Il tema della difficile conquista dell’autonomia dei giovani italiani che rimangono molto a lungo in famiglia, è uno dei nodi cruciali del cambiamento demografico, come viene ben evidenziato dal recente volume Il cambiamento demografico: rapporto proposta sul futuro dell’Italia, curato dal Progetto culturale della Cei. La giovinezza viene vista spesso come una fase transitoria, anche se importante, dello sviluppo della persona umana e la questione giovanile viene letta e interpretata come prodotta e generata dai giovani stessi. In questo testo, invece, la condizione giovanile e le caratteristiche che essa assume vengono viste come una questione che interpella più generazioni e un indicatore sintomatico di come la società vede il suo futuro. Per ripensare adeguatamente e saper leggere il messaggio che ci viene dai giovani occorre, infatti, non considerarli come una categoria o coorte demografica a se stante, ma come una generazione in movimento, in transizione verso la condizione adulta e in connessione con la generazione precedente, i genitori o nonni rispettivamente adulti o anziani. La riuscita di questa transizione, in questa prospettiva relazionale, è concepita quindi non solo come frutto delle scelte e dei comportamenti dei giovani, ma piuttosto come esito di un rapporto più o meno fecondo con le generazioni adulte che hanno contribuito e contribuiscono non poco a creare le attuali condizioni di vita. Innanzitutto qualche dato Cosa differenzia i giovani italiani dai loro coetanei europei, con i quali peraltro condividono molti stili di vita? Possiamo riassumere la caratteristica distintiva dei giovani italiani con l’espressione «sindrome da ritardo», cioè il fenomeno per cui le scelte vengono posposte nel tempo attraverso un gioco di rinvii che produce conseguenze tanto importanti quanto spesso sottovalutate. Basti pensare quanto sia aumentata l’età media al matrimonio nell’arco degli ultimi quarant’anni: essa è passata dai 24 e 27 anni per mogli e mariti, rispettivamente, a metà degli anni Settanta, agli attuali 30 e 33. Il processo di rinvio dell’uscita dalla famiglia di origine continua ormai dagli anni Novanta e colpisce, pur con evidenti differenze di genere, anche una fascia di età (25-34 anni) che è ben oltre la supposta soglia dell’indipendenza (v. fig. 1). In particolare, se ci riferiamo ai dati del 2009 nella fascia 25-29 anni, 7 maschi su 10 e 5 femmine su 10 vivono ancora in famiglia (68,3% maschi; 50,6% femmine). Se consideriamo poi la fascia tra i 30 e i 34 anni, il fenomeno ci fa ancora più riflettere; nel 2009 viveva con i genitori il 38% dei maschi e il 20% delle femmine. Il fenomeno subisce variazioni legate al genere (le donne escono di casa mediamente prima), al territorio e all’occupazione. Esso è più consistente nel Mezzogiorno rispetto al Nord, nei piccoli comuni rispetto ai grandi, tra i disoccupati (è tre volte più consistente al Sud) piuttosto che tra gli occupati. Se mettiamo poi a confronto nella Figura 1 la colonna blu che indica la percentuale dei giovani che vivono in famiglia con quella dei giovani che hanno costituito una loro famiglia (colonna gialla) si vede con chiarezza come il prolungamento della convivenza nella famiglia d’origine vada di pari passo con la diminuzione della creazione di una propria famiglia. Nell’arco di quindici anni per i nostri giovani 25-34enni lo status familiare è sempre più quello di figlio e sempre meno quello di genitore. Matrimonio e nascita dei figli vengono così posticipati consolidando la trappola demografica della bassa fecondità. Perché i giovani stanno in famiglia? I due principali elementi che compaiono nelle inchieste sui motivi di permanenza nelle famiglie d’origine sono riconducibili (vedi fig. 2), da una parte, a difficoltà di ordine economico (citate soprattutto dai 25-29enni, fascia d’età più colpita da precariato e disoccupazione) e, dall’altra, ad aspetti più soggettivi, di soddisfazione per tale condizione. Cioè i giovani stanno in famiglia perché si trovano bene. Nelle classifiche europee l’Italia occupa i posti più alti proprio in relazione a questa motivazione. Il clima di forte conflittualità, che connotava le relazioni tra genitori e figli negli anni segnati dalla contestazione del Sessantotto, sono lontani e ancor più lontana la soggezione dei giovani ai loro padri. Sappiamo che i giovani godono di ampia libertà nelle loro famiglie, ma rimane del tutto aperta la questione del significato di questa ritrovata armonia (o pseudo armonia) generazionale. Possiamo dire perciò che concorrono al fenomeno della prolungata permanenza nella famiglia d’origine sia cause strutturali che cause culturali. Tra le cause strutturali dobbiamo giocoforza sottolineare: - In primis i tassi di disoccupazione giovanile, tra i più alti d’Europa; e questa è certamente una componente ineludibile del problema. A essa si aggiungono anche altri fattori quali: - La lunghezza del percorso di studi come il cosiddetto «tre più due», nato per abbreviare l’iter universitario che ha sortito l’effetto opposto. Si noti al proposito che questo prolungamento ha colpito anche le donne, che hanno raggiunto negli ultimi decenni livelli di scolarizzazione elevati. - L’assenza di politiche di supporto scolastico sia in cash (quali, ad esempio, i prestiti d’onore) sia in kind (ad esempio sistemi di housing sociale), che possono incentivare l’indipendenza del giovane già durante gli studi universitari. - Infine i prezzi elevati delle case e degli affitti, che colpiscono direttamente i giovani alla ricerca della prima abitazione. La famiglia d’origine svolge, da questo punto di vista, un insostituibile ruolo di ammortizzatore sociale che mette al riparo i giovani dagli squilibri provenienti da un ambiente sociale, incerto e particolarmente sfavorevole nei confronti delle giovani generazioni. D’altra parte, va anche osservato che i genitori possono consentire questo appoggio non solo perché è forte in Italia la solidarietà intergenerazionale, ma anche perché le generazioni passate hanno potuto contare, negli anni della loro maturità, di un benessere economico generalizzato, unitamente a un welfare generoso, risorse di cui certo non beneficiano oggi i giovani. Se poi ci si pone nel lungo periodo, come è doveroso, la prospettiva si fa ancor più inquietante (v. fig. 3). La popolazione degli ultrasessantacinquenni (i nonni) supera già adesso di oltre mezzo milione quella con meno di 20 anni (i nipoti), ma al 2031 potrebbe superarla di ben sei milioni; nel contempo persino il sorpasso numerico della popolazione ultraottantenne (i bisnonni) sulla popolazione con meno di dieci anni (i pronipoti) sembra prospettarsi in tempi relativamente brevi. In breve, lo squilibrio generazionale sarà ancora più forte e le generazioni giovani dovranno farsi carico di un numero sempre più consistente di anziani. Si pone qui il grosso tema dell’equità intergenerazionale sia per quanto riguarda il passato (il beneficio delle generazioni passate rispetto a quelle attuali) sia rispetto al futuro. Quali risorse economiche, ambientali ma anche di significato, di senso positivo del vivere consegniamo alle generazioni giovani e a quelle che dopo di loro verranno? Come si vede, i cosiddetti «bamboccioni», che si attardano in una giovinezza senza fine e pospongono le scelte familiari, ci parlano di ben altro che di pigrizia giovanile, piuttosto ci parlano di squilibri generazionali e di un non vitale scambio intergenerazionale la cui punta estrema è rappresentata da quella quota di giovani (si stima il 21,2% tra i 15 e i 29 anni) che né studia né lavora (i cosiddetti Neet; Not in education, employment or training). Prioritaria è perciò in Italia una politica che sappia fare le sue scelte non sulla base del consenso immediato, ma sulla base di una prospettiva generazionale, come veniva ricordato da Alcide De Gasperi in una sua famosa affermazione: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Alla nostra politica manca la capacità di «pensare per generazioni», una capacità che risulta debole anche nel pensare comune, persino nelle famiglie, le prime e naturali depositarie di questa prospettiva. Per tentare qualche risposta sui motivi dell’attuale collasso, è decisivo riflettere sull’aspetto antropologico-culturale che dà forma a questa mancanza di vitalità nel rapporto tra le generazioni. Al proposito ritengo importante riflettere sull’immagine di adulto che percorre la nostra cultura (in cui i mass media giocano la loro parte), immagine che contagia buona parte di noi e accomuna in un abbraccio mortifero giovani e genitori. Cosa vuol dire essere adulti? Sono incerti nel rispondere sia i giovani che gli stessi adulti, sia i figli che i genitori. In realtà gli adulti oggi vogliono esserlo il meno possibile, anzi vogliono essere il più possibile giovani, mantenendo la ricchezza di virtualità senza la responsabilità associata a tale condizione. Nella concezione odierna di adulto fa la parte del leone la preoccupazione per il versante «lavorativo» (cosa comprensibile), mentre quello che è messo pericolosamente tra parentesi è il versante «compito generativo», non di pura procreazione si intende, ma nel senso più ampio di investimento responsabile nella cura di una nuova generazione. In altri termini essere adulti significa essere economicamente indipendenti e solo in seconda battuta, sempre più posposta nel tempo, viene l’opzione di mettere su famiglia. Questo è il nodo culturale che impoverisce e richiude in se stesse le famiglie, ma che impoverisce anche la società, che vede la vita familiare e le scelte generative in termini privatistici, senza considerare il valore e gli effetti sociali di tali scelte. Per facilitare il passaggio dei giovani a una vera condizione adulta occorre investire in politiche sociali e lavorative adeguate ed efficaci ma anche, e contemporaneamente, porre in termini appropriati, cioè compiutamente umani, la questione identitaria, di che cosa significhi essere adulto, di che cosa ne costituisca il compito in termini di progetto sia lavorativo che familiare. Essere responsabili vuol dire non tanto e non solo rispondere a sé, come è tipico della nostra cultura individualistica, ma piuttosto rispondere di sé agli altri, a noi contemporanei e soprattutto alle generazioni che ci seguono. Ciò consentirà ai giovani di percepirci in movimento verso una meta e agli adulti di risignificare la propria identità con quella generatività sociale che consente di essere autenticamente sempre giovani. Bibliografia di riferimento Comitato per il Progetto Culturale della CEI (a cura di), Il cambiamento demografico, Laterza, Roma-Bari 2011. M. Lanz, E. Marta, Cura della generatività sociale, in E. Scabini, G. Rossi (a cura di), Le parole della famiglia, Vita e Pensiero, Milano 2006, pp. 129-140. E. Scabini, E. Marta, M. Lanz, The transition to adulthood and family relations. An intergenerational perspective, Psychology Press, London 2006. E. Scabini, G. Rossi (a cura di), Giovani in famiglia tra autonomia e nuove dipendenze, Vita e Pensiero, Milano 1997.
Tra sindrome del ritardo e disequità generazionale
di Eugenia Scabini / Professore ordinario di Psicologia dei legami della famiglia presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
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