Sembra una ovvietà. L’istruzione e formazione professionale in diritto-dovere (più semplicemente IeFP) – cioè i corsi professionalizzanti triennali che i ragazzi possono scegliere dopo la terza media e che rilasciano una qualifica professionale (qualifica di II livello europeo) – è frequentata dai giovani e a loro si rivolge. Non altrettanto ovvia è però la domanda che è utile porsi, cioè se, e in che misura, tale formazione aiuta (ed eventualmente come e meglio potrebbe aiutare) i giovani nella realizzazione del loro potenziale, nella loro piena inclusione sociale, fatta di: saper essere, saper fare, sapersi relazionare. A questa prima, si accompagna poi una seconda domanda, altrettanto decisiva, relativa al significato e al ruolo specifico della IeFP rispetto alla scuola che pure si pone (o dovrebbe porsi) l’obiettivo del successo formativo e che sta anch’essa, molto faticosamente, provando a cambiare pelle1. Cosa manca oggi alla IeFP per svolgere al meglio il suo compito? E quanto il mondo degli adulti crede e quindi è disposto a investire nella formazione professionale? Più provocatoriamente: di che formazione professionale c’è bisogno? Nel rispondere a queste domande si può partire dalla persona (il ragazzo e le sue esigenze e attese di realizzazione), come si può partire dalle necessità del sistema produttivo (le piccole imprese, i mestieri, la crescita): se la risposta è adeguata, le due prospettive devono stare insieme, le due strade devono incontrarsi. Nel mezzo sta una IeFP rinnovata e matura, in grado di offrire risposte adeguate ai singoli e al sistema produttivo territoriale2. Per declinare alcune possibili risposte vengono presentati due scenari contrapposti – uno negativo e uno positivo – qui volutamente estremizzati per meglio comprenderne differenze e implicazioni. Si tratta di un espediente espositivo, a tratti caricaturale (ma, come il lettore attento riconoscerà, non poi così tanto), nella consapevolezza che la realtà, come sempre, sta in mezzo e richiede un equilibrio di giudizio, di valutazioni e di intenti che sembra merce rara anche nel mondo della politica della formazione e dei suoi rimpalli tra il livello regionale e quello nazionale. Uno scenario negativo La scuola (magari solo quella pubblica) è il canale preferenziale di investimento in capitale umano, quel capitale umano di cui il nostro Paese – come tutti – ha bisogno per crescere. L’Europa va, inoltre, ripetendo da tempo che sarebbe appropriato aumentare gli anni di scolarità media delle nuove generazioni, perché questi sono positivamente correlati all’innalzamento del PIL potenziale, così come dovrebbe crescere il numero di laureati (e principalmente quelli in materie scientifiche), perché da essi massimamente dipende lo sviluppo dell’innovazione e l’aumento della produttività e della competitività delle nostre imprese (solo il 10,3% degli italiani tra i 24 e i 35 anni è laureato, mentre la media OCSE si attesta sul 23% e la dinamica Corea del Sud raggiunge il 34%). L’abbandono scolastico – che è fenomeno quantitativamente importante e socialmente preoccupante – non sembra destinato a diminuire nel breve periodo3; c’è dunque grande bisogno di «spazi di recupero» per i ragazzi che non tengono il ritmo della scuola (invero ci sarebbe bisogno di cambiare la scuola, perché i ragazzi possano tenerne il passo, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…). La formazione professionale diventa così una risposta in termini sociali prima ancora che formativi. Così come c’è bisogno di comunità che accolgano i tossicodipendenti per «redimerli», la formazione dovrebbe occuparsi dei drop-out della scuola. Le implicazioni sono molteplici e profonde: occorre selezionare gli adulti che accompagnano i ragazzi sul piano vocazionale o motivazionale; usare risorse importanti di volontariato, costruire reti protette di imprese in cui inserirli. I finanziamenti – le briciole rispetto alla scuola – sono da ritagliare tra le politiche sociali prima ancora che tra le politiche formative. Questo disegno – certamente mai dichiarato alla luce del sole – risulta profondamente ancorato nel pensiero di molti operatori della scuola e del sociale. Potrà forse apparire eccessivo, ma è realtà di tutti i giorni vedere come il sistema scolastico guarda al sistema della formazione professionale, a partire dall’orientamento4. In uscita dalla terza media la IeFP è suggerita a un’esigua minoranza di giovani ritenuti inidonei all’istruzione scolastica perché intellettualmente limitati o socialmente disadattati. Questa visione non percepisce la IeFP come vera alternativa alla scuola, la relega piuttosto a un ruolo ancillare e residuale: dove la scuola non riesce ad arrivare, lì è terreno d’azione della IeFP. È fin troppo ovvio affermare che questo scenario non ci piace: è discriminatorio (innanzitutto nei confronti dei ragazzi e delle loro famiglie) e inefficace nell’assicurare a tutti e a ciascuno un posto nella società, nel valorizzare pienamente i talenti che ogni giovane possiede. Emargina e ghettizza, creando, in prospettiva, ulteriori problemi di valorizzazione per tutti quegli alunni che non completeranno con successo il proprio percorso scolastico. È anche massimamente inefficiente nel formare a mestieri e professioni di cui il sistema produttivo ha estremo bisogno e che potrebbero assicurare un lavoro a tanti giovani che faticano a inserirsi nel mondo produttivo. Lo scenario positivo È possibile guardare in modo nuovo e al di fuori degli schemi tradizionali al tema della formazione professionale? È possibile non considerare la IeFP come scuola di serie B – per i ragazzi demotivati, svogliati e intellettualmente limitati – ma come un modo differente e altrettanto nobile di perseguire il successo formativo dei giovani? La risposta è certamente positiva (se non altro perché quasi ovunque in Europa questa modalità è attiva e apprezzata), ma occorre chiarire subito che si tratta di una scommessa ancora aperta, di un percorso irto di difficoltà e non scontato, di una possibilità a cui la politica deve guardare con convinzione e simpatia, e che deve superare la ricorrente tentazione, pur riconoscendo l’intrinseca diversità della IeFP, di volerla ricondurre all’interno del sistema scolastico nazionale5. La formazione professionale parte dal ragazzo, dalla persona che ha di fronte e cerca di farsene carico nel modo più integrale possibile, offrendo una risposta all’esigenza ben espressa dalla volontà che «nessuno si perda»6. Perché a tutti e a ciascuno sia offerto un percorso educativo e formativo in grado di valorizzare le proprie capacità e valorizzare il proprio progetto di vita. La declinazione di queste attenzioni non può che ripartire dai differenti «stili di apprendimento », compito rispetto al quale la IeFP è molto più attrezzata che non la scuola. Esiste, cioè, un percorso e un metodo differente e alternativo a quello scolastico per apprendere il saper essere, il saper fare e il sapersi relazionare (di cui competenze e professionalità sono una declinazione): questa è la battaglia che la formazione professionale non può perdere. Nello svolgere questo compito la IeFP utilizza il lavoro come metodo specifico di apprendimento e valorizza dunque il ruolo delle imprese nei processi formativi e ne incentiva una partecipazione pro-attiva al processo formativo dei ragazzi, anche ricorrendo a forme di alternanza e all’apprendistato. Numerose sono le regioni – e certamente tra queste spiccano le grandi regioni del Nord – che in questi anni hanno investito sulla IeFP, che si è così arricchita di una molteplicità di esperienze positive che hanno declinato con creatività e forte personalizzazione delle esperienze l’obiettivo del successo formativo per i ragazzi che l’hanno frequentata. Molteplici e significativi sono a riguardo gli esempi dell’efficacia di questo metodo: una ricca stagione di sperimentazione ha evidenziato che è possibile ed efficace un percorso altro e differente rispetto a quello scolastico7. Ora che il sistema è divenuto ordinamentale8 occorre rodare i meccanismi di complementarietà sussidiaria tra IeFP e IPS (Istituti Professionali di Stato). Al tempo stesso il percorso unitario di formazione professionale deve essere ancora completato sia precisando contenuti e modalità di erogazione di un quinto anno che consenta – una volta in possesso di diploma professionale – di aver accesso alla formazione universitaria, sia mettendo a fuoco la modalità che il quadro legislativo più recente ha aperto, quella della formazione in apprendistato. Tutto ciò potrà contribuire al consolidamento di un «secondo canale», quello della IeFP appunto, che ha i medesimi obiettivi e analoga dignità della scuola, ma modalità di perseguirli totalmente differenziate. L’ultima parte di questo breve scritto è dunque finalizzata a evidenziare quelle condizioni minimali che sole possono consentire risposte positive e stabilizzanti per il sistema della IeFP, così da metterlo in grado di offrire un contributo decisivo alla crescita umana e professionale delle giovani generazioni e, attraverso essa, offrire un contributo altrettanto decisivo a tutto il sistema delle PMI che rimangono ancora l’ossatura portante del nostro sistema produttivo e che devono essere messe in grado di contribuire alla tenuta produttiva, occupazionale e alla crescita della nostra economia. Una stagione di buone politiche I requisiti di sistema qui richiamati sono raggruppati in quattro snodi, tra loro fortemente interrelati, sui quali occorre lavorare senza perdere ulteriore tempo. Ovviamente non vi è spazio per svilupparli in modo adeguato9, già il solo affermarli consente però di indirizzare il dibattito verso una più fruttuosa operatività. In estrema sintesi, perché la IeFP sia messa in grado di offrire un suo contributo positivo e decisivo occorre: a) dare solidità organizzativa e di finanziamento alla IeFP; b) preservare la massima libertà nella selezione dei formatori; c) costruire e rafforzare forti alleanze territoriali con il mondo produttivo e il sistema delle imprese; d) verticalizzare il canale (della formazione) per offrire sbocchi anche di formazione professionale terziaria come già accade nelle migliori esperienze estere. Sul primo punto (a), basti osservare come, per un sistema che esce dal co-finanziamento su fondi europei, il dimensionamento e la certezza delle risorse rappresenta un pre-requisito fondamentale per il rafforzamento organizzativo del sistema e il suo up-grading qualitativo. Rimane aperto, infatti, il tema della garanzia delle condizioni di parità nell’accesso ai percorsi della IeFP regionale rispetto a quelli degli IPS. Si va, infatti, delineando un sistema in cui la stabilità dell’offerta formativa dipende, paradossalmente, dalla natura delle risorse a disposizione. La scarsità dei mezzi regionali apre preoccupanti interrogativi sul futuro, anche a breve. Una risposta «facile», e profondamente iniqua, è quella dei tagli lineari, che già si è vista operare in numerose regioni per l’incapacità della politica di valutare e scegliere. Questo apre il campo a un serio percorso di valutazione e di rating delle agenzie formative, che ancora rimane largamente da progettare e implementare, magari traendo insegnamenti da esperienze estere più avanzate10. Un meccanismo possibile è quello incentrato sul concetto di «costi standard», laddove si calcolasse l’ammontare complessivo di risorse per l’istruzione-formazione di tutti i giovani nella fascia di età dell’obbligo e lo si mettesse a disposizione della scuola e della IeFP sulla base delle iscrizioni, esito di una libera scelta dei ragazzi e delle loro famiglie. Lo Stato dovrebbe però farsi carico maggiormente dei percorsi che assolvono l’obbligo di istruzione. Un meccanismo di scelta vera (di ragazzi e famiglie), che si fondi sulla qualità documentabile dell’offerta, deve consentire alla IeFP di scegliersi con piena autonomia e responsabilità il proprio corpo docenti (b). Forti sono al riguardo le pressioni sindacali nella direzione di suggerire (o pretendere) che ulteriori risorse pubbliche per la IeFP siano subordinate a un processo di «scolarizzazione» della stessa con liste di docenti, ruoli, graduatorie, precedenze ai «precari» e, dunque, forti vincoli nella selezione degli stessi da parte degli enti di formazione. Se questa fosse la direzione di marcia, una IeFP così ingessata avrebbe vita breve. Il lavoro ha un valore educativo e formativo che diviene una straordinaria opportunità di crescita per la persona. La rimotivazione di tanti ragazzi parte proprio dal fare e, soprattutto, dal «fare con» degli adulti, dei maestri, che si coinvolgono con i ragazzi11. Poiché il lavoro è una dimensione intrinseca e specifica dell’apprendimento nella IeFP (l’imparare con le mani), occorre una forte alleanza con i soggetti e i luoghi del lavoro (c). Non è un caso che le più accreditate esperienze di IeFP hanno sempre tra i propri punti di forza una rete di imprese e di imprenditori in dialogo continuo, che si fanno carico di pezzi importanti dei percorsi formativi, che si mettono in gioco direttamente e personalmente divenendo «docenti» delle materie più professionalizzanti12. La costruzione di questa rete va supportata, aiutata, guidata, resa più semplice attraverso la rimozione di numerose incombenze burocratiche, che appesantiscono il lavoro e rubano preziose energie alla messa a fuoco dei percorsi e dei contenuti. Infine, per dare prospettive e attrattività alla IeFP nei confronti di ragazzi, famiglie e sistema produttivo, occorre certamente innalzarne la qualità, ma anche dilatarne le prospettive di percorso. Diverse regioni hanno già sperimentato un quarto anno (diploma professionale) dopo il triennio obbligatorio (qualifica professionale) e in alcune specializzazioni è già attivo anche un quinto anno. Il modello va però aperto verso l’alto, introducendo anche una formazione professionale terziaria (FPT) «differente e altra» rispetto ai percorsi di higher education incentrati sull’università13. L’incremento delle qualifiche tecnico-operative, oltre ad aumentare i livelli di conoscenza e competenza come suggerito dalla UE, risponderebbe a una domanda diffusa nel mercato del lavoro di professionalità tecniche di livello intermedio in possesso di una cultura dell’apprendimento adeguata ad affrontare e sostenere un contesto in rapida e costante trasformazione. Ciò che maggiormente differenzia la FTP dall’università è la partenza dal – e il coinvolgimento del – mondo del lavoro (d). È una modalità totalmente induttiva che utilizza le caratteristiche della dinamica produttiva, dell’immedesimarsi nel ruolo aziendale per affrontare un contenuto di competenza e strutturarlo adeguatamente. Se le regioni convergeranno su questi snodi programmatici, e saranno messe in grado di implementarli, allora anche il nostro Paese potrà dotarsi di un «sistema» (e non più solo di buone sperimentazioni a macchia di leopardo) di IeFP rinnovato e avanzato, vero contributo al bene comune. 1Una seria analisi della scuola italiana, con ampia attenzione al corpo docente, è contenuta in: A. Cavalli, G. Argentin (a cura di), Gli insegnanti italiani: come cambia il modo di fare scuola, Il Mulino, Bologna 2010. 2Interessante, anche in chiave comparativa, è il volume a cura di M.R. Capuano e M. Fusco, Autonomia e governance territoriale dei sistemi di istruzione e formazione professionale, Guerini e Associati, Milano 2010. 3Anche perché «trainato» dai figli degli immigrati che sono maggiormente soggetti all’abbandono. Contestualmente va esplodendo in Italia il fenomeno dei «giovani NEET» (not in employment, education or training) ovvero coloro che non studiano, non partecipano a un percorso di formazione e non sono nemmeno impegnati in un’attività lavorativa. I dati provenienti dalla rilevazione sulle forze di lavoro ISTAT 2009 registrano un tasso di NEET (considerando la popolazione giovanile di età compresa fra i 15 e i 29 anni) del 21,2% (media nazionale) che sale nel Mezzogiorno a oltre il 30%. 4ISFOL, Rapporto orientamento 2009. L’offerta di orientamento in Italia. I libri del Fondo sociale Europeo, 140. ISFOL, Roma, 2010. ISFOL, Rapporto orientamento 2010. L’offerta e la domanda di orientamento in Italia. I libri del Fondo sociale Europeo, 150, ISFOL, Roma 2011. 5Interessante a riguardo una rilettura delle politiche regionali lombarde sul tema della IeFP: G. Cominelli, «La rinascita della scuola professionale in Lombardia: che cosa è stato fatto nell’VIII legislatura e che cosa resta da fare», in Confronti, Anno X, n. 1-2, 2011, pp. 115-125. 6E. Ragazzi (a cura di), Perché nessuno si perda. La Piazza dei Mestieri: un modello per contrastare la dispersione scolastica, Guerini e Associati, Milano 2008. 7Si confronti sul tema: A. Bramanti, D. Odifreddi (a cura di), L’avventura delle Learning Week. Consolidamento curricolare e successo formativo, Guerini e Associati, Milano 2010. 8Con la riforma Moratti (legge 53/2003) la formazione professionale è stata inserita pienamente nel diritto/dovere entrando a far parte della IeFP. Con la successiva legge 133/2008 l’obbligo di istruzione è stato innalzato ai 16 anni. Oggi quindi, alla fine della scuola secondaria di I grado, il giovane può scegliere la scuola (sistema dei licei, istituti tecnici e IPS) oppure la formazione professionale – di esclusiva competenza regionale – per il conseguimento di una qualifica. Compiuto il sedicesimo anno il ragazzo non ha più l’obbligo di frequentare un percorso di istruzione ma rientra ancora in età di diritto/dovere partecipando dunque a esperienze con valenza formativa. (Sussidiarietà e… Istruzione e Formazione Professionale, Rapporto sulla sussidiarietà 2010, Mondadori Università, Milano 2011, pp. 29-30). 9Si rimanda al lavoro di A. Bramanti e D. Odifreddi, Una strada per il successo formativo. Dal diritto dovere alla formazione professionale terziaria. Guerini e Associati, Milano 2009. 10Si veda a riguardo il Quaderno: Associazione TreeLLLe, Sistemi europei di valutazione della scuola a confronto. Seminario n. 10, ottobre 2008 [http://www.treellle.org/files/lll/ seminario10_0.pdf]. 11«Se qualcuno ti ha educato non può averlo fatto che con il suo essere, non con le sue parole» (P.P. Pasolini). 12Emblematica a questo proposito è l’esperienza del «liceo del lavoro» della Scuola Oliver Twist di Como (A. Savorana, a cura di, Il liceo del lavoro. Guerini e Associati, Milano 2010), ma molte altre esperienze significative sono documentate, ad esempio, nel Rapporto Sussidiarietà e … Istruzione e Formazione Professionale, cit. 13Un’analisi completa e documentata dell’intera filiera della formazione professionale è quella contenuta nel volume a cura di A. Bramanti e D. Odifreddi, Una strada per il successo formativo, cit.
nodi irrisolti della formazione professionale
di Alberto Bramanti / Professore Associato di Economia Applicata presso l’Università Bocconi di Milano
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