Quadrimestrale di cultura civile

I giovani, exit strategy della crisi finanziaria

di Antonio Quaglio / Caporedattore, Il Sole 24 Ore

Più di mille giorni dopo il crack di Lehman Brothers, i giovani «indignados» del mondo occidentale hanno occupato le piazze per protestare contro le mani invisibili della finanza globale, non più contro quelle visibili dei governi. Sono passati più di due secoli da quando le grandi rivoluzioni moderne – quella americana e quella francese – furono innescate da crisi delle finanze pubbliche, portando a svolte decisive nelle strutture sociopolitiche (e la democrazia odierna deve forse più alla battaglia «no taxation without representation» dei coloni antibritannici che al terrore di classe dei giacobini). Sotto accusa non è più l’assolutismo statale con le sue esose braccia fiscali, ma il suo opposto: l’egemonia autoreferenziale della finanza privata, le pretese mai soddisfatte di redditività da parte del capitalismo finanziario, l’arbitrio del rischio disseminato sui mercati globali come un’invisibile arma di distruzione di massa. E dire che tutto questo, per molti versi, è stato costruito «da giovani per giovani». Sono i baby-boomers – quelli che cominciano a contestare negli anni Sessanta, soprattutto in Europa – ad attaccare per primi i «monopoli», soprattutto se pubblici come quello delle università francesi. Il più vecchio baby-boomer (nato l’1 gennaio 1945) non ha più di 35 anni quando Margaret Thatcher e Ronald Reagan chiamano a raccolta i giovani, «animal spirits» del mercato contro tutte le vecchie gerarchie e le rendite di posizione incrostate entro i confini degli Stati nazionali. È un giovane di successo il self-made-man Steve Jobs, figlio adottivo un po’ hippie. È un precoce e intraprendente innovatore William Gates Jr, figlio di un banchiere. Sono giovani i nuovi maghi della «nuova Wall Street» che fin dagli anni Ottanta aggiungono zeri su zeri alle fusioni e alle acquisizioni di Borsa, sull’onda della New Economy. A 46 anni, Bill Clinton è uno dei più giovani presidenti della Stati Uniti, quando arriva alla Casa Bianca correndo per primo sulle «superautostrade» di Internet. Sono giovani i berlinesi dell’Est o i moscoviti della via Arbat, quelli che decretano «dall’altra parte» la caduta dei muri (e nel 1989 Vladimir Putin, futuro leader del capitalismo selvaggio russo, ha 37 anni). Non sono mai stati giovani soltanto gli ingegneri militari dell’establishment cinese e per certi versi è stata l’eccezione che ha confermato la regola: loro si sono tenacemente dedicati all’industria, non alla finanza. Lo spazio degli ex giovani Così come disegnata dal «Washington consensus» (primato del privato, della libera competizione su scala globale, della finanza come catalizzatore unico dello sviluppo), la contemporaneità sembra comunque a lungo – e forse per sempre – uno spazio-tempo intrinsecamente «giovane», anzi: un luogo esistenziale in cui sarebbero state definitivamente realizzate le pari opportunità «tra giovani» e tutti erano giustamente sollecitati a rimanere «giovani», rimettendo continuamente alla prova i propri «talenti». Dieci anni fa un lavoro a Wall Street era la terra promessa più ambita da ogni giovane delle grandi università statunitensi: la finanza era il centro dove stavano i «più uguali degli altri» in un mondo orizzontale e onnicomprensivo. Oggi i giovani bivaccano attorno alla statua del Toro, a South Manhattan, a nome di quel 99% di popolazione che si sente tradita e derubata di tutto da un 1% di ex giovani. I numeri, del resto, parlano chiaro: in un Paese come l’Italia oltre la metà della ricchezza finanziaria detenuta in strumenti di gestione del risparmio appartiene a persone con più di 55 anni. Quello che è accaduto – la leva spezzata di una finanza che tendeva sempre di più se stessa – è stato raccontato. E non è affatto una coincidenza che l’azzardo finale e fatale della finanza globale – i mutui «subprime» – abbia colpito direttamente la casa: uno dei simboli delle aspettative di chi è giovane e tradizionale momento complesso nei rapporti tra giovani e sistema finanziario. Da un lato, la promessa di far avere a tutti la casa che desiderano, subito, «perché i soldi li mette la banca»; dall’altro, un’economia drammaticamente «reale» che non solo non regala più la casa dei sogni, ma nega anche il lavoro e il reddito, il piccolo risparmio, il piccolo credito per costruire una propria avventura imprenditoriale: è plastica la rappresentazione di un’Euramerica che – dilapidando la risorsa economica più preziosa: la fiducia – ha lacerato anche la tela delle relazioni tra i baby-boomers e i loro figli e nipoti: proprio quando in Occidente convivono ormai quattro generazioni. E il mix di condizioni socio-economiche è assai più complesso che in passato. Da un lato, l’aspettativa di vita, nei Paesi (ex) avanzati, sfiora ormai il secolo, ma si riaffaccia – anche per via della globalizzazione – il rischio di una trappola malthusiana. Ma è forse più gravido d’incognite il gap tra il declino delle aspettative dei giovani della zona (ex) avanzata del globo – rispetto ai loro genitori versus una situazione altrettanto delicata nelle aree (ex) emergenti, dove si tende la distanza tra l’arretratezza economico-culturale delle generazioni più anziane e quelle «front runner». Un sistema finanziario utile ai giovani Può sembrare un paradosso, ma è proprio ora che sarebbe prezioso, forse indispensabile, un sistema finanziario «da manuale»: capace di non lasciare inutilizzato – nell’intermediazione – neppure un dollaro, neppure un euro, neppure un renminbi. Capace non di rifilare a una coppia di giovani una casa che non si può permettere, ma di consentire loro di gestire in modo efficiente, da subito, il proprio bilancio finanziario «di una vita»: dovesse anche prevedere una fase iniziale «a debito». Capace di aggiustare i sistemi previdenziali sia per i contributori che per i pensionati: trovando un equilibrio tra i rischi e i rendimenti che mercati finanziari più stabili possono offrire. Capace, non da ultimo, di rilanciare la propria centralità in termini «sussidiari» verso le imprese (anche quelle dei giovani) e senza cedere alla tentazione di pretendere quote crescenti, maggioritarie e infine insostenibili di valore aggiunto. Sempre sotto questo profilo, la faticosa exit strategy dalla crisi finanziaria – tuttora sui tavoli di governi e authority - può trovare un suo metaforico filo conduttore proprio nella risposta continua alla domanda: cosa può essere utile ai giovani?