Quadrimestrale di cultura civile

Quale aiuto per creare imprese innovative

di Giampio Bracchi / Presidente della Fondazione Politecnico di Milano

L’imprenditorialità giovanile risulta sempre più centrale nelle politiche da attuare per la ripresa economica: non solo può arginare la sempre più preoccupante crescita della disoccupazione tra i giovani in Italia e in Europa, ma costituisce anche un veicolo per i processi di innovazione industriale e per la crescita della competitività tecnologica del territorio, soprattutto quando riguarda persone in uscita da percorsi universitari qualificati. È cioè un fattore vitale perché si possa sperare in un futuro duraturo, che è affidato alle mani dei nostri giovani migliori e maggiormente motivati. Ben lungi da sterili disfattismi, come se ne leggono diversi di questi tempi, il nostro Paese – ricco di storia ma anche di stili di vita, di una tradizione artigianale gloriosa, di una cultura della bellezza, di buona qualità del capitale umano e di una creatività non dispersa ma ancora presente nel nostro DNA – può essere ancora capace di influenzare e creare il nostro oggi e, soprattutto, il nostro domani. Un Paese ricco di potenziale, ma seriamente destinato a un futuro di sacrifici: reggere il passo del cambiamento epocale che sta investendo l’intera Europa richiede a tutti una grande trasformazione, anche se i veri concorrenti che ostacolano questo processo siamo spesso noi stessi, in affanno nella corsa alla generazione del valore in una nuova grande knowledge society, lenti nel liberarci dei vincoli di aree inspiegabilmente protette e di condizioni di ingiustificabile monopolio. Il fenomeno della creazione di nuove imprese tecnologiche costituisce, probabilmente, il più importante motore di innovazione nella moderna economia della conoscenza distribuita (si pensi agli esempi che hanno determinato il successo della Silicon Valley e dell’intera California). In effetti, cambiamenti radicali, soprattutto nel campo dell’ICT e delle biotecnologie, hanno creato opportunità di mercato che possono essere sfruttate molto più efficacemente da nuove imprese, piuttosto che da imprese consolidate. Una opportunità alla portata dei giovani Questo fenomeno presenta dunque opportunità uniche per i giovani: se i giovani, infatti, da un lato risultano penalizzati nell’accesso alle risorse economiche e sono minacciati da sfide sociali senza precedenti, dall’altro lato hanno spiccata attitudine internazionale, dimestichezza con le tecnologie e strutturali doti di creatività e dinamismo. Come testimonianza di questa nascita di opportunità si può citare anche in Italia Yoox, il partner globale di Internet retail per i principali brand di moda & design creato da giovani imprenditori, capace di beneficiare dei vantaggi dell’ICT per trasformarsi in innovativo operatore culturale in un settore maturo e apparentemente statico come quello della moda e dell’abbigliamento. La peculiarità del fenomeno imprenditoriale giovanile richiede però la messa in campo di misure e incentivi dedicati; questa sensibilità è piuttosto recente e i policy maker in tutto il mondo, e anche in Italia, sono tuttora alla ricerca di una appropriata impostazione, nella consapevolezza che fare impresa non significa solo cercare di creare valore economico, ma anche intraprendere un percorso di conoscenza e paragone con la realtà, che impegna la ragione e l’emozione e implica una costante verifica fatta di sperimentazioni, messe a punto, errori, successi. Per fare questo, l’imprenditore è costretto a confrontarsi costantemente con la realtà, e cioè con il mercato, a cui deve prestare ascolto e le cui esigenze deve cercare di soddisfare. Ragionare per obiettivi, essere capace di cogliere o creare opportunità, districarsi in contesti complessi e nelle reti di relazioni, saper leggere le dinamiche di evoluzione della domanda e saperle tradurre in azioni di sviluppo tecnologico, abbandonare l’autoreferenzialità tipica di chi ritiene che una buona tecnologia si affermerà di certo e da sola sul mercato: queste devono diventare le prospettive di chi si vuole cimentare in percorsi imprenditoriali veramente innovativi. Incentivi mirati per l’imprenditorialità giovanile Uno specifico rapporto OCSE (Shooting for the Moon: Good Practices in Local Youth Entrepreneurship Support) indica alcune interessanti caratteristiche delle iniziative che sono finora riuscite con successo a incentivare l’imprenditorialità giovanile. Innanzitutto, una prima tipologia di incentivi riguarda il capitale umano; diverse ricerche mostrano, infatti, che la gran parte delle probabilità di successo di una nuova impresa è attribuibile proprio alla qualità umana e imprenditoriale dei suoi protagonisti. Gli interventi mirano a trasmettere competenze e strumenti, ma ancor più ad agire a livello culturale per creare motivazioni e attitudini. Da questo punto di vista, l’Italia paga ancora un dazio culturale che genera in ambito accademico e scientifico una certa diffidenza verso il percorso imprenditoriale, anche se va segnalata con favore la recente crescita di corsi di imprenditorialità in diverse nostre università, sulla falsariga di simili esperienze internazionali. All’università di Cambridge, ad esempio, ogni settimana docenti e ricercatori di grande prestigio accademico non disdegnano di invitare i propri studenti a incontrare imprenditori in pubblico e suggerire tale percorso come necessario per lo sviluppo economico del loro territorio. E all’olandese università di Maastricht si tiene un master dedicato ad aspiranti imprenditori, in cui l’effettiva creazione di un’impresa e la reale raccolta di finanziamenti è proprio il risultato finale atteso del master stesso. Servono anche iniziative che valorizzino il carattere «infrastrutturale» del capitale umano: reti sociali, comunità, spazi di co-sviluppo di idee e di condivisione delle informazioni, contaminazione culturale. In secondo luogo, vengono suggeriti dal rapporto OCSE incentivi per lo stimolo alla creazione di opportunità imprenditoriali innovative e per il supporto all’avvio effettivo dell’impresa. Il ricorso a Business Plan competition rappresenta un’occasione per lo sviluppo e l’affinamento dell’idea di impresa, la simulazione di un contesto competitivo, la relazione con la comunità finanziaria, la validazione dell’idea da parte del mercato. Su questo la realtà italiana è decisamente meglio allineata alle esperienze estere; iniziative come le Start Cup a livello regionale, o il Premio Nazionale per l’Innovazione a livello nazionale, rappresentano esperienze interessanti e consolidate, da cui è poi derivato l’avvio effettivo di giovani imprese innovative. Questo anche grazie alla relazione con partner industriali che valutano e riconoscono il contenuto innovativo delle proposte presentate e rappresentano un canale industriale reale e quanto mai necessario per i giovani imprenditori. Le iniziative di motivazione e qualificazione delle persone, e poi anche di cura e sostegno della loro vocazione imprenditoriale, emergono quindi tratti comuni delle misure di incentivo messe in atto a livello internazionale per promuovere l’imprenditorialità giovanile. Il fatto che non si tratti eminentemente di misure di tipo finanziario non deve stupire; le dotazioni finanziarie per le giovani imprese innovative, sia pubbliche che private, sono necessarie e vanno rafforzate, ma in parte il Venture Capital già esiste, come si discuterà nel seguito, e viene comunque dopo. Il principale limite che va oggi riconosciuto per l’ecosistema dell’innovazione non è tanto e solo la disponibilità di capitali, quanto la scarsezza di soggetti validi, preparati e motivati, forieri di idee forti, creative e di discontinuità e disposti a un coraggioso e totale impegno per valorizzare imprenditorialmente l’idea. In questo senso, è possibile rintracciare alcuni segnali positivi nella realtà in chiaroscuro che contraddistingue il nostro Paese. Il risveglio della università imprenditoriale C’è innanzitutto nelle università una ripresa di iniziative verso l’imprenditorialità, soprattutto a base tecnologica, sulla scorta di quanto hanno fatto già dal secondo dopoguerra le principali università statunitensi. Diverse nostre università, seppure alle prese con una riforma strutturale non certo indolore (ma che potrà rivelarsi anche un’opportunità di ammodernamento, a patto che lo Stato crei veramente le condizioni per una concorrenza basata sull’autonomia degli atenei e su criteri prettamente meritocratici), stanno attuando un profondo cambiamento culturale. Ormai la cosiddetta terza missione (il trasferimento tecnologico e di conoscenza, insieme alle due classiche ricerca e formazione) è consapevolmente accettata e perseguita in molti atenei italiani, che iniziano anche a mettersi in rete per creare massa critica e beneficiare di economie di apprendimento. Due esempi sono l’Acceleratore d’Impresa del Politecnico di Milano, sviluppato dalla Fondazione Politecnico, e l’Incubatore Imprese Innovative I3P del Politecnico di Torino: queste strutture contano oggi decine di aziende incubate, che operano nei settori dell’ICT, dell’energia, dell’ambiente, della bioingegneria e del design, e sostengono lo sviluppo delle start-up tecnologiche attraverso l’offerta di servizi e di infrastrutture per un periodo predeterminato. In Italia, poi, a differenza di altri Paesi dove la ricerca di punta è portata avanti da poche e ben definite grandi università, la tecnologia e la capacità di ricerca e innovazione sono presenti in alcuni centri di discreto valore sparsi sul territorio nazionale. Questo costituisce un fattore che, da un lato, porta alla dispersione delle capacità e delle risorse, ma, dall’altro, può rappresentare un’opportunità, in quanto combina diverse specializzazioni e offre plurime occasioni per «scovare» i talenti che potrebbero dar vita a imprese innovative. Attorno ai centri più attivi è importante mobilitare un ecosistema favorevole all’incontro tra ricercatori, finanza e industria. Per questo, sono sicuramente da premiare, anche attraverso agevolazioni e finanziamenti, le università capaci di brevettare di più o comunque che favoriscono la nascita di start-up. L’operatore pubblico, alla luce della sua missione, al fine di consolidare un circolo virtuoso per la creazione di nuove opportunità di impresa, dovrebbe assistere e finanziare i ricercatori nelle loro prime fasi di «seed», ossia nel completamento della fase di ricerca pre-competitiva necessaria per lo sviluppo dell’idea imprenditoriale. In questo modo si può creare una bacino di imprese innovative più ampio su cui, successivamente, gli operatori di venture capital e i business angel potranno investire, stimolandone ancora di più la crescita. Vanno, quindi, incentivati i modelli di sviluppo che vedano nello stesso contesto territoriale la presenza di centri di ricerca, incubatori universitari, business angel e fondi di venture capital. Il ruolo dei business angel e del venture capital L’attività dei business angel è fondamentale per irrobustire la filiera del finanziamento delle start-up, perché sostiene le imprese nei primi anni di vita, affinché esse possano diventare interessanti anche per un operatore di venture capital, che solitamente interviene in una fase di crescita successiva. Stiamo assistendo a una crescita di questo settore sia in termini quantitativi (numero di investitori informali e di network che li rappresentano a livello istituzionale) che qualitativi (con riferimento alla professionalità e al valore aggiunto che tali operatori apportano alle imprese). Il mercato italiano del venture capital strutturato, poi, anche in un anno assai difficile come il 2011 ha confermato un confortante stato di salute, facendo registrare valori in crescita. E il settore più dinamico è stato proprio quello dell’early stage. Questi dati dimostrano come stiano crescendo in Italia le possibilità di finanziamento di imprese innovative. Tuttavia, in comparazione con altri Paesi europei, è evidente quanto sia ancora netto il divario: nel corso del 2011, ad esempio, in Italia nel segmento dell’early stage sono state chiuse un centinaio di operazioni, mentre in Francia, nello stesso periodo, le operazioni effettuate sono state quattro volte tanto. Occorre un più convinto sostegno alla nascita di nuovi fondi di venture capital, per i quali si dovrebbero attuare anche da noi schemi di collaborazione pubblico-privata, che seguano le esperienze di successo di Paesi quali la Francia, l’Irlanda e il Regno Unito, dove l’investimento pubblico ha attivato, tramite un effetto leva, una moltiplicazione di risorse private destinate al venture capital. Ma va notato che anche in Italia sono state recentemente attivate alcune prime misure, come il Fondo di Fondi High Tech per l’innovazione nel Mezzogiorno (piccolo esempio dell’azione di leva pubblico-privata), e l’esenzione dalla tassazione per le plusvalenze di soggetti privati investitori, che favoriranno gli investimenti in start-up. Queste ancora parziali e timide iniziative vanno nella giusta direzione, fatta di meritocrazia e liberalizzazioni, investimenti in scuola e ricerca, politiche di facilitazione fiscale e flessibilità, competitività e concorrenza; e questa strada appare davvero imprescindibile per ciascuno di noi e per il nostro Paese. Essa potrà essere percorsa con successo se riusciremo nel contempo a conservare insieme e a coniugare quel grande valore che è il capitale intellettuale del nostro Paese, fonte di una valida qualità della vita e di una ricchezza storica di assoluto rispetto nel panorama mondiale. http://www.oecd-ilibrary.org/industry-and-services/shooting-for-the-moon-good-practices-in-local-youth-entrepreneurship- support_5km7rq0k8h9q-en;jsessionid=rhpeep1e67s6.delta