Quadrimestrale di cultura civile

Soluzioni a livello di modello generale

di Carlo Pelanda / Docente di Studi globali, University of Georgia, Athens, USA e Università G. Marconi, Roma

In Europa, e in Italia in particolare, c’è l’abitudine di considerare i giovani come oggetto di politiche specifiche. Questo è un errore analitico. La questione giovanile riguarda l’intero modello economico e i suoi eventuali problemi sono risolvibili, principalmente, attraverso modifiche del modello stesso e non di aggiustamenti settoriali indipendenti. Tale impostazione non nega che la politica debba affrontare specificità generazionali, cioè istituzioni dedicate a giovani e anziani, ma suggerisce di riportarle a valutazioni di modello e non di area sociale particolare. Il sostenere questo punto di fondo e trasferire il problema giovanile da un settore al modello intero, anche proponendo un bozza di sua modifica, sarà il mio contributo alla ricerca delle soluzioni. Entriamo subito nel problema concreto. I dati mostrano che la mobilità ascendente – cioè se un figlio fa un lavoro migliore del padre – è stagnante, se non regressiva, nella maggior parte dell’area europea e in calo negli Stati Uniti. Ciò fa sospettare che il modello di welfare europeo continentale limiti le opportunità di lavoro e di incremento del reddito. Ma la stessa tendenza è visibile negli Stati Uniti caratterizzati da un modello economico differente, più liberalizzato, che crea più opportunità. Come spiegare questo fenomeno? Diversamente da quanto creduto da ricercatori frettolosi e ideologizzati, il modello liberalizzato americano non è privo di garanzie. Il sistema ne fornisce una di tipo indiretto: se perdi un lavoro, ne trovi subito un altro. Tale garanzia è erogata attraverso il mantenimento di una configurazione del mercato interno che tende a massimizzare la crescita, tenendo bassi i carichi fiscali e le regolazioni limitative ed elevata la flessibilità del mercato del lavoro nonché espansiva la politica monetaria. Tale garanzia indiretta, che implica un aumento costante della mobilità ascendente, è sempre più inefficace per due motivi: 1. Nell’economia della conoscenza, sempre meno individui colgono le opportunità pur esistenti nel mercato a causa di un’insufficienza cognitiva; 2. La crescita è compromessa dal fatto che l’impatto della concorrenza globale sul mercato interno non è bilanciata da un flusso di ritorno della ricchezza (cioè dal globo torna capitale in forma finanziaria, ma non di opportunità di lavoro e remunerazione crescente); questo fenomeno è complicato da una recente tendenza, durante l’amministrazione Obama, ad alzare i costi sistemici che disincentivano gli investimenti e l’occupazione. Nell’ambiente economico europeo prevale la garanzia economica diretta: ti garantisco che non perderai il lavoro e ti proteggo dalla concorrenza. Ovviamente tale modello – garanzie dirette a scapito di quella indiretta – ha ridotto la crescita e le opportunità. E l’impatto maggiore lo sentono le generazioni che sono arrivate a maturità dagli anni Settanta in poi, quando è finito l’effetto di capitalizzazione anomala, e supercrescita demografica, del dopoguerra. Le garanzie protezioniste hanno cominciato a deprimere la crescita e sempre di più sono state finanziate con debito: dagli anni Novanta i modelli europei finanziano il passato e non il futuro. Per questo motivo la crisi di opportunità per i giovani ha preso macroevidenza. Ma è sintomo di un problema strutturale di modello, risolvibile solo cambiando il modello stesso. Ora il modello europeo dovrà cambiare per insostenibilità. Ma cambiare in quale direzione, esattamente? Se si riducono le garanzie dirette per aumentare quella indiretta di crescita, liberalizzando la forma del mercato, certamente si aumenta il potenziale di aumento delle opportunità di lavoro per tutta la popolazione, quindi anche per i giovani. Ma, attenzione, proprio i dati che provengono dal modello americano, già liberalizzato, mostrano che ci sarebbero due problemi: - la garanzia indiretta di crescita sarebbe frenata da un’architettura sbilanciata del mercato globale; - la soluzione, cioè un aumento di produttività per uscire dalla trappola della concorrenza internazionale per costo, sarebbe indebolita da una capacità cognitiva di massa insufficiente per operare in un’economia trainata dalla conoscenza e dall’ipertecnologia. In sintesi, la complicazione di questo momento storico è che imitare il modello americano liberalizzato per sostituire l’orrore depressivo di quello europeo continentale potrà risolvere metà del problema, ma non tutto. E ciò mette a rischio la riproduzione del sistema sociale occidentale, ovvero il progetto di capitalismo di massa, togliendo opportunità ai giovani. Ovviamente in questa visione è ridicolo il solo pensare di risolvere il problema con una «politica per i giovani». Bisogna cambiare l’intero modello: - la liberalizzazione, cioè il passaggio del modello economico dal regime di garanzie dirette protezioniste a quella indiretta di crescita, è comunque un passo obbligato per l’ovvio motivo di favorire la creazione della ricchezza; - bisogna ribilanciare il mercato globale affinché le nazioni ricche non perdano la ricchezza, per altro evitando protezionismi commerciali che impoverirebbero sia gli emersi che gli emergenti, sommergendo tutti in una catastrofe mondiale. Manca qualcosa Se bilanciamo i flussi globali e aumentiamo la crescita, ci saranno più opportunità. Ma queste opportunità saranno concentrate sul segmento di mercato che richiede più competenze, in quanto non sarà comunque possibile ridurre i costi delle economie già ricche per pareggiarli con quelli delle economie emergenti che partono da condizioni di estrema povertà e potranno godere di questo fattore competitivo per almeno 20-30 anni, cioè un tempo generazionale. E l’Occidente, in particolare l’Italia, non può perdersi una ulteriore generazione condannandone la maggioranza a condizioni di vita peggiori dei padri. Ciò porterebbe sotto soglia il potenziale sistemico di riproduzione sociale delle nazioni, destrutturandole. Quindi bisogna trovare un modo per caricare il nuovo modello economico, oltre che di più libertà economica e potenza configurativa del mercato globale, con la capacità di indurre aumenti elevatissimi di produttività a livello di massa. Come si fa? Diffondendo il potere cognitivo a livello di massa. Qui c’è il punto più difficile. Qualsiasi osservatore è d’accordo che ci vuole più istruzione per tutti. Ma se uno valuta quanta istruzione veramente ci voglia per rendere competitivo un individuo nell’ambiente economico selezionato dalla conoscenza, l’accordo finisce. Ci vogliono, infatti, milioni di euro di investimento su ciascun individuo, in forma di investimento diretto dalla nascita e di mantenimento delle infrastrutture per una rivoluzione cognitiva di massa. Ci vogliono così tanti soldi da dover modificare il contratto fiscale di una nazione: - meno tasse e costi di apparato pubblico per finanziare la garanzia indiretta di crescita; - quello che resta del denaro fiscale va messo in massima parte, salve le protezioni in caso di bisogno totale e le spese di sicurezza nonché di gestione delle emergenze, a investimento come finanziamento di un megasistema educativo, e di formazione continua, a costi elevatissimi. Per ripristinare la riproduzione sociale nei sistemi ricchi (a costi sistemici elevati e a demografia stagnante) via aumento di massa della produttività (valore di un prodotto per ora di lavoro) bisogna massimizzare l’allocazione del denaro fiscale per la costruzione della competenza sociale. Nelle conferenze faccio fatica a mostrare la differenza tra il livello di educazione oggi esistente e quello richiesto per far girare a pieno regime un’economia trainata dalla conoscenza. La differenza è abissale, come fra trecentomila euro e tre milioni in termini di costo, per portare un individuo a competenza sufficiente. Il problema è anche dovuto a un ritardo delle scienze dell’educazione nel definire i nuovi standard di competenza in base ai requisiti dell’economia tecnologica. Li posso qui riassumere così: la competenza di uno scienziato di oggi dovrà essere quella di un operaio (di nuovo tipo) di domani. Quindi chi dice che è ovvio invocare più educazione si renda conto che ce ne vuole tanta in più da dover modificare, appunto, il contratto fiscale di una nazione. Cioè passare a un modello di «Stato di investimento» dove il denaro fiscale, della comunità, serve a finanziare la qualificazione continua del capitale umano/sociale per permettere la riproduzione del sistema. Il concetto di «garanzia di investimento» precorre l’erogazione di una nuova garanzia economica diretta: non ti proteggo più, ma aumento talmente il tuo valore di mercato da non rendere necessarie protezioni. In sintesi, la direzione dove portare i modelli economici, con l’interessante possibilità di far convergere i modelli americano ed europeo, è la seguente: - garanzia indiretta di crescita via massimizzazione della libertà economica e aumento continuo delle opportunità; - investimento individualizzato per aumentare il potere cognitivo di massa al punto da saturare in ogni momento storico i potenziali di opportunità; - tutela strategica nel ciclo economico globale della garanzia indiretta. In una evoluzione dei modelli di questo tipo, i giovani troveranno più opportunità e potranno coglierle. Senza innovazioni di questo tipo sul piano del modello non le troveranno o non potranno coglierle in numeri sufficienti. Immagino le tante perplessità. Per esempio, per rendere individualizzata l’educazione ci vorrebbero tanti docenti quanti discenti: impossibile. Non è vero. Da qualche anno la tecnologia dell’informazione mostra che è possibile dotare un individuo di un tutore connesso con una fonte di intelligenza artificiale (cibernetica tutoriale). La biologia ci rende diversi sul piano dei talenti e delle competenze. Appunto, l’individualizzazione educativa permette di estrarre/creare un talento in ciascuno. Che, per inciso, sarebbe la missione morale dello Stato di investimento: trasformare i deboli in forti e non finanziare la debolezza come propone lo statalismo protezionista/socialista. Certo, è un mondo nuovo e il solo concepirlo fa scricchiolare la mente ingabbiata in vecchie categorie. Proprio per questo bisogna lasciare più spazio nei progetti politici alla tecnologia, per vedere nuove possibilità. Nelle presentazioni del modello di Stato di investimento, dal 1995 quando lo formulai la prima volta («Crisi e riforma del capitale» nel libro Il fantasma della povertà, Mondadori) a oggi, ho notato che i colleghi economisti, e in particolare quelli ingaggiati nella politica monetaria, lo capivano e accettavano meglio di altri. C’è un motivo. Dal 1971 usiamo monete fiduciarie non più ancorate all’oro. In che cosa è convertibile il nuovo tipo di moneta? Intanto va detto che la nuova moneta è molto fluida, cioè convertibile in tante cose, perché più «astratta». Infatti il denaro è convertibile in «capitale politico», «sociale», eccetera. Se qualifico il capitale sociale/umano è come se creassi più moneta e migliore circolazione della stessa, con il vantaggio di evitare troppa inflazione grazie all’aumento di produttività. Tale convertibilità, o capacità trasfigurativa del capitale implica una armonizzazione delle stazioni in cui passa: lo Stato deve dare garanzie di investimento per qualificare la società e questa poi aumenterà il capitale finanziario utile allo Stato stesso per iterare il ciclo virtuoso. Questa è l’immagine della nuova società finanziarizzata, dove il capitale può essere abbondante, ma tutto deve funzionare in armonia con il ciclo del capitale stesso. La politica non lo fa e ciò crea una distorsione che impedisce la riproduzione del capitale e quindi della società. I giovani devono capire che i loro problemi e le soluzioni sono a questo livello, inutili le invocazioni di misure speciali per i giovani stessi. Chi desidera approfondire i dettagli del modello di rivoluzione cognitiva e del modello di Stato di investimento qui citati, li potrà trovare nel libro Il nuovo progresso, Franco Angeli, Milano 2011.