanto non sembri, la si ha ripercorrendo, consapevolmente e con capacità di comprensione, il miracolo di energie e di risorse mostrato dalle generazioni precedenti lungo gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo appena trascorso, un evento che viene spesso ricordato dal Presidente Napolitano. Un’Italia certamente molto più povera di oggi, in un contesto di difficoltà di ogni genere, reduce da un conflitto bellico di proporzioni inaudite e da una terribile lacerazione interna, non si privò mai della speranza, non divorziò mai dalla categoria della «possibilità» e si alimentò, tenacemente e quotidianamente, del proprio desiderio di realizzazione. I fatti documentano tutto questo con chiarezza e privarsi delle lezioni della storia è un errore fatale, sul quale riposano tante, troppe, autoreferenzialità contemporanee. La speranza, cioè la legittimazione del «desiderio» presente in quegli anni, era alimentata da un’apertura alla categoria della «possibilità» e questa apertura era presente in tutte e tre le grandi tradizioni di pensiero. La cultura liberale, quella socialista e quella cattolica (il Concilio Vaticano II, a tal proposito, costituisce un esempio poderoso), concorsero a legittimare, alimentare e diffondere il diritto del soggetto alla propria emancipazione e alla propria realizzazione. Ed è proprio l’aver sottoscritto e praticato un tale diritto che ha fatto di quelle generazioni un esempio di vita civile e di quegli anni un modello di sviluppo. Non sembra possibile oggi, in un’Italia certamente più prospera e meno lacerata, con conoscenze consolidate e competenze acquisite, pienamente inserita nel gruppo dei Paesi più sviluppati del mondo, far venir meno quella spinta realizzativa data dal diritto al progetto e dal desiderio di realizzazione che tanta parte ha avuto nel passato, in situazioni ben più aspre. Il riconoscimento di un tale diritto, ora come allora, diventa un tassello decisivo per qualsiasi strategia di sviluppo. Nessuna questione giovanile può essere concretamente posta in agenda se non prevede, nei suoi stessi preliminari, la restituzione del diritto alla realizzazione come criterio fondativo di ogni progetto di cittadinanza e di inclusione sociale prima ancora che politica. Se l’età giovanile si caratterizza proprio per la lenta elaborazione del progetto personale di vita, l’ignorare un tale desiderio costituisce un’operazione intimamente cinica e socialmente irresponsabile. Essa costituisce il modo subdolo per marginalizzare e, in definitiva, annullare la sostanza stessa della condizione giovanile, annichilendola nei parchi gioco dell’industria del tempo libero, pur di non riconoscerne e legittimarne la dimensione progettuale che la costituisce. Il peso degli stereotipi Ora non c’è dubbio su come sia proprio la dimensione del desiderio in quanto tale a risultare ferita e sostanzialmente compromessa. Minata dalle visioni catastrofiste, da un lato, e dagli allarmi provenienti dai mercati finanziari, dall’altro, questa trova un complice infausto nella cultura del disincanto che è alla base di ogni abdicazione e delegittima ogni desiderio di realizzazione. Una simile centralità del disincanto e della rinuncia, elevata al livello di vero e proprio luogo comune, non sarebbe così presente e radicata nella cultura di massa, se non fosse alimentata dall’enfatizzazione fuori misura di almeno due componenti reperibili nell’ambito del pensiero riflesso; due tratti culturali che caratterizzano il pensiero antropologico e sociologico contemporaneo. Si tratta delle enfatizzazioni di due concetti ampiamente presenti nella letteratura del Novecento: quello del relativismo dei valori e quello del primato della razionalità strumentale. L’uno e l’altro sono, infatti, riletti e diffusi ben al di là degli autori che li hanno definiti e sottoscritti, godendo di una fortuna e di una notorietà sul piano inclinato di una vulgata socio-antropologica che dalle aule universitarie precipita negli stereotipi di massa. È a partire da una tale vulgata che si alimentano la crisi delle possibilità e la percezione di una generazione senza futuro. Il principio del relativismo culturale che, a partire dalla constatazione – in sé ovvia – di una pluralità di modalità di realizzazione dei valori, giunge alla conclusione che non esistano valori universali se non in termini di procedure condivise e preventivamente concordate, fa di ogni valore un principio debole, valido solo nel perimetro dell’esistenza personale di colui che lo sottoscrive e quindi privo di qualsiasi capacità di dettare norme e prospettive di vita. Ogni valore perde così la propria carica vitale, smarrisce la sua autorevolezza oggettiva e, soprattutto, depotenziandosi, si rivela inutilizzabile per aiutare il soggetto a definire e legittimare il proprio desiderio di realizzazione quando previsioni di mercato e dimissioni di responsabilità della politica alimentano e accrescono il livello di pessimismo sociale. Il relativismo assoluto, rinviando i valori alle specificità soggettive, toglie ai soggetti qualsiasi possibilità di potervi ricorrere. I valori, una volta depotenziati e ridotti da riflesso di principi regolativi universali a espressioni di desiderata soggettivi, si rivelano inutilizzabili nell’aiutare il soggetto a definire le proprie prospettive di vita. Anziché dare dignità alle scelte del soggetto le conducono al garage delle pure volizioni personali: lo stesso termine «desiderio» viene pertanto collegato più all’universo della fantasia che non a quello della realtà. Ai danni provocati da un tale relativismo si aggiungono quelli messi in circolo dal primato della razionalità strumentale. Una tale preminenza porta, infatti, a riconoscere e a legittimare il desiderio di crescita e di emancipazione in quanto tale, solamente quando si riduce alla sola, realistica, aspirazione di beni e servizi. La dimensione realizzativa, slegata dai valori che dovrebbero permearla e strutturarla, ridotta alla logica dell’interesse materiale, regolata dal semplice calcolo costi-benefici è, di fatto, inoperante in senso proprio. Eppure, anche in questo caso, il primato della razionalità strumentale vive molto al di sopra delle proprie possibilità di applicazione reale e occupa in modo del tutto illegittimo la centralità che gli viene riconosciuta. In realtà e in primo luogo, esso non è in grado di dire alcunché in tutte le situazioni in cui gli effetti dell’azione restano parzialmente invisibili e il calcolo costi/benefici è aleatorio. Tanto l’ambito dell’azione politica quanto quello dell’azione economica sono quasi sempre legati a strategie di azione il cui risultato è sottoposto a gradi diversi di incertezza. Le scelte in situazioni di «razionalità limitata», non potendo fondarsi sul solo calcolo razionale, sono sempre necessitate a chiamare in causa l’universo degli obiettivi finali: le ragioni ultime che rendono una politica equa e una strategia economica accettabile. L’impero dei fini diventa un compagno di strada indispensabile anche nella più materialistica delle strategie. Ora, poiché un tale impero non si legittima in sé, ma solo in relazione ai valori che lo strutturano, sono solo quest’ultimi che, anche nel più rigido corridoio strumentale, rendono possibile una politica e un’economia condivise. In secondo luogo, il primato della razionalità strumentale è strutturalmente incapace di orientare il soggetto nella scelta degli obiettivi di lungo termine. Il primato dei beni acquisitivi, obiettivo primario delle logiche strumentali, per sua stessa natura tende a realizzarsi esplicitamente nel presente. Qualsiasi orientamento di carattere generale, qualsiasi volontà di definire stati di benessere futuri, implica la necessità di prefigurare situazioni che sono in realtà incerte e scarsamente definibili nelle loro caratteristiche specifiche. La necessaria proiezione degli esiti dell’azione nel futuro, implica la necessità della messa a punto di vere e proprie rappresentazioni della realtà, intorno alle quali non solo il calcolo costi/benefici, ma la stessa caratterizzazione dei benefici in quanto tali diventa indeterminata.Ora è proprio l’appello alle rappresentazioni che apre il terreno alle credenze e ai valori. Sono, infatti, proprio le prime che strutturano e rendono possibili le rappresentazioni, dando loro le componenti essenziali, così come sono i valori che vi conferiscono i principi regolativi. Solo un riferimento, in ultima istanza, a dei valori può consentire al soggetto di consolidare quelle credenze con le quali costruisce la rappresentazione della realtà che gli è indispensabile per definire i progetti di realizzazione. Le ragioni dei valori tendono così a prevalere su quelle che definiscono gli obiettivi concreti, non per una supremazia ontologica ma per una priorità procedurale. Il diritto alla realizzazione Tanto l’enfatizzazione del relativismo culturale quanto quella della razionalità strumentale sono pertanto indebite e si arrogano uno spazio interpretativo superiore a ciò che realmente possono descrivere e chiarire. Tali enfatizzazioni hanno un prezzo elevato: è proprio a partire dall’incrocio tra una realtà relativa, senza valore, e una logica puramente acquisitiva di beni, che si elabora lo scenario delle dimissioni da qualsiasi dimensione realizzativa. Si arriva così a edificare una filosofia di vita rinunciataria dove, in nome di una soggettività dimezzata, le uniche richieste considerate come realisticamente praticabili sono quella di una nuova assistenza pubblica e quella di una nuova economia protetta. In breve: il realismo dell’adattamento copre la sostanziale rinuncia a una vera e propria realizzazione. Contrastare una tale idea dominante implica il recupero di una concezione dell’esistenza dove la dimensione soggettiva sia restituita alla propria dignità e al proprio diritto alla realizzazione. Ma ciò significa anche un recupero dei valori che consentano la messa a punto di progetti. Alla fine di queste considerazioni non c’è spazio che per indicare settori, gruppi, aree di società civile dove il diritto alla realizzazione sembra apparire maggiormente legittimato. In una tale ricerca non si può non restare sorpresi di quanto, sia proprio all’interno dell’universo del volontariato che la dimensione del desiderio realizzativo trovi meno contrasti. Non è un caso se sono proprio i movimenti dove è forte l’impegno di gratuità che si mostrano tra i principali protagonisti di un recupero della dimensione realizzativa. La «logica del dono», che attivandosi nella forma dell’impegno caritativo ha nel principio realizzativo dell’essere il proprio motore principale, è infatti l’antitesi assoluta di qualsiasi razionalità strumentale. Se una tale chiave di lettura è reale, allora il recupero del desiderio definisce, inevitabilmente e necessariamente, una strada dove alla preoccupazione individuale si unisce la funzione sociale, dove la realizzazione di se stessi passa per la valorizzazione di reti e di legami nei quali gli altri sono la componente indispensabile e costituiscono la certezza di una relazione della quale ogni desiderio ha bisogno.