È tempo di dubbi e di criticità. Molti, troppi forse, analisti e osservatori insistono sulle difficoltà che alla fine del 2007 ci hanno colti quasi di sorpresa, in una sorta di torpore sociale rassegnato a una stagnazione dolce, ovvero a una crescita denunciata come pericolosamente troppo bassa, ma alla fine accettata perché comunque ancora appagante. La magica quadratura del cerchio tra partecipazione, benessere e coesione sociale, ovvero il compromesso tra democrazia e capitalismo, propria delle economie sociali di mercato, aveva già subito ferite dalle derive ultramercatiste della finanziarizzazione dell’economia. Ma il combinato disposto tra accumulazione privata e garanzie pubbliche per quote importanti di ceto medio riusciva a metabolizzare scompensi economici e asimmetrie sociali. Gli immigrati fornivano manodopera a costi che rimediavano alla bassa produttività del sistema; la famiglia continuava a internalizzare le prestazioni di un welfare mal distribuito nella spesa sociale; i giovani già apparivano una componente penalizzata, destinata a pagare il prezzo di una società lenta. Lenta nella crescita, nel valorizzare i propri talenti, nelle traiettorie della mobilità sociale, lenta nel ridurre le disuguaglianze e nei principali processi e percorsi d’innovazione. Ma questa stessa lentezza alla fine toglieva drammaticità a una condizione giovanile problematica, che appariva alla fine accettabile, all’interno di patti familiari privati, che rimediavano alla carenza dei patti pubblici della politica: la precarietà involontaria, ma anche scelta, dei figli, veniva vissuta come una moratoria necessaria per approdare poi comunque a una autonomia in verità non garantita, ma ancora promessa e sperata. Ciò che chiamiamo crisi, nelle sue diverse componenti, alcune più endogene (endemiche anzi, come la disoccupazione intellettuale al Sud), altre, le più rilevanti ormai, esogene (sinteticamente la globalizzazione), hanno spazzato via nascondimenti e pigrizie. La pubblica opinione si è risvegliata, il futuro ci appare decisamente più chiaro nei possibili punti di caduta, come anche, occorre aggiungere, nella necessità di individuare le opportunità comunque presenti in ogni mutamento sociale. Il paradosso italiano I giovani, da questo punto di vista, sono diventati il fuoco di attenzione di questo risveglio, sotto la spinta in particolare dell’accentuarsi degli indicatori del disagio che ne caratterizzano i percorsi di vita e il lavoro. Epifenomeno di questo disagio è il tasso di disoccupazione, vicino, come è noto, al 28%. Ma, forse, ancora più significativi sono il calo dell’occupazione, i forti divari territoriali, i fenomeni di scoraggiamento, il crescere dei NEET (not in employment, education, training), oltre ovviamente all’ampio spettro di rapporti di lavoro atipici che segna l’ingresso nel mercato del lavoro. Tutto questo è parte di un dibattito ben noto, che è andato intensificandosi in questi anni più vicini, ma che ha trascurato pressoché sistematicamente un aspetto decisivo, che merita un approfondimento soprattutto in rapporto al ridursi del peso delle coorti giovanili sul totale della popolazione. Esso può essere descritto con un paradosso: mentre crescono le preoccupazioni sul futuro stesso della società, non si ha la percezione che questo futuro appare in realtà compromesso in radice dal carattere di scarsità che sta assumendo la «risorsa giovani». La chiave di lettura demografica è, infatti, debole e posta in termini fuorvianti. Si parla di invecchiamento, dato reale in ragione della densa crescita della speranza di vita propria del nostro tempo; ma si trascura la relazione con il degiovanilimento, come è stato definito, della società, che non è necessariamente un effetto di tale invecchiamento. È questa una peculiarità del nostro Paese, dove la dimensione del tasso di dipendenza a scapito dei giovani non ha pari. In particolare, con l’ingresso delle coorti di nati tra la metà degli anni Quaranta del Novecento nella classe di età degli ultra 65enni, ma soprattutto in conseguenza della forte crisi delle nascite attraversata nel nostro Paese agli inizi degli anni Novanta, il tasso di dipendenza degli anziani ha superato in valore quello giovanile. Si stima che, nel corso dei prossimi quattro decenni, in Italia, il rapporto tra popolazione over 65 in età non attiva e popolazione 15-64enne in età attiva passerà dall’attuale 31% circa a oltre il 63% (nel 2050). Alla luce di questi dati, nel 2050 il tasso di dipendenza strutturale, dato dalla somma del tasso di dipendenza giovanile e di quello degli anziani, sarà pressappoco dell’85%, ovvero ogni dieci persone in età attiva ce ne saranno più di otto in età non attiva. Questo significa, tra l’altro, che nel complesso, in Italia, la quota di popolazione in età attiva sul totale dei residenti passerà entro il 2050 dall’attuale 65,6%, ovvero i due terzi circa, al 54,2% (poco più della metà); la quota di under 15 andrà erodendosi (dall’attuale 14,0% al 12,9% nel 2050), mentre a crescere, insieme agli over 65 (dal 20,4% attuale al 33,0%), sarà in particolare la popolazione con più di 80 anni, che oggi rappresenta poco più di un italiano su sedici e nel 2050 rappresenterà un italiano circa su sette. Questo scenario ci viene solitamente rappresentato, lo si è già accennato, per i problemi che l’invecchiamento della popolazione comporterà, sul piano previdenziale, sanitario, assistenziale. Ma cosa potrà essere il contraccolpo per il contestuale rapido degiovanilimento? Quali le implicazioni in termini di organizzazione sociale, di ricambio della classe dirigente, di definizione dell’offerta politica, della cultura delle società, soprattutto della sua voglia e capacità di futuro? Si afferma talvolta che stiamo rubando il futuro ai giovani: ma è una sorta di eutanasia demografica quella che si preannuncia, se non ci sarà, per quanto possibile ancora, una inversione di tendenza; una eutanasia che da demografica può pericolosamente farsi valoriale in una società già aggredita da impulsi di tipo nichilista; magari di quel nichilismo apparentemente «leggero», che legge come lecito tutto ciò che è possibile e soprattutto come irrilevante tutto ciò che non è qui e oggi. Non possiamo con evidenza parlare ai giovani in assenza di una cultura della vita di cui i giovani stessi possano essere portatori e continuatori. Nella zona centrale della clessidra Il paradosso italiano si iscrive, peraltro, occorre ammetterlo, in un contesto più ampio, di carattere globale, che attraversa ormai la comunità mondiale (i Paesi industrializzati in particolare, ma, sia pure con minore evidenza, anche quelli emergenti più competitivi nella crescita economica) e che riguarda la posizione dei giovani nel lavoro e nella società. L’indicatore più significativo resta quello della disoccupazione: The quest for jobs è il titolo dell’inchiesta pubblicata dall’Economist nel settembre 2011, in cui si denuncia il fatto che la crisi del lavoro odierno è molto più che un semplice strascico della crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando. La globalizzazione, lo straordinario, accelerato, progresso tecnico hanno determinato trasformazioni a lungo termine, alterando la struttura stessa del mercato del lavoro. Uno dei risultati di questo processo riguarda per l’appunto la disoccupazione che resterà alta su scala mondiale tanto che il relativo tasso di equilibrio potrebbe attestarsi sul 7,5%, valore impensabile solo pochi anni fa e dalle conseguenze occupazionali e sociali solo parzialmente percepite in tutta la loro portata. Sul piano delle conseguenze occupazionali, il mero dato della disoccupazione va letto nell’ambito di una segmentazione che porterebbe a una metamorfosi della struttura professionale a piramide ereditata dall’età fordista, verso una struttura a clessidra, destinata ad accogliere nelle sue due metà vincitori e vinti di una competizione dove conta il merito, ma conta anche la distribuzione delle opportunità. Questa distribuzione ha a che fare con le conseguenze di tipo sociale, perché la scomposizione nel mercato del lavoro produce e riproduce insieme un accentuarsi delle disuguaglianze che la grande middle class fordista, inclusiva della stessa «vecchia » classe operaia, aveva ridotto, tramite salari relativamente stabili e una estesa partecipazione alle protezioni dello stato sociale. I giovani stanno nella zona centrale della clessidra, all’altezza del suo restringimento, con chance di passaggio nell’area dei vincitori, ma anche di caduta tra i vinti. Sono stati formati sulla soglia di ingresso nel mercato del lavoro e al tempo stesso sono tra i protagonisti problematici del nuovo assetto societario indebolito nella sua capacità di produrre ceto medio. Non è detto che per essi si prefiguri un destino generazionale. Ma un divario, un conflitto tra generazioni esiste e può allargarsi dentro, ma sempre fuori delle società più ricche, perché anche là dove i ritmi della crescita sono più sostenuti, la pressione demografica propria dei Paesi in via di sviluppo e le attese dei gruppi sociali più istruiti sono comunque ancora più elevati delle opportunità offerte. La lezione europea L’Europa comunitaria della nuova strategia di Lisbona al 2020 ha cercato di dare risposta ai problemi sollevati attraverso la riformulazione della propria strategia occupazionale (SEO). Ha ridefinito la qualità del proprio modello di sviluppo, proposto in chiave di inclusione (lavoro), intelligenza (conoscenza), sostenibilità (equità) e ha rilanciato i benchmark su cui allineare le performance dei diversi Paesi dell’Unione. Gli obiettivi proposti sono, come è noto: - elevare il tasso di occupazione tra i 20 e 65 anni al 75%; - ridurre la dispersione scolastica al 10%; - arrivare al 40% di popolazione tra i 30 e i 34 anni in possesso di livelli di istruzione superiore (terziaria); - migliorare l’investimento in ricerca e sviluppo fino al 3% del PIL. Fari (azioni specifiche) verranno accesi in vista del conseguimento di questi obiettivi e per i giovani il progetto Youth in the move è destinato ad agire in particolare sulla mobilità e possibilità di internazionalizzare la preparazione professionale. C’è invero un paradosso demografico che rinvia per qualche aspetto a quello italiano e che segna vistosamente questa strategia. Di fatto, le forze lavoro sono circoscritte nelle fasce di popolazione al di sopra dei 20 anni ed è quindi da prevedersi un effetto di contenimento del lavoro disponibile, che in presenza di una dinamica demografica debole, non sembra in grado, nel giro di qualche lustro, di far fronte al turnover necessario al sistema produttivo. Si tratta di un paradosso, va aggiunto, anche poiché in diversi Paesi d’Europa, a differenza che in Italia, i tassi di attività e di disoccupazione dei più giovani, tra i 16 e i 20 anni, sono decisamente più alti. La lezione è comunque assolutamente chiara in termini di grandi direttrici: lo sviluppo e l’occupazione sono considerati funzione fondamentale di fattori di carattere istituzionale regolativo (l’innalzamento dell’età di lavoro), formativo (maggiori livelli di istruzione), equitativo (riduzione delle disuguaglianze). Meno chiari sono però in passaggi in termini di policy, affidati necessariamente alle specificità dei contesti nazionali. Dalle esperienze maturate emergono tre indicazioni di ordine generale: - gli strumenti del welfare state sono ormai obsoleti ed è piuttosto su una welfare society, un welfare attivo e sussidiario, che occorre puntare (fino alle eclatanti proposte del primo ministro inglese Cameron); - l’istruzione e la formazione restano dominanti nelle politiche pubbliche per lo sviluppo, fino a configurare tali politiche nei termini di un learnfare esteso fin dall’età dell’infanzia e particolarmente attento ai giovani meno istruiti; - vi sono però Paesi in cui il segno distintivo delle nuove politiche assume il carattere del welfare to work (work first), come obiettivo e insieme criterio di accesso alle prestazioni del welfare stesso, anche indipendentemente dai livelli di istruzione. Educazione e società in campo Se questa è la lezione europea, quali le sue declinazioni per un Paese come il nostro, le cui specificità sono spesso richiamate come ostacolo per politiche più efficienti? Per l’occupazione giovanile, in effetti, esiste un dualismo contrattuale che produce una regolazione asimmetrica dei rapporti di lavoro: tutelando, come si è soliti dire, i padri, vengono penalizzati i figli. Un patto generazionale dovrebbe certamente abbattere questo muro che ciclicamente, non solo nell’attuale crisi, ha prodotto tassi di disoccupazione al di sopra di quelli di altri Paesi. Le proposte in questo senso non mancano anche se esse (il contratto unico a tutela progressiva, per esempio) possono certamente fluidificare il mercato del lavoro, rendendo più facile sostituire occupazione «anziana» con occupazione più giovane, e riequilibrare una struttura occupazionale fortemente concentrata sulle fasce d’età intermedie. Ma si tratta di proposte che comunque non risolvono la questione dell’inoccupazione, se e per quanto i posti di lavoro disponibili per quantità e qualità non riescono a dare risposte a una domanda giovanile che in più sconta un’estraneità all’esperienza lavorativa. Più generalmente esiste anche un problema di mismatch che di solito viene posto a carico delle scelte dei giovani stessi e delle loro famiglie, ma che è anche un problema di domanda di lavoro, di inadeguatezza oggettiva di una struttura di piccole e piccolissime imprese verso una manodopera ad elevata istruzione. La distanza poi non solo qualitativa di contenuti e di programmi, tra scuola e lavoro, ovvero le lunghe, troppo lunghe traiettorie della transizione sono fattori che influiscono sulle opportunità occupazionali in modo non sufficientemente considerato nelle implicazioni che tali traiettorie hanno, quando spingono ad accettare lavori di durata breve e di scarsa qualità. Informare e orientare giovani e famiglie sulle opportunità legate alle diverse credenziali formative è d’obbligo, ma più ancora sarebbe necessario ristrutturare l’offerta di istruzione e formazione valorizzando i canali tecnico-professionali, come le riforme più recenti del secondo ciclo (gli indirizzi della scuola secondaria superiore) hanno cercato di fare. Resta la debolezza, in Italia, della formazione professionale iniziale e dell’istruzione tecnica superiore, non accademica, ma quanto meno è viva ormai la consapevolezza di questa debolezza. Più importante ancora però sembra accorciare la distanza tra scuola e lavoro, anzi ricostruire il raccordo in termini di reciproca compenetrazione. Le pratiche di lifelong learning vanno in questa direzione, ma al nostro Paese mancano esperienze formative iniziali di tipo duale, di alternanza strutturata tra formazione e lavoro quale è l’apprendistato. Il recente riordino normativo di questo istituto è un’occasione preziosa anche per poter disporre di quel contratto d’ingresso nel mercato del lavoro che non c’è. Ma un utilizzo intelligente dei tirocini, anticipati diffusamente in forma curriculare, andrebbe in questa stessa direzione, in particolare per l’università, che deve entrare maggiormente nell’impresa così come quest’ultima deve rafforzare la sua presenza negli atenei, oltre ogni datato timore di eccesso di funzionalismo. Ma per quanto necessari e urgenti, interventi di questo tipo non possono far fronte alla densa problematicità del lavoro di oggi e ai comportamenti soggettivi che tale problematicità chiama in causa. Se la disoccupazione è la grande frattura occupazionale e sociale che è stata evocata, va ripensata la stessa idea di mercato del lavoro, in ragione della sua morfogenesi e della crisi del capitalismo che abbiamo sperimentato in questi anni. Una prima ipotesi da valorizzare è quella di una pluralizzazione del mercato stesso e del carattere transizionale che esso ha assunto. Tramontati, nella loro funzione di stabilizzazione e sviluppo dell’occupazione, i mercati del lavoro interni, la ricerca e l’esperienza di questi anni hanno portato a valorizzare l’insieme delle opportunità occupazionali delle imprese non profit, le posizioni remunerate da salari tradizionali e quelle sostenute da sussidi in funzione della ricerca di un’occupazione, il lavoro dipendente e la sua trasformazione in lavoro autonomo, i contratti di lavoro standard e quelli non standard… Il lavoro in questo senso diventa sempre più un percorso, un continuum tra lavoro e non lavoro, tra formazione e lavoro, tra lavoro stesso e compresenza con altre attività, remunerate e non, che rendono composita la vita di un numero crescente di persone sia in entrata nel mercato del lavoro, sia nel corso della vita professionale, sia anche in uscita.Qui è la società che entra in campo, con la prospettiva di un processo di mobilitazione che può configurare una via al lavoro stesso di tipo sussidiario e comunitario. Una seconda ipotesi di riferimento è quella di uno sviluppo nuovamente affidato alle caratteristiche delle società, oltre che all’impegno delle istituzioni. L’ipotesi riguarda lo sviluppo che, eludendo le ambiguità di quel nuovo modello troppo spesso evocato solo nella retorica di un dibattito ripetitivo e ipertrofico, si caratterizza perché: - non smette di affidarsi all’innovazione tecnologica e alla conoscenza per rafforzare la competitività e la qualità dei sistemi produttivi; - riconosce nel capitale umano, nel talento, un fattore decisivo per la sua crescita; ma rammenta che la coesione e il capitale sociale hanno accompagnato e sostenuto i rendimenti economici così come quelli istituzionali che abbiamo conosciuto; - la bellezza, la cultura, l’arte, l’ambiente sono parte di quel mix di variabili che fanno corpo con la crescita del benessere e la capacità di innovazione sociale, importante quanto lo è l’innovazione tecnologica; questo se è vero che lo sviluppo è anche incivilimento, relazioni sociali di qualità, possibilità di una vita profondamente umana. Da questa idea di sviluppo nascono precise direttrici di policy con ricadute importanti per l’occupazione, quella giovanile in particolare: la ricerca, in primo luogo; i servizi educativi e sociali, così rilevanti tra l’altro per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e una armonizzazione tra vita di lavoro e non, famiglia e lavoro stesso; i beni culturali e ambientali. Investire il più possibile su se stessi Rispetto a questo tipo di sviluppo e rispetto, in modo più specifico, a una condizione economica e occupazionale destinata a durare comunque a lungo, c’è un terzo ambito di riflessione e impegno non sottolineato a sufficienza. Con linguaggio franco e diretto, il dossier dell’Economist già citato invitava i giovani a rappresentarsi in un mercato segnato fortemente dal ricorso all’outsourcing e considerarsi di conseguenza, all’interno di una diffusa condizione di freelance; e li spingeva così a investire il più possibile su se stessi. Potrà essere questa una conseguenza più che probabile di una realtà occupazionale fortemente competitiva, coerente con il carattere transizionale, si è detto, dei nuovi mercati del lavoro e sollecitata dalle stesse imprese quando pensano a politiche delle risorse umane innovative. Se questo è l’orizzonte di riferimento, la cultura (ma anche l’etica) del lavoro non può che esserne influenzata. Essa è chiamata a incorporare aspetti legati alla performatività, all’efficienza, all’imprenditività di sé, alle possibilità di auto-realizzazione che si coniughino a una forte responsabilizzazione individuale necessaria per costruire con successo il proprio percorso professionale.E in effetti, pensando in particolare ai giovani, la transizione al lavoro e i passaggi di cui essa si compone si compiono positivamente laddove l’individuo sia capace di progettarsi, di mantenere e riconoscere una unitarietà e coerenza a tale progetto di sé, di ordinare in uno schema di priorità le scelte fra linee di condotta alternative e di integrare le proprie esperienze nell’unità di una narrazione, trasformando la semplice concatenazione di eventi che compone il corso di vita in una biografia professionale. È una prospettiva esigente, che tra l’altro deve poter trovare modi e occasioni per conciliarsi con la rilevanza della coesione sociale già richiamata e la qualità delle relazioni sociali che essa comporta, a partire dalla consapevolezza del valore dell’interdipendenza e della solidarietà. La riflessione su giovani e lavoro torna a questo punto al suo inizio, a quel rischio di eutanasia demografica che molto ha a che fare con il rischio di una possibile eutanasia culturale e valoriale. C’è bisogno di capacità di governare la propria vita, il che non è problema solo di istruzione, di ulteriore qualificazione di quest’ultima e di rafforzamento dei livelli di conoscenza posseduta. Con altre parole, da ricercare non sono le competenze specifiche, nuova frontiera dei sistemi formativi forse troppo enfatizzata e a valenza catartica, o quasi, rispetto alle difficoltà pressoché perenni di questi sistemi. È, piuttosto, «la competenza» che va perseguita, quella sapienza esistenziale che deriva solo dalla consapevolezza della propria responsabilità e dalla percezione di sé come persona. Nel dibattito più recente i termini di riferimento sono le capability (capacitazioni), un concetto che implica capacità di senso e libertà di scelta. Questa competenza nasce soltanto dall’educazione, che è un’intelligente cooperazione tra maestri e allievi, una complicità, verrebbe da dire, verso un solo obiettivo: dare forza, autenticità, autonomia ai secondi (gli allievi), perché questo è il compito dei primi (i maestri). Il lavoro dei giovani ha bisogno di opportunità, ma deve essere dei giovani stessi la responsabilità di coglierle. È il loro protagonismo che occorre alimentare anche nell’occupazione, non la dipendenza da qualsiasi politica distributiva, o peggio assistenziale, che ne offuschi i tanti orizzonti cui a essi dovrebbe essere dato di poter guardare. Bibliografia di riferimento M.S. 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